Inutile negarlo, inutile tergiversare, a Chieri dal 9 al 12 luglio si è parlato di politica. Se n'è parlato negli spazi pubblici del piccolo comune piemontese, nei cortili e per le strade, nelle piazze, sui binari e nei caffè. Si è ragionato insieme sui modi del vivere e produrre in comune, dubitando e costruendo. Un laboratorio di confronto, a cielo aperto, sulle forme della democrazia, sul concetto di proprietà, sul condividere e l'amministrare, sull'esercizio dei diritti, la generazione di valore sociale e il rispetto delle generazioni future.
Diverse e talvolta contrastanti le posizioni emerse, mature e decise nell'assumere come punto di partenza comune il rifiuto dei meccanismi privatistici, la deriva del neoliberismo produttivo e finanziario, la necessità di sottrarre hic et nunc il discorso politico alle logiche del mercato. Prezioso ogni contributo, dai palchi alle platee. Dalle chiacchiere sui prati, alle discussioni accese nelle ore notturne.
Quando non scrivo favolette per Sistema Torino mi occupo di rendicontazione sociale; il mio lavoro consiste nel far emergere, mettere a fuoco e analizzare i risultati prodotti dall'azione dell'uomo sulla società e sull'ambiente. E' il mio mestiere, nel mio caso malpagato e precario, a tratti ancora acerbo, ma è il mio mestiere. Tirare le fila dell'incontro di Chieri, rendere evidente quanto è stato generato, quali valori possono esser messi a patrimonio e da cosa si ripartirà domani dovrebbe risultarmi facile ma non è così. Il discorso sui Beni Comuni non è univoco, non è lineare. Ha implicazioni e sfumature che toccano il piano politico, giuridico, quello economico, sociale e culturale. Cogliere e restituire il portato dei discorsi di Chieri è complesso e questo perché quello dei Beni Comuni è un nuovo paradigma che non ha regole già scritte e non ha dogmi già riconosciuti, è un paradigma che si sta costruendo piano piano e con l'esperienza. La natura paradigmatica dei Beni Comuni, unita alla natura costituente, fa sì che i discorsi e le pratiche non si esauriscano in quattro idee coerenti e concluse ma implica, inevitabilmente un insieme di teorie, modelli, principi e pratiche in fìeri che hanno ricadute concrete in più settori i quali assumono, appunto, i Beni Comuni e la loro difesa a valore di riferimento.
Negli ultimi vent'anni molto lavoro è stato fatto nel nostro paese, dall'esperienza della Commissione Rodotà alle lotte per l'Acqua Pubblica, il referendum del 2011 e la sentenza della Corte Costituzionale contro il decreto Ronchi; la stagione delle occupazioni e il lavoro della Costituente dei Beni Comuni e, più recentemente, il lavoro sugli strumenti amministrativi che consentono la partecipazione dei cittadini nella cura, rigenerazione e gestione dei Commons.
In questi anni si è detto Bene Comune di quasi ogni cosa: la cultura, i saperi, le risorse naturali, il lavoro, la salute, la mobilità, la scuola, il territorio, realizzando a tratti un'identificazione quasi totale tra il dominio dei Beni Comuni e quello dei diritti. La sfiducia nei modelli di governo ci ha fatto dire Bene Comune di beni di cui si sarebbe dovuto dire Bene Pubblico lasciandoci sottrarre, almeno nei discorsi, all'uso privatistico anche statale, quei beni che sono di ciascuno di noi. In questi anni si è anche provato ad immaginare forme diverse di amministrazione mutuando, talvolta, forme giuridiche e processi di governance da altri paesi occidentali, paesi che hanno una storia diversa dalla nostra e che hanno avuto modo, prima di noi, di affinare gli strumenti di resistenza alle privatizzazioni speculative. Oggi parlare di Beni Comuni senza fare una riflessione sui Beni Pubblici non ha alcun senso. La categoria del comune non è sostitutiva e si colloca accanto sia ai beni pubblici che a quelli privati. Se recuperiamo la tassonomia della Commissione Rodotà scopriamo che comune non è una terza forma di titolarità ma è un cappello che non coincide né con ciò che è pubblico né con ciò che è privato. Comune definisce una categoria terza di beni e non di enti, la cui titolarità rimane in capo agli enti pubblici o ai soggetti privati, beni vincolati al perseguimento dell'interesse generale; se di titolarità pubblica, beni inalienabili e cedibili solo temporaneamente che vanno amministrati in maniera da garantire la massima accessibilità sia delle generazioni viventi che delle generazioni future
Come mai il discorso sui Beni Comuni si è allargato così tanto in questi anni? Come mai abbiamo smesso di parlare di Beni Pubblici e trattiamo ogni diritto come se non dovesse essere garantito dallo Stato? Perché e quando lo Stato e gli Enti pubblici sono diventati soggetti privati dotati del potere di svendere risorse e patrimonio? Dubitare, dubitare per costruire. Nei giorni di Chieri si è dubitato ma sul ruolo delle politiche di austerità nella demolizione del welfare pubblico non c'è nessun dubbio.
Gli interventi succedutisi durante il Festival sottendevano tutti un chiaro rifiuto del potere privatistico delle politiche pubbliche. C'è chi si oppone alle privatizzazioni invocando la Costituzione e chi demolendola, c'è chi invoca le riappropriazioni dal basso e chi lavora per umanizzare le amministrazioni, chi va a caccia di un imprenditore politico capace di fare dei Beni Comuni un manifesto e chi intercetta strumenti capaci di vincolare i beni agli scopi di utilità generale. Questo vuol dire per i Beni Comuni essere paradigma. Si tratta di lavorare su piani diversi anche apparentemente inconciliabili, lasciare che i discorsi penetrino e si radichino, muoversi da diverse prospettive in contesti differenti assumendo un solo ed unico valore come riferimento: la difesa dei Beni Comuni. Gli strumenti, i modi e i mezzi a difesa dei Commons non si collocano in una sola dimensione. A questo è servito Chieri: a dimostrare che le azioni dei movimenti, le forme di privato virtuoso, l'amministrazione condivisa e le politiche partecipative sono, nella difesa dei Beni Comuni, portatori di valori e disvalori e solo se lavorano in maniera sinergica e congiunta e solo se lavorano a partire da un ripensamento in primis di ciò che è e deve rimanere pubblico e di ciò che deve tornare pubblico e vincolato all'interesse di tutti, riusciranno a resistere e a raggiungere lo scopo comune. Ripensare i Beni Pubblici significa in primo luogo arginare le politiche di austerità e bloccare, ora e subito l'ondata delle privatizzazioni, significa garantire l'accessibilità e redistribuire i proventi. Prescindere da questo punto è un grosso rischio che farà sì che il discorso sui Beni Comuni divenga solo un altro strumento a servizio delle privatizzazioni, che farà sì che quelli che oggi chiamiamo Beni Comuni domani siano Privati e che quelli che chiamiamo diritti domani siano chiamati esternalità positive di prodotti di mercato, che quelle che chiamiamo persone domani siano consumatori o target di prodotto. O forse siamo già a questo punto. Allo stesso tempo sarà necessario scindere il discorso sui Beni Comuni da quello sull'esercizio pubblico e riconoscere che in quanto tali i Beni Comuni sono forme che, senza giustificare le privatizzazioni, si muovono sul terreno del diritto civile e hanno lo straordinario potere di riassettare il diritto privato su scopi d'interesse generale.
Chieri è stato un confronto a cielo aperto che ha coinvolto migliaia di persone dalla provenienza più disparata, dal punto di vista geografico, politico e culturale. Il Festival dei Beni Comuni ha messo fianco a fianco ex cattivi maestri e cattolici praticanti, esperti di finanza e attivisti dei movimenti, amministratori pubblici e anarchici convinti.
Per costruire bisogna superare la paura senza smettere di coltivare il dubbio e bisogna farlo insieme.
Chiara Vesce
sullo stesso blog e' pubblicata inoltre la registrazione della lectio magistralis di Stefano Rodotà tenuta al festival di Chieri
sullo stesso blog e' pubblicata inoltre la registrazione della lectio magistralis di Stefano Rodotà tenuta al festival di Chieri














