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mercoledì 23 ottobre 2019

QUANTO IL PROGETTO APPENDINO DIFFERISCE DAL PROGETTO PASSONI?

Potrebbe diventare un fulmine a ciel (quasi) sereno l’ articolo di Paolo Coccorese di oggi che illustra alla cittadinanza l’ ipotesi di masterplan relativo a Cavallerizza. Il 31 ottobre il progetto verrà presentato a CDP (Cassa Deposito e Prestiti), e non sappiamo se e quando verrà presentato alla cittadinanza (a proposito di trasparenza e partecipazione).

Un puzzle ben disegnato dall’architetto Agostino Magnaghi (un nome che ritorna spesso nei progetti relativi al bene patrimonio UNESCO) in cui si “intravedono” benissimo le mani sulla città: Compagnia di San Paolo (ancora tu, ma non dovevamo vederci più?), Cassa Depositi e Prestiti e CCT, la società di cartolarizzazione di Torino che sembra essere il vero nodo gordiano del
la vicenda fin dal 2015.
Immagine presa dal Corriere della Sera, 23/10/2019

Recuperiamo proprio da un nostro approfondimento di quell’ anno il suo ruolo nella vicenda e la nascita della società:

“L’attore terzo che entra in scena è la CCT, “Cartolarizzazione Città di Torino” s.r.l., creata a novembre 2010 dal Comune stesso ma che, stando a quanto afferma Passoni (Assessore Bilancio), agisce in autonomia completa. In realtà i membri del Consiglio d’Amministrazione della Società sono nominati dal Comune, quindi è facile immaginare che il Municipio mantenga perlomeno un ruolo di indirizzo politico. Nell’atto costituivo della Società, si specifica che la sua nascita “ha per oggetto esclusivo la realizzazione di una o più operazioni di cartolarizzazione dei proventi derivanti dalla dismissione del patrimonio immobiliare del Comune di Torino”: non è quindi una sorpresa che i nostri governanti, sotto la stringente necessità di andare a coprire il passivo dei conti pubblici locali, cerchino maldestramente di fare cassa attraverso la vendita (o svendita?) dei gioielli storici del suolo cittadino. Era già tutto previsto ed organizzato alla perfezione, negli stessi giorni del 2011 in cui Fassino lanciava lo slogan “Torino Bene Comune”. 
Nel nostro caso specifico, il Comune ha ceduto il complesso alla CCT in cambio di un anticipo di cassa di 10 milioni di euro: tale Società dovrà ora occuparsi di vendere il bene al fine di rientrare dell’investimento fatto. Peccato che due aste siano già andate deserte, e così ora si va alla ricerca del miglior offerente.  “

Insomma i famosi 11 milioni che si cercavano all’ epoca per “riscattare” il bene cartolarizzato per quattro spiccioli ma che non si trovavano da nessuna parte. Nei seguenti link (qui e qui ), trovate delle succulenti nostre vecchie interviste proprio di quell’ anno, quando l’ allora Assessore Gianguido Passoni presentava un progetto che stamattina ci è ritornato in mente leggendo la cronaca odierna del Corriere della Sera: quanto dista e quanto potrebbe distare dal vecchio masterplan la proposta della Giunta Appendino? Eppure l‘ allora consigliera di minoranza sembrava maggiormente propensa alla partecipazione e a percorsi partecipativi deliberativi ieri rispetto a oggi: cosa è cambiato in questi quattro anni? 

Giusto per continuare il parallelismo con quattro anni fa (il recupero dello speciale “DALLE STALLE ALL’OSTELLO” ci ha fatto ritornare alle nostre origini) vorremmo umilmente ricordare che l’origine di tutto ciò non sta nell’ occupazione (a prescindere dal giudizio che si voglia dare su di essa), né tantomeno nei troppo frequenti incendi (cosa ovviamente gravissima), né forse nei percorsi a zig-zag delle diverse Amministrazioni che rimbalzano tra benicomunisti (qua l’ottimo lavoro e approfondimento che stanno facendo gli amici di Assemblea21), fondazioni bancarie (sembra che nel masterplan vi sia lo studendato di Camplus, una diramazione di CL) e quel SISTEMA TORINO che ha cambiato interlocutori ma non ha certo cambiato il fine di appropriarsi di tutti gli immobili possibili della città (ex MOI ultimo esempio di “sgombero dolce” e ritorno dei beni a chi di dovere).

L’ origine del tutto sta nel DEBITO soffocante che trasforma l’ attore politico che guida le Giunte in un amministratore di condominio, che prima capisce (e Appendino l’ha capito ben presto) che è altrove (cioè banche e relative fondazioni) che detengono in una mano il borsellino coi risparmi e nell’ altra il welfare della città (sabato il Rapporto Rota ci dirà in che percentuale quest’ anno) ed è a loro che bisogna affidare gli immobili torinesi, pena il fallimento della città tutta.

Per cui, se una battaglia vogliamo fare (lo diceva anche Appendino nella succitata intervista del 2015) è quella sulla rinegoziazione nominale del debito (non la finta ristrutturazione dell’ attuale Assessore Rolando): altrimenti, come sono soliti dirci i politici di turno, TINA, cioè There Is No Alternative, come disse Tatcher con una straordinaria visione profetica quarant’ anni fa.

giovedì 26 gennaio 2017

PROFUMO DI SISTEMA TORINO CHE RESISTE

Vi ricordate gli anarchici di GattoneroGattorosso che avevano seminato il terrore nel pre-collina di Via Asti conducendo, in una assolata domenica pomeriggio, le famiglie sgomberate dal campo rom di Lungo Stura Lazio all’interno della caserma La Marmora? Ecco, oggi dovremmo ringraziarli perché si sono rivelati una avanguardia. Stessa cosa potremmo dire di coloro che occuparono quella caserma, per quanto da noi ampiamente criticati su alcuni punti, reclamando un suo utilizzo a scopo sociale (e non di incubatore, acceleratore di startup ed altri inglesismi e neologismi che ricordano più il CERN di Ginevra che un polo dell’innovazione).

Bene, qualcuno dovrebbe scusarsi con loro dato che si sono rivelati una avanguardia: la notizia non è nuova, ma sembra che sia in procinto di attuazione l’idea di trasferire gli occupanti dell’ex MOI (nella quasi totalità richiedenti asilo) nella caserma trasformata in centro di smistamento verso non si sa quali lidi. Certo, giusto per continuare il parallelismo, ci auguriamo che le sistemazioni non siano le stesse proposte al tempo de “La città possibile”: una mancetta se tornavi al tuo Paese oppure qualche soffitta priva di agibilità di proprietà del signor Molino.

Ma oggi le cose sono cambiate! Il cambiamento è reale! Lo sponsor tecnico del progetto è Compagnia di San Paolo! 
Ops, ma davvero? Ancora loro? Andiamo a controllare e sì, sono proprio loro, quel Francesco Profumo di cui Chiara Appendino chiese metaforicamente la testa durante la campagna elettorale.
Il dovere istituzionale di collaborazione con chi detiene il portafoglio della città sembra essersi però spinto un po’ troppo in là: la questione del MOI è seria, e va affrontata con molta attenzione. Cinque palazzine occupate da più di un migliaio di persone, una convivenza con il quartiere che dura da anni senza particolari problemi se non quando a fine novembre gruppi neo-fascisti passarono dalle provocazioni ai fatti, spalleggiati da consiglieri leghisti sempre pronti a soffiare sul fuoco del razzismo in Sala Rossa. Certo, qualcosa bisogna fare, e chissà che lo sgombero una palazzina alla volta alla ricerca di sistemazioni adeguate e riconoscimento dei diritti per ogni persona che vive lì dentro non sia una buona soluzione.
Quel che stride, quando si parla di diritti, di integrazione, di welfare e di giustizia sociale è vedere il nome del finanziatore del progetto: Compagnia di San Paolo è il simbolo di quel Sistema Torino che noi tra i primi mettemmo al centro dell’attenzione mediatica cittadina. E che la stessa Appendino decise di mettere al centro della campagna elettorale come vulnus di una città preda del debito e del welfare sub-appaltato a chi quel debito lo detiene.
Nella stessa assemblea pubblica di sabato qualche intervento chiese conto di questo rapido avvicinamento con gli uomini ed i simboli di quel Sistema Torino che vive e lotta insieme a noi: fu in particolare l’illuminato intervento di Eleonora Artesio a ricordare che il welfare deve essere gestito dal pubblico, e non dalle fondazioni bancarie. Altrimenti diventa una lamentela sterile quella della errata distribuzione delle risorse e dei mancati aiuti a chi si trova senza casa e senza cure: se la delega della funzione sociale continuerà inesorabile, diventerà anche pleonastico andare a confrontarsi con consiglieri che poco o nullo potere hanno in proposito.
A quanto pare, nessuno ha messo in dubbio tutto questo alla presentazione dei dati economico-finanziari della Compagnia di ieri: Piero Gastaldo, segretario generale della Compagnia di San Paolo, si vanta, giustamente dal suo punto di vista, del miliardo tondo di euro che verrà investito nell’ambito sociale e di sviluppo locale all’interno del Piano strategico 2017-2020 presentato ieri in pompa magna, in presenza di una entusiasta Chiara Appendino che dichiara a Repubblica quanto si lavori bene con la Compagnia.
Lo sgombero dei rifugiati del MOI come primo passo di un lungo lavoro insieme tra il Comune di Torino e la fondazione bancaria che detiene parte del nostro debito: chissà quanti illuminati progetti verranno fuori, magari ne parleranno stasera sorseggiando un cocktail all'ultimo piano del grattacielo per festeggiare tutti insieme appassionatamente il decennale di Intesa San Paolo.

giovedì 21 aprile 2016

LA CAVALLERIZZA NON ESISTE


E’ ufficiale: la Cavallerizza non esiste. Non esiste l’Assemblea. 
Non esiste la partecipazione. La democrazia dal basso n'existpas.

Cavallerizza Reale diventa Irreale. Ciò che esiste, invece, è il Masterplan del Comune di Torino presentato il 19 aprile 2016 dal Sindaco e l’Assessore Passoni durante la V Commissione Consiliare; esiste un’associazione, Salviamo Cavallerizza nata dal ventre dell’ormai inesistente Assemblea Cavallerizza 14:45 ed esiste un’occupazione che dichiara l’autogoverno ma rifiuta e rinnega le sue stesse logiche assembleari. Le dinamiche che caratterizzano queste tre entità, nonostante i proclami, non sembrano differire. 
Un gruppo di cittadini, in nome della cittadinanza, s’impossessa di un immobile patrimonio dell’umanità, un soggetto giuridico privato, con sede legale negli spazi di via Verdi, si prende in carico la difesa dello stesso immobile, un ente pubblico di concerto con le banche, elabora un meraviglioso piano di valorizzazione. Ognuno di questi soggetti agisce a porte chiuse, portando avanti logiche privatistiche, lasciando di fatto fuori dai processi decisionali quei 10.000 cittadini firmatari di un appello contro la svendita della Cavallerizza. 

Il Comune rassicura: in via Verdi nascerà un grande distretto multi-culturale e multi-creativo, multi-integrato, multifunzionale e multi-aperto, ovvero fruibile dalla cittadinanza. Si tratta nello specifico dell’87 % del ground zero di Cavallerizza Reale ma la fruibilità, oltretutto parziale, non ha nulla a che fare con la titolarità né con la gestione pubblica di un bene. 
Cinque milioni di euro è il budget necessario per la realizzazione del piano del Comune di cui un milione e mezzo recuperato dal bilancio comunale. I restanti tre milioni e mezzo di risorse verranno stanziati in parte dallo Stato in parte, è facile ipotizzare, da soggetti privati portatori d’interessi di profitto sull'immobile.
Oltre al preannunciato reingresso del Teatro Stabile all'interno del Maneggio Alfieriano, si prevede l’hostelcharmant, a gestione rigorosamente privata, così come gli spazi dell’Accademia militare destinati al terziario. Gestione ibrida: pubblico privata per le residenze studentesche. 
Previsti anche: info point e biglietteria unificata per le attività culturali del sistema torinese. Le Pagliere invece saranno destinate ad ospitare un incubatore culturale; qui sembra si paventi la possibilità per gli occupanti meno ambiziosi di ottenere uno spazietto. 

Mentre il Comune, a porte chiuse, lavorava alla spartizione di Cavallerizza, un gruppo interno all’Assemblea 14:45, porta in faccia alla cittadinanza, si trasformava in Cavallerizza Irreale elaborando la fase 2.0 dell’occupazione: monopolizzazione dei mezzi di comunicazione, conferimento di piena autonomia ai gruppi di lavoro, destrutturazione dello spazio Assembleare. 

Solo poco tempo addietro nasceva l’Associazione Salviamo la Cavallerizza con lo scopo di sviluppare azioni legali, raccogliere fondi e creare uno strumento formale per tutelare l’immobile, non riconoscendo di fatto e sottraendo una parte di legittimità alla collettività informale.
Poco o nullo lo spazio di discussione pubblica intorno a Cavallerizza. Svanito il sogno di un processo condiviso? Svuotata d’ogni senso la parola partecipazione? Abbandonata ogni velleità di rivendicazione di Cavallerizza come Bene Comune? 

Una risposta sembra arrivare da Piattaforma Arte Spettacolo e Conoscenza che lo scorso 8-9-10 aprile ha organizzato una tre giorni con l’obiettivo di riaprire il dibattito, e di farlo pubblicamente, sul tema dell’Accessibilità alla Cultura e ai Beni Comuni. Tra gli interessi della piattaforma non poteva mancare Cavallerizza Reale, di cui vorrebbe ancora immaginare un futuro diverso che contempli una governance partecipata, condivisa e aperta alla cittadinanza. 

Ma la Cavallerizza non è, semplicemente non esiste e per governarla insieme bisognerebbe inventarla. 

martedì 23 febbraio 2016

Ceci n'est pas une privatisation

Che cos’è una Privatizzazione? Cosa significa privatizzare un bene comune? 
L’indagine lessicale, al limite tra sarcastico e il didascalico, muove da quanto sta accadendo all’Assemblea Cavallerizza 14:45, accusata di fare uso privatistico degli spazi di Via Verdi dai consiglieri comunali Luca Cassiani e Maurizio Marrone (PD e Fratelli d’Italia), i quali lunedì 22 febbraio hanno depositato una richiesta d’interpellanza al Consiglio Comunale circa gli ultimi eventi avvenuti negli spazi della Cavallerizza. L’improvvisa attenzione da parte dell’Amministrazione su quanto avviene lì dentro e l’accusa di utilizzo privatistico del bene ci provoca stupore e un pizzico d’ilarità, considerando che ci troviamo di fronte ad un’Amministrazione Pubblica che ha messo in vendita l’intero complesso storico dichiarato patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. 
Usanza comune, quella della svendita, che non riguarda solo Cavallerizza ma una serie di edifici di proprietà pubblica il cui valore supera i 60 milioni di euro. 

Nei ventuno mesi di occupazione da parte dell’Assemblea Cavallerizza 14:45, Sistema Torino ha sempre sostenuto l’Assemblea per affinità ideologica con le istanze promosse, collaborando e partecipando ai momenti di confronto. Come noi sono tantissime le personalità cittadine di rilievo, le realtà e i movimenti che hanno appoggiato e supportato l’iniziativa,  prendendone parte in prima persona e come singoli cittadini. Sistema Torino ha le idee chiare circa il significato di “privatizzazione” e di "uso privatistico” di un bene: è un tema che ci è caro, che abbiamo sviscerato, approfondito e raccontato in più occasioni e attraverso mezzi comunicativi differenti, dal teatro agli articoli d’approfondimento, dagli incontri pubblici ai dibattiti. 

Crediamo che in circostanze così grottesche sia doveroso porre delle domande per dare modo a tutti di riflettere ed esprimersi su un tema centrale in città: la vendita del patrimonio pubblico. E’ tema che ci riguarda tutti, in quanto beni comuni, per antonomasia “proprietà della collettività”.
Siamo altresì convinti che la gestione di un bene comune debba rispettare i criteri di massima accessibilità,  eterogeneità,  totale apertura decisionale e gestione condivisa.

Chi pensasse, come il consigliere Cassiani, che occupare significa privatizzare escluderebbe automaticamente l’idea che un metodo inclusivo e partecipativo giochi alcun ruolo nella gestione di un bene comune.  Chi pensasse, come il consigliere  medesimo  ha spesso tenuto a ribadire a mezzo stampa, che l’Assemblea, in quanto spontanea ma informale aggregazione di cittadini, non possa costituire un interlocutore per le istituzioni poiché soggetto non giuridicamente costituito,  deve allora spiegare perché invece riconoscerebbe implicitamente un ruolo ben più incisivo ai soggetti di diritto privato, escludendo automaticamente un soggetto collettivo come meritorio di riconoscimento perché non formalizzato attraverso atto pubblico. 

Poniamo quindi, per seguire questo ragionamento, che l’Assemblea, da libera e aperta quale è ora, si trasformasse in un soggetto giuridico privato, con tanto di rappresentante legale e quota associativa: sarebbe forse più legittima l’azione dei cittadini all’interno degli spazi reali? E tanto per porre e porci la classica domanda giornalistica: cui prodest?

A questo proposito ci concediamo il beneficio del dubbio e chiediamo se non siano piuttosto l’apertura totale dei processi decisionali, l’accessibilità e la biodiversità ideologica a garantire che un bene produca il beneficio massimo per la comunità. 
L’ordinamento giuridico italiano, inadeguato a questi contesti, non prevede una forma che contempli simili condizioni, sebbene siano oggi numerosi i tentativi di normazione adeguata. Formule innovative che si discostano dai dispositivi - privati - dell’associazionismo classico e che riescono a tradurre sul piano formale le istanze collettive e la volontà di gestione, dal basso e partecipata, di un bene comune. Numerose sono comunque le esperienze italiane di gestione condivisa di beni comuni, dalle delibere di uso civico (Ex Asilo Filangieri di Napoli) ai patti di collaborazione tra cittadini e amministrazione pubblica dei Regolamenti comunali dei beni comuni (di cui anche la Città di Torino si è dotata). Numerose sono le realtà europee che sono riuscite a creare insieme alle amministrazioni locali un quadro istituzionale tale da dare riconoscimento e  mantenere, allo stesso tempo, il carattere aperto e la valenza dei singoli cittadini in quanto persone fisiche, nella partecipazione ai momenti decisionali. Certo, si tratta di processi più impegnativi dell’auto-legittimazione attraverso la forma associazionistica, più faticosi dell’automatico riconoscimento per atto pubblico. Processi laboriosi perché innovativi ma che noi crediamo valga la pena intraprendere.

Abbiamo visto e partecipato a tantissime iniziative promosse da Assemblea Cavallerizza 14:45, contenitore di incontri, dibattiti ed eventi legati a tematiche artistiche e sociali che rivendicavano differenti bisogni: dalla lotta per una cultura libera ed accessibile a quella per la casa, per l'acqua pubblica, per l’istruzione e per la tutela del territorio. Abbiamo visto rivendicare diritti dei migranti, dare spazio alla lotta No TAV, abbiamo visto esprimere solidarietà alla Palestina, costruire spazi per l’uguaglianza di genere e promuovere la legalizzazione della canapa. Crediamo che tra i maggiori meriti di Assemblea ci sia l’aver ambito a divenire centro delle resistenze cittadine, convogliando all’interno del suo percorso tutte quelle realtà e tutti quei movimenti (noi compresi), che si incontrano di fronte ad un unico obiettivo condiviso: difendere il bene comune dalla privatizzazione e dalla speculazione.

Ci attendevamo una risposta da parte di Assemblea Cavallerizza 14:45 alle accuse ricevute; che immancabilmente è arrivata martedì 23 febbraio tramite un comunicato stampa pubblicato sul suo blog (https://cavallerizzareale.wordpress.com/2016/02/23/22-febbraio-2016-comunicato-stampa/). Siamo altrettanto sicuri che l’Assemblea saprà smentire anche nella pratica ogni illazione, mostrando nuovamente la sua forza nella dimensione partecipativa, collettiva, libera e aperta a tutti (cittadini, associazioni, collettivi, comitati e movimenti). Ce lo auguriamo proprio perché non ci piacerebbe assistere ad una goffa e parodica fine dell’esperienza di Assemblea Cavallerizza.

Domenica 28 febbraio alle ore 18:30 in Cavallerizza si svolgerà l’assemblea pubblica cittadina, che anche di questi argomenti tratterà (https://cavallerizzareale.wordpress.com/2016/02/23/28-febbraio-2016-assemblea-cittadina/) e alla quale invitiamo a prendere parte.

venerdì 6 novembre 2015

VIA ASTI: TUTTO BENE QUEL CHE FINISCE BENE?

foto Paolo Tex
SCENE DA LIBRO CUORE
“Per noi la prima cosa da chiarire è che non siamo i proprietari di Via Asti. Per quanto ci riguarda, da parte nostra c’è la volontà di stare insieme, abbiamo detto che forse qua non ci sono condizioni per vivere ma la volontà comune rimane. Si può convivere senza problemi, troviamo un modo per farlo ed andare insieme nelle stessa direzione. Questo il punto di partenza, abbiamo modalità diverse su alcune cose ma nessun problema se stiamo insieme”. Questo l’incipit di Oliviero Alotto. Segue un vociferare in lingua a me sconosciuta di uomini e donne (no, non quelli di Maria De Filippi anche se fuori c’erano le telecamere già da un paio d’ore) poi arriva la risposta delle famiglie arrivate domenica: “Va bene, anche noi vogliamo stare insieme. Ci siamo aggiustati, abbiamo trovato acqua e luce, piano piano si può fare tutto insieme, ci siamo dati da fare in questi giorni.” Come avrete capito dalla mia fedele trascrizione dei primi tre minuti di assemblea, la parola-chiave della serata è “insieme”: a coronamento del tutto interviene una rappresentante del movimento anarchico che propone (alla fine ‘sti anarcoidi sono festaioli, bisogna dirlo) una bella festa di cibo musica e condivisione, appunto “insieme”. Altra buona notizia: la mensa, che si riteneva riservata alla cucina radical, verrà invece usata…indovinate come? Esatto, insieme! Mi viene da chiedermi che cosa ci sono venuto a fare qua stasera: mi aspettavo fulmini e saette per poter scrivere un articolo al vetriolo ed invece nessuno scoop, mi tocca commentare uno scialbo zero a zero.

NASCE UN NUOVO “PERCORSO” DI BENE COMUNE?
Tornando serio, a settantadue ore di distanza il clima è radicalmente cambiato e sembra che gli occupanti tutti abbiano colto l’auspicio che il Prof. Ugo Mattei, presente e sorridente anche stasera, fece lunedì sera. La scelta, il “responso”, è di una semplicità disarmante: si resta tutti lì, comitato di Via Asti e ex abitanti di Lungo Stura Lazio, alla ricerca di un percorso più lungo possibile attraverso un tracciato certamente nuovo e dagli orizzonti possibili indecifrabili. La riflessione da fare ora è tutta politica: si è fatto cenno ad alcuni comunicati stampa comuni futuri, si sono messi in discussione en passant i punti di attrito radicale che esistono riguardo al passato e la, ovvia, lontananza siderale di giudizio riguardante “La città possibile”, il piano dell’Amministrazione che ha portato all’ abbattimento delle baracche di Lungo Stura Lazio. Allo stesso tempo i due gruppi di occupanti sono andati alla ricerca di punti di contatto nella comune preoccupazione per il “disagio abitativo” di queste ed altre numerose famiglie, non sono i rom dei campi sosta ma anche le famiglie, italiane straniere o aliene che siano, che stanno occupando altri edifici, come per esempio l’istituto scolastico di Corso Ciriè a Torino. 
Viene poi da chiedersi: che cosa avrebbe potuto fare Terra del Fuoco di diverso? Probabilmente nulla, dato il geniale colpo di teatro della ri-occupazione da parte di rom ed anarchici di domenica pomeriggio. In queste lunghe settantadue ore la politica si è mossa, dal comunicato stampa della Sezione Provinciale di SEL che ha preso le nette distanze dall’occupazione alla sensazione che stasera i “terrafuochisti” abbiano voluto mettere la faccia in prima linea per “intestarsi” completamente l’evoluzione dei fatti e l’occupazione di aprile, scevra da manovre politiche e politicanti di partito sottostanti. A voler essere pignoli, sembra che i “primi occupanti” abbiano più dimestichezza col politichese ed alcuni passaggi sulle azioni future “con il mondo esterno” (abitanti del quartiere piuttosto che cittadinanza tutta o il Comune stesso) sembrano poter tendere verso un indirizzo a loro più consono. Ma non voglio certo assumermi la responsabilità di creare attriti laddove non se ne ravvisano: certo, l’idea di una convivenza tra famiglie rom ed una associazione spogliata dalle “colpe passate” di vicinanza eccessiva con una Amministrazione sorda ed insensibile di fronte alle povertà cittadine vecchie e nuove sembra un sogno (ed un incubo per un PD sempre più in difficoltà) che potrebbe materializzarsi a pochi mesi dalle elezioni. Il dado è tratto, ed ora è tutto in mano agli occupanti: sarebbe bello poter assistere veramente ad una festa “insieme” venerdì prossimo molto partecipata, da parte di tutti, in solidarietà con i ventisei nuclei abitativi che stanno ricostruendo tra mille difficoltà il loro focolare domestico. 
Ecco, ora ci tocca invece parlare del mondo là fuori, perché l’intolleranza ha calato l’asso della troupe mediaset che documenta in diretta la sofferenza della popolazione del quartiere stremata, ovvero una dozzina di abitanti ammassati di fronte alla telecamera con ripresa ristretta di Rete4.

LA TELEVISIONE È L’OPPIO DEI POPOLI
Aldilà della dietrologia che si potrà fare riguardo le scelte politiche dei diversi occupanti, la sfida più grande che si prospetta all’orizzonte è la relazione con i vicini di casa, perché chi ha accolto probabilmente peggio la notizia della nascita di un nuovo inedito polo d’occupazione è proprio chi tenta di soffiare sul fuoco della intolleranza e del razzismo. Quarantacinque minuti di trasmissione televisiva durante la quale si è esordito in diretta con un titolo cubitale che campeggia a centro schermo “A loro mazzette, a noi paura e degrado Torino: rovinati da rom e illegalità” (come faccio a saperlo se nel frattempo ero ancora in Via Asti? Semplice, ho avuto il fegato di riguardare Mediaset in streaming, e già solo per questo merito la vostra piena solidarietà). La trasmissione è una misticanza di qualunquismo e guerra tra poveri in salsa nazional-popolare: un fenomeno mediatico che spesso noi sinistrorsi archiviamo con sufficienza, ma è un errore grave da evitare. Infatti l’epico Ugo Mattei decide di mettersi in prima linea e discettare al microfono di  “arricchimento del quartiere” ed “integrazione” mentre gli urlano dalle finestre.  Sembrano mondi lontani, anzi lo sono: esigenze contrapposte, sensibilità inconciliabili, incapacità di calarsi nei panni dell’altro, che esso sia un rom o un residente del pre-collina. Per cui, tornando agli attuali abitanti della caserma Lamarmora, la sfida più grande sarà proprio tener botta nei confronti delle manifestazioni identitarie prossime: sabato mattina ci sarà un sit-in contro l’illegalità organizzato da un crogiuolo di comitati spontanei e destre varie per richiedere lo sgombero immediato. Tra l’altro anche loro, dopo La Repubblica, hanno usato nel volantino la mia foto dell’ingresso di Via Asti con la Vespa rossa in prima fila: almeno in questo c’è par condicio! Il grande evento massmediatico sarà però lunedì sera, quando al “caso dei rom che occupano palazzi vuoti” sarà concesso l’onore del prime time Mediaset, sempre su Rete4, sempre con Del Debbio “indelebilmente dalla nostra parte”, come suole affermare alla fine di ogni puntata.
Data la melassa grondante da questo articolo, per contrastare la violenza e la volgarità di quanto appena descritto, non ci può essere miglior chiusura che tornare all’immagine di Jean Diaconescu, portavoce dei rom, che suggella il clima disteso dell’incontro intervenendo con gli occhi lucidi per affermare semplicemente: “Si può fare, possiamo restare tutti quanti e continuare a vivere qui… insieme!” 

“Nel frattempo” il mio auspicio è sempre il medesimo: andate a farvi un giro in caserma, passeggiate e chiacchierate con tutti, e portate la vostra solidarietà (insieme a qualche bene di prima necessità) alle famiglie di Via Asti. Ne uscirete certamente arricchiti.
Paolo Tex

martedì 3 novembre 2015

OCCUPIAMO L’OCCUPAZIONE: I ROM “SBARCANO” IN VIA ASTI


foto Paolo Tex Tesarin
QUANDO LA REALTÀ SUPERA LA FANTASIA
Che cos’è il genio? Duole ammetterlo, ma nessuno di noi ha mai neanche lontanamente pensato ad un colpo di teatro simile, che potesse sparigliare tutte le carte che da anni sono rimaste immobili sul tavolo del potere torinese.
L’antefatto è molto semplice ma giova ricordare un po’ di storia recente: “LA CITTA’ POSSIBILE – Iniziative a favore della popolazione ROM” è un progetto che il Comune di Torino ha lanciato nel 2013 con la collaborazione di 6 diverse organizzazioni del Terzo Settore tra cui Terra del Fuoco, cioè la principale protagonista (insieme a sindacati e movimenti vari) dell’occupazione attuale di Via Asti. Lo scopo è fornire “percorsi efficaci di integrazione e cittadinanza per 1300 persone di etnia ROM”, in primis coloro che abitano (o meglio abitavano) nel campo sosta di Lungo Stura Lazio abbattuto con le ruspe (RUSPA!) un paio di settimane fa. La giornata della distruzione delle baracche è stato raccontato a tutti i presenti da padri di famiglia con bambini in braccio e da donne anziane con qualche manciata di vite vissute nei loro sguardi: un racconto struggente, che mette paura, che fa scorrere nelle vene un freddo ancora più stordente di quello provato nella riunione all’aperto fatta stasera tra “occupanti rom” ed “occupanti delle associazioni”.
L’obiettivo del progetto non sembra inviso a nessuno: tutti d’accordo nel voler spostare le famiglie in “case vere” al posto delle baracche pericolanti lungo la Stura (che sono, sia ben chiaro, una ghettizzazione imposta e non una scelta di libero arbitrio da parte dei soggetti coinvolti).
Esiste purtroppo un “però”: l’applicazione concreta di tale “percorso” (è un termine che ritornerà spesso nel corso della serata, un uso strumentale di alcune parole-chiave dal quale soleva metterci in guardia il Maestro Luca Rastello) ha portato alcune famiglie direttamente in mezzo ad una strada, privi di documenti risorse cibo e casa. Che fare? Nulla di più semplice: Terra del Fuoco è uno dei soggetti protagonisti di “La città Possibile”, gran parte degli esponenti di Terra del Fuoco sta occupando Via Asti da sei mesi, in Via Asti c’è uno spazio dedicato al “disagio abitativo” (le parole-chiave di cui sopra), queste famiglie stanno chiaramente vivendo un disagio abitativo. La conclusione sillogica è molto semplice: domenica pomeriggio una quarantina di persone di tutte le età, “gli ex abitanti di Lungo Stura Lazio”, arrivano sotto uno splendido sole ai piedi della ricca collina sabauda e decidono di andare a dormire all’interno della Caserma Lamarmora. Non vorrei sembrare insistente, ma la domanda ritorna come un refrain nella mia testa: ma come ho fatto a non pensarci prima? Così, gli amici del “Comitato Via Asti Occupata” si trovano ad “essere occupati” da nuove realtà. Tanto che qualcuno osa affermare “non si occupa un posto già occupato!”, come se esistesse un “galateo delle buone Okkupazioni”. A seguito di tutto questo, il necessario incontro tra i due gruppi nel cortile della caserma nella serata di lunedì.

LA FREDDA CRONACA DELL’INCONTRO
Qui si sta consumando la storia, anzi forse La Storia con la esse maiuscola della sinistra di questa città. Giova innanzitutto ricordare che in tribuna stampa sono clamorosamente assenti i media mainstream di Torino. Eppure parlano spesso di quel che succede qua dentro: come fanno? Ma torniamo a noi: alle 19.30 i rappresentanti del comitato degli occupanti originari escono dalla loro riunione per comunicare alle famiglie presenti il loro responso .”Siamo solidali con la vostra lotta, e capiamo il vostro disagio….però c’è un problema”. Vi avevo avvisato qualche riga più su: c’è sempre un però. Infatti, cito quasi testualmente, la soluzione abitativa nella palazzina occupata non è percorribile perché mancano acqua luce e corrente elettrica (“esattamente come nel campo nomadi dove abitavamo prima!”, rispondono in molti). Proprio a causa di queste mancanze, argomentano, nessuno è stato ospitato in questi primi sei mesi di permanenza qua dentro: vi sono problemi tecnici non risolvibili, per cui nada. E nel frattempo? “Noi stiamo qua, non andiamo da nessuna parte.” risponde perentoria una madre di famiglia, applaudita da un pubblico partecipe (anzi “partecipato” come direbbero molti presenti) . Non sono però d’accordo i ragazzi del comitato, perché tutto ciò non fa parte del “percorso” che avevano deciso mesi orsono; la discussione (il confronto è fermo ma molto pacato e di ampia disponibilità, il fair play va riconosciuto a tutti i soggetti presenti) sembra avviarsi verso una fase di stallo. “Noi non siamo proprietari di questo spazio e non siamo noi a decidere chi sta qua dentro; siamo disponibili ad aiutare ma non siamo i proprietari della caserma” viene ripetuto quasi come forma di auto-convincimento inconscia. Dopo alcune schermaglie sull’ opportunità di affidare (simbolicamente ma anche concretamente) le chiavi del complesso anche ai nuovi occupanti, si giunge all’ intervento provocatorio (nel senso più positivo del termine) del Prof. Ugo Mattei che ha spinto tutti i presenti a buttare il cuore oltre l’ostacolo e tentare una esperienza nuova di condivisione degli spazi e di aiuto reciproco secondo il modello del bene comune di cui il docente torinese è autorevole ed affermato esponente. Dopo altri svariati interventi, la conclusione è ancora affidata alla voce dell’esponente di Terra del Fuoco, che richiede 48-72 ore di tempo per permettere al Comitato Via Asti di decidere sul da farsi, compresa una eventualità (per carità, assolutamente legittima) di fare un passo indietro e sfilarsi dalla gestione della caserma. E’ fin troppo facile immaginare le conseguenze di un tale atto: quanto durerebbe una occupazione di un edificio del pre-collina da parte di famiglie rom (a questa latitudine forse sono già chiamati zingari) prive di un sostegno laterale di associazioni molto più vicine all’ Amministrazione cittadina? Poche ore, al massimo qualche giorno, come accade alle altre simili esperienze cittadine di occupazione di case e spazi abbandonati.

LA SINISTRA E IL SUO FALLIMENTO CITTADINO
Quello cui ho assistito stasera è un dramma, lacerante ed insanabile: settanta persone in tutto a discettare al freddo di occupazioni legittime ed abusive, appaltanti e sub appaltanti, serie A e serie B. Decine di famiglie passate dalla baracca al nulla, di fronte a loro rappresentanti di associazioni cittadine che vivono nel limbo tra l’occupazione e rapporti ufficiali ed istituzionali con l’Amministrazione torinese. E gli altri? Dove sono? Dove stanno le telecamere, i politici, i futuri candidati a Sindaco, i rappresentanti dei corpi intermedi, tutte quelle categorie care alla sinistra italiana: sono a casa davanti alla TV? A svernare al caldo di qualche isola tropicale? Il loro silenzio è assordante, la loro assenza tangibile. Cosa ne pensa per esempio Giorgio Airaudo, indicato come candidato sindaco della sinistra torinese figlia del “modello Via Asti”? E non si ravvisano dichiarazioni “importanti” neanche da parte di esponenti del PD – Partito della Nazione, salvo segnalare un Antonio Ferrentino (Consigliere Regionale PD) in grande spolvero su Facebook che afferma candidamente: “Qualcuno pensava che lasciando Via Asti a Terra del Fuoco si evitava una lista a sinistra. Sono mesi che avevano deciso la lista e ci stanno solo prendendo in giro.” Ecco, la tara e l’importanza elettorale di quanto sta avvenendo è plasticamente sintetizzata in questo commento da social network: nel frattempo, come diceva la donna di prima, “gli ex abitanti di Lungo Stura Lazio” restano in Via Asti e lottano uniti per ottenere una sistemazione stabile, con buona pace degli abitanti della zona. Ah già, esistono anche loro: dall’articolo de La Stampa on-line di ieri sembrano molto preoccupati dall’arrivo dei nomadi. Una ragazza del quartiere (una giovane medico progressista) si è anche manifestata al termine della serata per esprimere una profonda preoccupazione che attanaglia la comunità locale: ma vi rendete conto che un “pittoresco progetto di comunità rom” qua dentro porterebbe alla svalutazione immobiliare della zona? No comment. Con questa aura di tristezza cosmica si chiude la serata: prossimo appuntamento giovedì ore 18.00 per un nuovo tentativo di conciliazione delle occupazioni e di convivenza. 
Paolo Tex

“Nel frattempo”, le famiglie hanno bisogno di coperte, cibo, mobili e qualsiasi altra cosa vi venga in mente: ogni aiuto da parte della cittadinanza è ben accetto.

sabato 1 agosto 2015

SPIFFERI SU TERRA DEL FUOCO E VIA ASTI: CUI PRODEST?

“Compagni ricordiamoci che i nostri nemici stanno a destra, sono i Salvini e i fascisti!”.
All'ombra del "il nemico è la destra", la presunta sinistra in Italia e a Torino fa le peggio cose. Quella presunta sinistra che si comporta da destra e mette in pratica le stesse distorsioni di potere e di sistema: quella che confonde associazioni e movimenti politici, che baratta accordi in incontri segreti a Palazzo Civico per appoggi elettorali che sanno di foglia di fico su un Partito della Nazione versione sabauda che ha bisogno di una sverniciata di rosso per potersi dire progressista.
Di cosa stiamo parlando? Dai, lo sapete tutti, di Via Asti, ça va sans dire. Per avere un piccolo riassunto della situazione, basta leggere l’ultimo articolo di Riccardo de Caria su “Lo Spiffero”.
“Ragazzi, ma quello è qualunquismo di destra! Via Asti è memoria, è mensa sociale, è aula studio, come si fa a criticarla?”.

martedì 28 luglio 2015

Via Asti uguale Cavallerizza. O no?

Sarebbe carino che le seguenti righe non fossero oggetto di alate critiche tipo "affermazioni a un passo dalla Procura".

L'occupazione di via Asti pareva aver preso una via molto positiva. Assegnazione diretta a Terra del Fuoco da parte della proprietà, la Cassa Depositi e Prestiti, con avallo politico del Comune.
Un progetto di assistenza per gli sfrattati la base su cui costruire il futuro.
Bene.
Stonava un po' che l'occupante fosse già assegnatario di vari fondi per progetti sul territorio, e che l'ex presidente Michele Curto sia oggi un valente esponente della maggioranza.
Un conflitto di interessi.

venerdì 3 luglio 2015

Quando lo sfratto è dietro l'angolo


Camminando per le strade della città, s'incontrano qui e là persone che dormono sui marciapiedi. Ricordo che una volta, da bambina, stupita dalla cosa, chiesi a mia madre perché quelle persone dormissero così, buttate lì, per la strada. Lei mi rispose che purtroppo non avevano una casa.

Per tanti anni, durante l'infanzia, pensai che io non avrei mai voluto dormire in mezzo a una strada. E ricordo ancora oggi con quanta gioia quella notte m'infilai sotto le coperte, felice di andare a dormire nel mio letto. Una cosa strana, perché ero solita, invece, fare storie.
Oggi ho trent'anni e ancora adesso ogni volta che rientro a casa incontro due o tre persone che passano la notte in strada, persone che noi chiamiamo "senza tetto". Adesso però la domanda che mi faccio è un'altra: quale differenza c'è tra me e loro? Io che a stento ho un reddito, che se dovessi camminare sulle mie gambe da sola non ce la potrei fare.
Penso che il nocciolo di ciò che ci distingue sia la fortuna, tramite cui la vita ci dà o ci toglie.
Io ne ho molta, perché la mia famiglia mi sostiene e aiuta a fare ciò che desidero, nel limite del possibile. La chiave sta tutta in quello: se non ci fosse lei, la famiglia, anche io a quest'ora sarei una senza tetto. E non provo vergogna alcuna a dirlo, perché è un semplice dato di fatto.
Il mondo in cui viviamo è esplicitamente spietato. Se qualcosa va storto, è un attimo perdere il lavoro, non potersi più permettere di pagare l'affitto o il mutuo e ritrovarsi alle interminabili code dello Sportello abitativo del Comune. Che a Torino pare funzioni parecchio male, ma lo stesso accade anche a Milano, Genova, Firenze, Roma, Napoli, Palermo e in tante altre città.
Insomma in quest'Italia pare non ci sia spazio per chi incontra difficoltà sul proprio cammino.
A rincarare la dose ci si mettono poi il Governo Renzi e la politica degli sfratti, che viene applicata come fosse il verbo.
A Torino sono più di 75.000 gli appartamenti vuoti, più di 4.500 le famiglie che nell'ultimo anno sono rimaste senza casa. E ogni settimana il tribunale mette all'asta circa 300 appartamenti alcuni dei quali partono da una base d'asta di un valore minimo (ridicolo?) di 5.000 euro: possibile? Da questo punto di vista la Torino città del grande evento è il peggior esempio in Italia come qualità di cura e tutela dei propri cittadini.
Questi sono dati che nessun sindaco che si ricandida sventolerà mai durante la  campagna elettorale, ancor meno uno come Piero Fassino che regge il gioco renziano in maniera esemplare.
Per cercare di dare una possibilità concreta a tutte queste famiglie in emergenza abitativa ci sono gli sportelli "non autorizzati", come il Prendocasa del Centro Sociale Askatasuna ad esempio, il quale di recente ha occupato, con più di 30 nuclei famigliari composti da genitori e figli (molti di loro davvero piccini),  uno stabile in via Bardonecchia 151 ridenominato Spazio Popolare Neruda.
Ma non si tratta di un edificio qualunque. Lo stabile è stato di proprietà del Comune di Torino fino al 2013, quando l'ente ha deciso di venderlo alla Cassa Depositi e Prestiti, società per azioni finanziaria partecipata dallo Stato all’80% la quale a sua volta lo ha messo in vendita, con ben tre aste pubbliche andate però deserte. Ora l'immobile è vuoto da ormai qualche anno e in preda agli evidenti inizi di decadenza strutturale. Si presenta dinnanzi ai nostri occhi quindi l’ennesima speculazione, nonché l’ennesima immensa contraddizione:  da un lato gli stabili sono vuoti e dall’altro ci sono persone senza casa.
Le famiglie che ora vivono in via Bardonecchia 151, dopo un lungo percorso ricco di sfortune e disperazioni, hanno di nuovo un posto in cui poter riprovare a sorridere, riposare e  fare nuovi progetti.
C'è chi dice che l'uomo senza progetti muore. Com'è possibile, mi chiedo io, infatti, progettare se si è costretti a dormire in un'auto o per strada?
La vita però non è solo fatta di fortuna o di sfortuna, ma anche di possibilità negate: e oggi, nel 2015, ci troviamo di fronte a un neoliberismo sfrenato che indebolisce sempre di più chi già è  debole e  rafforza e arricchisce chi invece ha davanti a sé molte possibilità di sviluppo personale.
Così nella nostra città, in questi giorni, sulla vita di quelle famiglie che allo Spazio Popolare Neruda con fatica hanno trovato un posto in cui ricominciare a immaginare un futuro, pende la minaccia di uno sgombero ventilato dalla Prefettura. Con quale pretesto poi: la mancanza, nella struttura, dell'acqua, un bene comune basilare ma negato a chi già non possiede nulla.
E' dunque questa la politica cittadina cui ci troviamo di fronte, fatta da volti che si nascondono dietro a un dito: e spingere per uno sgombero con un pretesto del genere anziché farsi carico del fatto oggettivo che queste famiglie necessitano di una casa in cui vivere, è un atto volgare.
Così la ruota riprende a girare, per cui chi già non ha nulla poi si ritrova nuovamente senza un tetto e senza prospettive.
Ultimamente mi domando in che modo si può contribuire per cercare di fermare tutto questo e chissà che qualcuno di voi possa sentire sue le mie parole. So che ogni giorno si può andare allo Spazio Popolare Neruda per svolgere delle attività che aiutino quelle famiglie, so che si può lottare contro questa amministrazione comunale e contro questo Stato che si approccia alle persone come fossero oggetti. E francamente penso che siano gli unici strumenti vivi che tengano alto il livello di auto-determinazione, che deve essere tale come contrapposizione all'austerity che ogni giorno, sempre più totalizzante, si para dinnanzi alle classi più povere.
Sabato 4 luglio pomeriggio, alle ore 17.00, è stata indetta una manifestazione che percorrerà le vie del quartiere Pozzo Strada, per dare voce alle famiglie che già vivono in via Bardonecchia 151 e anche a tutte le altre che ogni giorno sono vittime di sfratti.
Essere presenti a questo appuntamento, anche se si possiede una casa, è un gesto di responsabilità importante e spero che come me ci sarete anche voi perché la casa è un diritto fondamentale.
Roberta Bonetto


Comunicato dello Sportello Prendocasa  
Pochi giorni fa avevamo dato notizia della nuova occupazione di uno stabile in via Bardonecchia 151 a Torino, che da spazio abbandonato da tempo è diventato una casa per decine di famiglie sotto sfratto o in difficoltà economiche. In questi giorni sono iniziati i lavori di ristrutturazione per renderlo abitabile, nell’ormai consueto silenzio assordante delle istituzioni che in una delle città col più alto numero di sfratti annuali continua a nascondere la testa sotto la sabbia e a mandare avanti la forza pubblica invece che prendersi le proprie responsabilità di fronte a un’emergenza abitativa dilagante. 
È infatti notizia delle ultime ore che la Prefettura di Torino starebbe procedendo per autorizzare e organizzare lo sgombero della palazzina con la scusa della mancanza di acqua corrente, rimettendo così per strada decine di famiglie, molte delle quali con bambini piccoli. Una decisione inaccettabile e irresponsabile di fronte alla quale le famiglie occupanti, assieme allo Sportello Prendocasa, hanno già annunciato di volersi opporre.
Una decisione che puzza inoltre di speculazione, poiché è noto che il Comune di Torino, per coprire i disastrosi buchi di bilancio, ha intenzione di procedere a una nuova ondata di vendita e cartolarizzazioni di stabili di sua proprietà alla Cassa Deposito e Prestiti, che detiene tra gli altri anche l’edificio occupato di via Bardonecchia. 
Per opporsi allo sgombero gli/le occupanti invitano ad attraversare e conoscere lo spazio e portare solidarietà. Da domani si apriranno tre giornate di iniziative che culmineranno in un corteo per le vie del quartiere sabato 4 luglio, con appuntamento alle 17 davanti allo spazio popolare Neruda – Pozzo Strada.
Per maggiori informazioni rimandiamo alla pagina dell’occupazione, mentre per chi volesse sostenere lo spazio servono materassi e materiale per la cucina. Basta sfratti, basta sgomberi! Difendiamo lo Spazio Popolare Neruda, casa per tutti/e!


Spazio Popolare Neruda su Facebook

                                                                                                 

giovedì 14 maggio 2015

Via Asti, l'inizio della rottura tra Pd e Sel? Intervista a Michele Curto


L’occupazione di Via Asti incontra encomi universali. Ma, come molti sanno, dietro le dichiarazioni ufficiali si celano profondi dubbi in vaste parti dell’opinione pubblica della città. In calce all’appello mancano firme pesanti di sinistra: evitiamo i nomi ma tutti sappiamo di chi si parla.
E non perché, come Curto retoricamente suggerisce “chi critica è di destra”. Semplicemente perché tutti conoscono il ruolo di Terra del Fuoco nelle gare di appalto e nelle assegnazioni dirette di questa città.
Ne abbiamo parlato direttamente con Michele Curto.
Giudicate voi. (S.T.)


Via Asti porta alla rottura tra PD e SEL per il 2016?
L’arrivo della primavera ha il profumo inebriante dello scorrazzare per le strade della collina a bordo della mia splendida Vespa old style rosso fiammante. Destinazione di stasera la caserma occupata di Via Asti, per cui il sottofondo combat rock nelle orecchie è d’obbligo, giusto per immedesimarsi ancor di più nel protagonista adolescenziale di Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Appeso al balcone di questa ex sede dello sterminio c'è un grande striscione. Segni di militanza e ribellione. Poi ti togli il casco, spegni la musica, e ti accorgi che l’immaginario stereotipato anni 90 (gli stessi nei quali lessi il famoso libro di Enrico Brizzi) qui dentro è un po’ (tanto) sfumato.

Provo a rimanere nel personaggio, passeggio per i “resti” di questo luogo storico, seguo la freccia “memoriale” finché non arrivo al cospetto della Storia: il muro delle fucilazioni fasciste, ove persero la vita parecchi partigiani, coloro che per la libertà lottarono veramente e totalmente. Banale forse, un po’ meno quel brivido freddo che ti corre lungo la schiena, che ha l’olezzo di morte, bruciato e piscio, quella sinestesia di odori ed immagini di guerra resistente che mi balenano in testa in questi pochi stordenti secondi. Questo ha forse poco (o nulla a seconda dei punti di vista) a che fare con quanto succede oggi qui in Via Asti e altrove, ma è stato un pezzo della visita che mi permetto di suggerirvi, a prescindere. Nel corso del dibattito aperto si è parlato anche di Memoria e di presunto utilizzo di essa: difficile dire chi possa veramente permettersi il recupero storico di quei valori e della “pratica partigiana”. Parole altisonanti che rimbombano nella mia testa in attesa dell’inizio dell’Assemblea pubblica.

INCONTRO COMITATO VIA ASTI-SINDACO FASSINO: COME E’ ANDATA?
L’Assemblea inizia con Oliviero Alotto, Presidente di “Terra del Fuoco”, che descrive l’incontro delle ore 18 in Comune con Fassino: è andato bene, così bene che il Sindaco si è dimostrato disponibile e privo di contrarietà nei confronti dei progetti presentati dal “Comitato Via Asti”. Progetti come l’ aula studi, la mensa sociale pomeridiana ed il contrasto al disagio abitativo. La risposta più importante del primo cittadino nonché Presidente dell’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni) e quindi membro della Cassa Deposito Prestiti (la CDP è attualmente proprietaria dell’immobile) è stata dimostrarsi disponibile alla creazione di un Tavolo di confronto che metta insieme Comitato degli occupanti, Comune di Torino e CDP. La (anomala a detta di tutti) benevolenza dell’interlocutore (siamo sicuri che sia veramente lui?, N.d.A) e soprattutto il cambio di atteggiamento dopo le dure dichiarazioni inziali e le minacce, si è concretizzata con la volontà di Fassino di “fare un giro” in Via Asti come segno di riconoscimento del soggetto come entità con cui discutere, dopo che aveva declinato il primo invito rivolto via video dai ragazzi di Terra del Fuoco e dal partigiano Segre. Secondo gli occupanti le parole andranno verificate con i fatti, e si potrà capire se non è gioco delle parti solo dopo l'incontro con Cassa Depositi e Prestiti.
A seguire, l’intervento di una rappresentante CISL (ammetto il mio personale imbarazzo nel sentire questa sigla affiancata ad una occupazione cittadina, ma sono sicuro di non essere l’unico interdetto), presente all’incontro col Sindaco, che ha voluto sottolineare la primazìa del “disagio abitativo” come punto essenziale da affrontare (in contro-tendenza a social housing e residenze universitarie previste ivi dal Comune). Insomma, un clima disteso e sostanzialmente unanime tra rappresentanti politici, sindacali e sociali (tanta CGIL e FIOM, ANPI, associazioni torinesi, oltre ai molti ragazzi di Terra del Fuoco e del Treno della Memoria e del quartiere), spezzato da un intervento “di rottura” che, per dirla in breve, ha accusato l’occupazione di avere “odore di borghese”(*) e una vicinanza sospetta con l’establishment dei corpi intermedi (questioni che affrontiamo nella intervista a Curto qui di seguito): la provocazione non viene colta (e per me in versione blogger d’assalto è un peccato) se non da alcuni giovani occupanti che intervengono per esprimere la loro genuinità (il cui anagramma per alcuni malpensanti è “ingenuità”) e rimandare al mittente le accuse.
Da segnalare l’endorsment di Rifondazione Comunista, che nella veste del Segretario Provinciale Locatelli ha sottolineato la necessità del dialogo con tutte le realtà che fanno azioni concrete sul territorio. Ed è proprio il contenuto sociale ad esser stato messo in risalto negli interventi successivi, nei quali si sono ribaditi i concetti di “mensa liberata” (probabile inaugurazione il 20 maggio per chi fosse interessato), di comunità aperta al quartiere ed alla città, e di “chiamata pubblica” alle associazioni che vogliono parteciparvi.
Ai dubbi e perplessità che mi sono sopraggiunti nel corso di questo dibattito ha risposto Michele Curto, Consigliere Comunale di SEL e “rappresentante storico” dell’Associazione Terra del Fuoco in una intervista a fine assemblea che pubblichiamo qui di seguito.


BOTTA A RISPOSTA CON MICHELE CURTO

1)    Appreso dall’Assemblea l’andamento generale dell’incontro con Fassino, proviamo ad entrare nel merito di alcune questioni specifiche: Via Asti è al momento proprietà privata della "Cassa Depositi e Prestiti" S.p.A. . Come pensate e proponete che venga restituita al pubblico?
Il tema al centro del dibattito non è solo pubblico/privato, dato che Demanio e CDP sono enti di diritto pubblico, con la differenza che la CDP è un soggetto remunerativo: ha bisogno di “incassare”, e questo ci pone anche la problematica “tempo”. Dovremo essere veloci e fare proposte concrete per evitare il “rischio Cavallerizza”, ove l’occupazione è arrivata dopo sette anni di cartolarizzazione “da scomputare”, cioè ci sono gli oneri finanziari generati dai prestiti bancari da remunerare. Via Asti è forse situazione ancora più complessa perché è uno spazio di difficile utilizzo e destinazione, anche per la stessa Cassa Depositi e Prestiti, con il mercato immobiliare fermo l'operazione di vendita dal Demanio alla CDP assomiglia più ad un’operazione di maquillage finanziario che alla valorizzazione immobiliare, rischiando di condannare la caserma ad altri anni di abbandono. La nostra richiesta è quella di dare un “alto contenuto pubblico” alla ex caserma in qualsiasi ipotesi di trasformazione futura e di poterla utilizzare da subito per le esigenze sociali della città riaprendola e rendendola visitabile e fruibile.

2)    Domanda provocatoria: non è giunto il momento di decidere da che parte stare? Pensi che i cittadini e prossimi votanti per Comune/Sindaco premieranno questa scelta di occupare caserma e sedia in Consiglio?
Ho passato quattro anni a sentirmi dire da qualcuno che da un lato non ero abbastanza efficace, dall’altro che non ero abbastanza “radicale”, frutto di rapporti di forza che sono quelli che sono (2 su 40) e di un quadro politico nazionale mutato, si pensi all'involuzione del PD. Il punto focale di oggi è la “radicalizzazione sociale” e le sue pratiche dalla quale discende quella politica: esempio lampante ne è proprio questa vicenda. È dal 2012 che parlo di demanio militare a scopo abitativo: quando vedi che, nonostante tu sia riuscito a far approvare atti da te proposti dal consiglio comunale, nulla succede e questi rimangono lettera morta, allora diventa naturale andare alla ricerca di altre vie; l’occupazione di questi giorni rappresenta a livello personale la volontà di costruire un’altra scena, di pratica sociale diversa da quella squisitamente politica e dalla rappresentanza fine a se stessa. Altra cosa è la valutazione politica: siamo partiti nel 2011 entrando nella Giunta di centro-sinistra con l’obiettivo di allora di sconfiggere Berlusconi e cambiare l'Italia dalle città. Di fronte ad un panorama nazionale completamente cambiato, SEL oggi sta all’opposizione di Renzi è necessario valutare presto se seguire la stessa strada anche a livello locale come conseguenza del cambio di prospettive.

3)    Il "Regolamento  del  registro  delle  associazioni"  della  Città  di Torino  cita:  "Qualsiasi associazione,  anche  se  priva  di  personalità  giuridica,  ha  diritto all'iscrizione nel Registro, purché non abbia scopo di lucro ed i fini perseguiti e le attività svolte siano conformi alla Costituzione ed alle Leggi.". Come si concilia il finanziamento a Terra del Fuoco con l’occupazione odierna?
Il tema è divertente perché è paradossale come certi temi usati dalla propaganda di estrema destra (Marrone e leghisti assortiti) vengano recuperati a sinistra e utilizzati da una parte del Pd (vedi odg approvato dalla circoscrizione 8). Terra del Fuoco è da sempre la mia comunità di riferimento, a cui non cesso di appartenere seppur senza nessun ruolo, trovavo sbagliato fingere che su una azione sociale e politica fossimo cose diverse, trovo legittimo e doveroso metterci la faccia e sbagliato regalare una piccola ipocrisia, quando ce ne una grande da stanare: come quella di Fassino contemporaneamente Sindaco di Torino e membro della Cassa Depositi e Prestiti, cioè istituzione Comune interessata alla conservazione ed utilizzo di via Asti ed acquirente con il compito di svolgere una valorizzazione immobiliare. Se una associazione mette a rischio i finanziamenti per perseguire alcune pratiche sta dimostrando indipendenza ed autonomia dalle istituzioni, le organizzazioni sociali che compongono il comitato di via Asti, stanno con uno scatto di reni provando a disegnare un percorso autonomo e libero, finalizzato a contrastare la “destrutturatore della società” e chi la persegue come Renzi. Noi vogliamo e ricerchiamo aggregazione sociale, che è l’esatto contrario di quanto sta facendo il nostro Governo Nazionale.

4)    La vulgata dei quotidiani mainstream sembra voler distinguere tra “occupazioni buone” e “occupazioni cattive”. Per chi come te si è speso a favore di occupazioni come Cavallerizza ed è vicinissimo alle tematiche sui migranti dell’ex-MOI, non è imbarazzante ritrovarsi come “protagonista involontario” di questa cesura netta tra le diverse esperienze sociali presenti oggi in città?
Questa distinzione è puro artifizio giornalistico. Il fatto che “soggetti nuovi” ed anomali seguano la via dell’occupazione non fa che rendere ancora più valide le esperienze simili pre-esistenti, con le quali noi dialoghiamo attivamente. Il vero problema consiste nel non farsi dividere al nostro interno: è vero che questa è una occupazione meno conflittuale ma noi di qua non ci siamo mossi, anche davanti alle minacce, non siamo dei duri ma siamo certamente dei fermi, nonostante la macchina di Sicuritalia giri costantemente qua dentro. Rifiutiamo l’etichetta di occupazione buonista perché qui facciamo attività sociale quotidiana e proviamo ad instillare il dubbio nel cittadino. Respingo in modo forte e chiaro la distinzione buoni/cattivi, così come non credo che sia da rifiutare il forte sostegno istituzionale ma anzi da utilizzarlo in diverse forme. Mi trova per esempio molto d’accordo l’articolo di Livio Pepino su Il manifesto che avvicina le esperienze di Via Asti e di Assemblea Cavallerizza, mettendole su uno stesso piano di importanza e legittimità. 

5)    Gestione privata e privatistica della intera caserma di Via Asti, con un piccolo spazio (o “riserva indiana”) destinata alle funzioni sociali a gestione Terra del Fuoco. Cosa mi risponderesti?
E’ un legittimo dubbio già superato dai fatti nel momento in cui si è creato un Comitato che vede al suo interno una composizione composita che va dai Sindacati alle associazioni ambientaliste, dall’ARCIGAY a chi si occupa di disagio abitativo. Nei primi dieci giorni poteva sembrare una “occupazione di rappresentanza” per guadagnarsi uno spazio, ma ora è evidente la nascita di un qualcosa di composito e più complesso: il punto è aprire via Asti alla città e farne una leva di pratiche sociali, conservandone la memoria storica e attualizzandola, non ritagliare la riserva indiana di qualcuno.

6)    Stessa domanda finale che posi in relazione alla Cavallerizza: chiudi gli occhi ed immaginati la caserma di Via Asti nel futuro, diciamo tra 5 anni. Che tipo di proprietà ci sarà e come verrà gestita?
La proprietà sarà CDP e già sarebbe un bel risultato perché significa che non è stata rivenduta a terzi, ma anzi che la CDP avrebbe finalmente svolto la propria funzione pubblica. 
Mi immagino una zona riservata alla Memoria, la presenza di visite guidate interattive, come dice Bruno Segre una depandance del Museo della Resistenza (come discusso per tutti gli anni 90), spazi per gli importantissimi archivi della Resistenza e degli istituti storici, una vasta aula studio affiancata da residenze universitarie, uno spazio per il disagio abitativo ed una parte riservata alle associazioni, grandi e piccole, alla ricerca di un luogo ove esprimersi ed operare liberamente. Questa è la mia visione della Via Asti del futuro, ed è un progetto secondo me ampiamente fattibile.
Paolo Tex


(*) Ringrazio la mia compagna Paola per la citazione colta presa da un film francese



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