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mercoledì 23 ottobre 2019

QUANTO IL PROGETTO APPENDINO DIFFERISCE DAL PROGETTO PASSONI?

Potrebbe diventare un fulmine a ciel (quasi) sereno l’ articolo di Paolo Coccorese di oggi che illustra alla cittadinanza l’ ipotesi di masterplan relativo a Cavallerizza. Il 31 ottobre il progetto verrà presentato a CDP (Cassa Deposito e Prestiti), e non sappiamo se e quando verrà presentato alla cittadinanza (a proposito di trasparenza e partecipazione).

Un puzzle ben disegnato dall’architetto Agostino Magnaghi (un nome che ritorna spesso nei progetti relativi al bene patrimonio UNESCO) in cui si “intravedono” benissimo le mani sulla città: Compagnia di San Paolo (ancora tu, ma non dovevamo vederci più?), Cassa Depositi e Prestiti e CCT, la società di cartolarizzazione di Torino che sembra essere il vero nodo gordiano del
la vicenda fin dal 2015.
Immagine presa dal Corriere della Sera, 23/10/2019

Recuperiamo proprio da un nostro approfondimento di quell’ anno il suo ruolo nella vicenda e la nascita della società:

“L’attore terzo che entra in scena è la CCT, “Cartolarizzazione Città di Torino” s.r.l., creata a novembre 2010 dal Comune stesso ma che, stando a quanto afferma Passoni (Assessore Bilancio), agisce in autonomia completa. In realtà i membri del Consiglio d’Amministrazione della Società sono nominati dal Comune, quindi è facile immaginare che il Municipio mantenga perlomeno un ruolo di indirizzo politico. Nell’atto costituivo della Società, si specifica che la sua nascita “ha per oggetto esclusivo la realizzazione di una o più operazioni di cartolarizzazione dei proventi derivanti dalla dismissione del patrimonio immobiliare del Comune di Torino”: non è quindi una sorpresa che i nostri governanti, sotto la stringente necessità di andare a coprire il passivo dei conti pubblici locali, cerchino maldestramente di fare cassa attraverso la vendita (o svendita?) dei gioielli storici del suolo cittadino. Era già tutto previsto ed organizzato alla perfezione, negli stessi giorni del 2011 in cui Fassino lanciava lo slogan “Torino Bene Comune”. 
Nel nostro caso specifico, il Comune ha ceduto il complesso alla CCT in cambio di un anticipo di cassa di 10 milioni di euro: tale Società dovrà ora occuparsi di vendere il bene al fine di rientrare dell’investimento fatto. Peccato che due aste siano già andate deserte, e così ora si va alla ricerca del miglior offerente.  “

Insomma i famosi 11 milioni che si cercavano all’ epoca per “riscattare” il bene cartolarizzato per quattro spiccioli ma che non si trovavano da nessuna parte. Nei seguenti link (qui e qui ), trovate delle succulenti nostre vecchie interviste proprio di quell’ anno, quando l’ allora Assessore Gianguido Passoni presentava un progetto che stamattina ci è ritornato in mente leggendo la cronaca odierna del Corriere della Sera: quanto dista e quanto potrebbe distare dal vecchio masterplan la proposta della Giunta Appendino? Eppure l‘ allora consigliera di minoranza sembrava maggiormente propensa alla partecipazione e a percorsi partecipativi deliberativi ieri rispetto a oggi: cosa è cambiato in questi quattro anni? 

Giusto per continuare il parallelismo con quattro anni fa (il recupero dello speciale “DALLE STALLE ALL’OSTELLO” ci ha fatto ritornare alle nostre origini) vorremmo umilmente ricordare che l’origine di tutto ciò non sta nell’ occupazione (a prescindere dal giudizio che si voglia dare su di essa), né tantomeno nei troppo frequenti incendi (cosa ovviamente gravissima), né forse nei percorsi a zig-zag delle diverse Amministrazioni che rimbalzano tra benicomunisti (qua l’ottimo lavoro e approfondimento che stanno facendo gli amici di Assemblea21), fondazioni bancarie (sembra che nel masterplan vi sia lo studendato di Camplus, una diramazione di CL) e quel SISTEMA TORINO che ha cambiato interlocutori ma non ha certo cambiato il fine di appropriarsi di tutti gli immobili possibili della città (ex MOI ultimo esempio di “sgombero dolce” e ritorno dei beni a chi di dovere).

L’ origine del tutto sta nel DEBITO soffocante che trasforma l’ attore politico che guida le Giunte in un amministratore di condominio, che prima capisce (e Appendino l’ha capito ben presto) che è altrove (cioè banche e relative fondazioni) che detengono in una mano il borsellino coi risparmi e nell’ altra il welfare della città (sabato il Rapporto Rota ci dirà in che percentuale quest’ anno) ed è a loro che bisogna affidare gli immobili torinesi, pena il fallimento della città tutta.

Per cui, se una battaglia vogliamo fare (lo diceva anche Appendino nella succitata intervista del 2015) è quella sulla rinegoziazione nominale del debito (non la finta ristrutturazione dell’ attuale Assessore Rolando): altrimenti, come sono soliti dirci i politici di turno, TINA, cioè There Is No Alternative, come disse Tatcher con una straordinaria visione profetica quarant’ anni fa.

giovedì 25 ottobre 2018

RAPPORTO ROTA 2018: USCIRE DAL LABIRINTO DELLA VISION?

INTRODUZIONE: TURISMO E CULTURA NON SALVERANNO IL MONDO

Quale miglior inizio di un rapporto statistico su Torino se non quello di presentare un grafico impietoso sulla relazione tra “turismo e cultura” e il lavoro stabile da essi generati? Ecco qua il primo grafico: retribuzione sull’ ascissa, e stabilità del posto di lavoro sull’ordinata. Il turismo era a sinistra, la cultura addirittura in basso a sinistra, che tradotto dal linguaggio NERD all’ italiano significa che cultura e turismo producono lavoro malretribuito e precario.





Maggiore ilarità ha generato il grafico relativo al calo dei visitatori nei musei, particolarmente accennato nel primo anno domini Appendino: per quanto serva altro alla città per sopravvivere dal punto di vista economico, è questo certamente uno dei grafici più aggiornati (non è una critica a Davico e compagni anzi, non oserei mai dato che per noi il Rapporto Rota è una Bibbia) che ci permette di valutare l’ operato di questa Giunta. Ormai siamo in tanti a dire che turismo cibo e cultura non bastano “per uscire dal buco della crisi” (vedi dichiarazione di Stefano Firpo di Industria 4.0) ma non può essere la confusione nella comunicazione dell’ Amministrazione a creare questo nuovo slancio: a metà mandato la Giunta Appendino deve decidersi e indicare una direzione (“sbagliare forte!” come diceva un mentore cestistico di fronte alle esitazioni dei giocatori). Volete continuare a elencare gli eventi del weekend come segno di salute della città o preferite confutare nettamente la “città luna park” e proporre una “alternativa chiara”? Al momento non si è ancora capito, e lo stesso dossier olimpico era una misticanza di concetti e parole-chiave tra essi molto lontani.


Dato che si è citato il cibo, passiamo subito al tema “foodification della città” e trasformazioni delle destinazioni dei quartieri della città in tal senso, vedi Porta Palazzo: la preponderanza del quadrato “ristoranti” parla da solo, e riassume perfettamente la retorica della Capitale enogastronomica che questa Giunta sta addirittura esacerbando rispetto a quelle precedenti. Passando ai freddi dati statistici, per numero complessivo di imprese che offrono servizi di alloggio e ristorazione, Torino si colloca al quarto posto nel panorama delle città metropolitane, in linea con il peso della sua popolazione. Illuminante che il 94% di esse appartenga all’ ambito del cibo, e sono perlopiù ristoranti: le imprese che guadagnano di più sono, udite udite, Eataly, Smart (licenziataria del marchio McDonald) ed Eutourist Now (se il nome vi dice qualcosa è dovuto al fatto che fu inizialmente una delle vincitrici del bando ai Murazzi).

In tema di ricettività turistica, per quanto nell'ambito dei posti letto disponibili la crescita torinese si attesti in una posizione intermedia coerente con la sua grandezza e il suo posizionamento nella scala turistica, il Rapporto segnala (ripreso ovviamente in pompa magna da La Stampa) una mancanza di alberghi a cinque stelle (nonostante la presenza di una Giunta a 5 Stelle, scusate la battutaccia).
La domanda sorge spontanea: davvero la cittadinanza torinese dovrebbe avvertire questo bisogno? Eppure quelli già esistenti non sembrano andare a gonfie vele, e il turismo luxury è inevitabilmente indirizzato verso Milano, e in parte verso le altre mete storiche italiane. Comunque non disperiamo, l’ ex Palazzo RAI e la vecchia Porta Susa saranno destinati proprio a questo tipo di clientela, ed è stata proprio questa Giunta a promuovere questa trasformazione, rilanciandola recentemente in Sala Rossa come uno dei propri successi urbanistici di maggior vanto.

Se si parla di turismo, non si può non citare Airbnb: 140.800 turisti hanno utilizzato l’ App nel 2017, per una permanenza media di 3,1 giorni. Ogni host ha guadagnato in media 2000 euro l’anno, e il 70% di essi ha offerto in affitto l’ intero alloggio (e non la singola camera): dato che i nostri lettori conoscono la nostra critica alla platform economy, non ci ripetiamo in questo articolo, data anche l’esiguità dei dati a disposizione. Sarebbe infatti interessante sapere quali sono i picchi di guadagno per singolo host e quale e quanta la concentrazione di alloggi in poche mani di medio grandi proprietari immobilitari. E’ un tema certamente ancora acerbo a Torino, ma che non per questo va sottovalutato (le lotte anti-turistification nelle metropoli medio-grandi d’ Europa sta diventando tema mainstream nei mezzi di informazione); inutile dire che la maggior parte dell’ offerta è situata nel centro città, per quanto il dossier olimpico si arrovellò nel tentativo di trasformare ogni quartiere torinese in un potenziale covo di affittacamere online.

Insomma il turismo non sfonda, e il binomio creato con “arte e cultura” fa ridere per non piangere nel corso della mattinata:


“lotterie scommesse”, “parchi tematici”, “fiere e congressi” (voce turistica molto più importante di quanto si possa immaginare) e “discoteche sala giochi” sono le voci macroscopicamente più rilevanti ne settore “cultura e tempo libero”, mentre l'arte incide davvero marginalmente per numero di lavoratori addetti nella città metropolitana. Per quanto il valore aggiunto generato dalla cultura sia molto elevato a Torino (terza dietro Roma e Milano) le altre voci relative al tempo libero sembrano comunque “andare via di tacco”: per dirla con una battuta sentita in sala, Juventus e concerto di Vasco Rossi sembrano essere nei fatti più efficaci (escluso il Salone del Libro che ha storicamente un record certificato di ricadute economiche sul territorio).

LE NOTE DOLENTI: SERVIZI E MANIFATTURA

Senza voler fare la cronistoria della città, tutti sappiamo che negli anni ‘2000 il riorientamento fu dovuto ad alcune tendenze esistenti già da parecchi anni (e non dovuto a un decilno improvviso causato dall’ arrivo delle cavallette pentastellate, per quanto da noi frequentemente criticate su queste pagine): il ritardo cronico di Torino nel settore servizi risale agli anni ’80 (in USA ed Europa erano già preponderanti in termini di PIL)
e la rarefazione della manifattura è il vero vulnus economico che non sappiamo ancora come ricucire. Per ritornare al titolo: qual è la nuova visione per uscire dal labirinto?

I numeri (purtroppo) non mentono mai, e il bilancio post-crisi del 2008 è agghiacciante: il numero di società attive nel torinese è diminuito drasticamente (le chiusure sono state superiori alle aperture in ognuno degli anni esaminati), con picchi negativi per il settore delle costruzioni (-8,3%), e per il manifatturiero (-5,8%). Come se non bastasse,
Torino raggiunge un altro dei suoi ben pochi invidiabili record: la peggior performance tra le città metropolitane nell’ ambito del terziario privato (-2,9%). Siamo infatti una delle poche città che non hanno saputo generare una crescita del valore aggiunto in ambito terziario per compensare il calo negli altri settori. Un bagliore arriva paradossalmente dal comparto a più elevato contenuto di valore aggiunto, quello dei servizi innovativi e alle imprese, dove Torino arriva seconda tra le città metropolitane (ovviamente dietro Milano, tanto per alimentare il tormentone della competizione a due).

Magra consolazione per Chiamparino e soci (artefici chissà quanto consapevoli di questo modello di città) è l’ esaltazione della platea per il termine TAV, ripetuto sei volte tra gli applausi: stupisce il sottoscritto quanto la Grande Opera sia sostenuta con vigore anche da Luca Davico e gli altri, attraverso la presentazione di grafici relativi al traffico merci. A loro modo di vedere il buco nella montagna è l’ unica possibilità (insieme al Terzo Valico) di “contrastare” la concentrazione del traffico su Milano. Lo stesso rapporto statistico indica nel  2029 come data di possibilità inizio di esercizio dell’ Alta Velocità: quel che però maggiormente stranisce è la sensazione di accanimento verso gli oppositori dell’ opera, come se in tutti questi anni (aldilà della nostra adesione e stima infinita al Movimento NO TAV) ci fosse stato qualcun altro al Governo di Città-Regione-Stato e vi siano forze oscure del male che impediscono loro di proseguire sul cammino tanto desiderato.
 Sempre in ambito di commercio e logistica, da segnalare Caselle classificato dodicesimo tra gli aeroporti italiani nel traffico merci: -68% dal 2000 a oggi. Se a questo aggiungiamo lo scarso appeal (per usare un eufemismo) come hub turistico, sembrano più che giustificate le recenti “lamentele” di tutta la Sala Rossa nei confronti del CdA della società del nostro aeroporto.

Nel frattempo, giusto per togliere il sorriso ai pentastellati in ascolto, non sembra subìre inversioni la tendenza alla chiusura, specialmente a Torino rispetto alla cintura, dei negozi di vicinato a favore di una sempre maggiore porzione di territorio destinata alla grande distribuzione organizzata. Sebbene tutto ciò faccia pensare all’ e-commerce come terzo che gode, al momento non sembra essere questa la via del futuro prossimo torinese, che vede anzi le proprie piccole medie aziende incapaci di competere sul “mercato parallelo” internauta.

Insomma c’è ben poco da sorridere e da restare allegri, ma vogliamo chiudere con una nota positiva. Il settore ICT viaggia con buoni indici di crescita e stabilità occupazionale nel torinese, e potrebbe ben saldarsi con le iniziative di “industria 4.0” che potrebbero sorgere sul territorio: una magra consolazione, ma da qualche parte bisogna pur ripartire e chissà che il connubio tra servizi e manifattura di alto livello (come più volte ribadito nel corso della mattinata) non possa essere davvero la chiave per uscire dalla “percezione” (termine ripetuto settecentottantamila volte in tre ore) di una città maldestramente focalizzata sul già citato trinomio “turismo-cultura-cibo”.

CONCLUSIONE

Torniamo agli “umori” della sala di sabato mattina: da segnalare che l’ intervento sembrato più “centrato” e concreto è stato quello di Dario Gallina dell’ Unione Industriale, unico tra le altre cose a parlare di immigrazione come fattore positivo per l’economia e come unico elemento in contro-tendenza rispetto all’ invecchiamento demografico.

E’ stato ovviamente affrontato il tema del rapporto con Milano, con una frase di Chiara Appendino (a grandi linee ha accusato i meneghini di eccessiva rapacità competitiva) subito esacerbata dai giornali: a dir la verità, non è sembrato propriamente il tema centrale del dibattito ma questo testimonia, se mai ce ne fosse bisogno, quanto la Sindaca fosse isolata e distante dalla platea di stakeholder pronti a spellarsi le mani per ogni battuta del Presidente di Regione Chiamparino. Peccato che, per chiuderla con un commento social del Professor Semi, “tra 6-8 mesi non sarà questa sala e questo Chiampa a portare a casa il risultato, ma il contrario. (La mattinata è stata, NdR) una sorta di rappresentazione di fine di ancien régime, con il nuovo che spaventa (e non per ragioni che l'ancien régime capisca o intercetti). E non c'erano nemmeno champagne o brioches per lenire il clima.”

Sì, effettivamente non vi è stato neanche un ricco buffet a seguire: chissà che il pensiero non fosse già volato ai festeggiamenti 2019 del ventennale del Rapporto Rota con un Presidente di Regione leghista al centro del dibattito.
Quanto è grande la paura verso un Piemonte in procinto (combinando Comune e Regione) di tingersi di gialloverde?

martedì 5 aprile 2016

REGGIA DI VENARIA: "NON SI TRATTA DI TAGLI MA DI RAZIONALIZZAZIONE DEL SERVIZIO" DISSE LA PARIGI


Ecco il video racconto della giornata di ieri con l'intervista all'Assessore alla Cultura della Regione Piemonte Antonella Parigi.

I fatti 
Per molti giorni gli organi di stampa hanno riempito le pagine della cronaca torinese sbandierando il boom di visitatori della Reggia. Il 30 aprile scadono i 4 anni dell' appalto affidato alla ATI (Associazione Temporanea di Impresa) LA CORTE REALE SRL che gestisce i servizi di assistenza accoglienza sorveglianza delle opere, biglietteria e call center (in pratica tutti quei servizi che il pubblico ha dismesso perchè altrimenti rischiava di farci i soldi). 
Non c’è alcuna garanzia per i lavoratori coinvolti: non si sa se tutti verranno “transitati” all’azienda entrante, ed anzi l’unica cosa sicura è il taglio di circa il 40% delle ore messe in appalto (nonostante il recente attivo sbandierato dai giornali). Persone che dal 2006 aprono la Reggia al mondo e contribuiscono al successo suo e di tutti coloro che si riempiono la bocca parlando di turismo e cultura come settori strategici della Torino di oggi.

lunedì 4 aprile 2016

REGGIA DI VENARIA: AUMENTANO I TURISTI, DIMINUISCONO I LAVORATORI

Avete già letto La Stampubblica oggi? Vi siete lasciati eccitare dal nuovo record di visitatori raggiunti dalla Reggia di Venaria? Abbiamo battuto gli Uffizi di 50 mila, superato Caserta di dozzinate di bus, e se tutto va bene agganciamo Pesaro e ci salviamo (ops questo è basket, scusate).
Bella, bellissima la mostra fotografica di Steve McCurry, non vediamo l'ora di riuscire a visitarla: bello vedere la cultura che rilancia in questo modo la nostra città, molto più figa adesso rispetto a vent'anni fa. Code e turisti come se piovessero: è il RILANCIO ECONOMICO!

Vero lavoratori di Venaria? Ehm no, purtroppo no.
Le lavoratrici e lavoratori di Venaria sono in lotta, lottano per mantenere un salario decente, chi ne avrà ancora uno: il 30 aprile scadono i 4 anni dell' appalto affidato alla ATI (Associazione Temporanea di Impresa) LA CORTE REALE SRL che gestisce i servizi di assistenza accoglienza sorveglianza delle opere , biglietteria e call center (in pratica tutti quei servizi che il pubblico ha dismesso altrimenti rischiava di farci i soldi).
NESSUNA GARANZIA per i lavoratori coinvolti: non si sa se tutti verranno “transitati” all’azienda entrante, ed anzi l’unica cosa sicura è il taglio di circa il 40% delle ore messe in appalto. Lavoratori che dal 2006 aprono la Reggia al mondo e contribuiscono al successo suo e di tutti coloro che si riempono la bocca parlando di turismo e cultura come settori strategici della Torino smart.
A noi sembrano invece le solite logiche che sacrificano i diritti dei lavoratori, in virtù di non si sa che cosa dato che in Reggia va tutto benissimo.
Per questo motivo invitiamo tutti ad esprimere la massima vicinanza ai lavoratori coinvolti e vi segnaliamo il PRESIDIO di oggi davanti alla prefettura di Torino alle ore 14,30.
SISTEMA TORINO sarà insieme a loro, e proseguirà nei prossimi giorni con approfondimenti ed aggiornamenti sulla questione.
La lotta è appena cominciata: solidarietà a tutti i lavoratori coinvolti.

venerdì 18 marzo 2016

Appello Agorà Democrazia "Sulla progressiva e silenziosa erosione di alcuni fondamentali diritti di libertà"

In questi ultimi giorni come molti di voi avranno notato abbiamo dato tanta visibilità alle notizie sugli ultimi arresti in Valsusa e a Torino.
Il tema della repressione e dell’uso della magistratura come mezzo per affrontare le questioni politiche e sociali è per noi fondamentale, tanto che in questi ultimi mesi abbiamo posto l’accento su questo meccanismo malsano. Quel meccanismo che permette alla politica di abdicare al proprio ruolo e di darlo in mano alla magistratura che erode pian piano quelli che sono i diritti fondamentali, come quello al dissenso. 
Pensiamo che sia un momento delicato per la nostra democrazia a Torino come in Valsusa ma in generale in tutta Italia. Abbiamo deciso come collettivo e come singole persone di aderire all’appello di Agorà Democrazia “Sulla progressiva e silenziosa erosione di alcuni fondamentali diritti di libertà” sottoscritto già da importanti realtà come i Giuristi Democratici e personalità come Roberto Lamacchia, Michela Quagliano, Livio Pepino, Chiara Acciarini e Marco Brunazzi.
Crediamo sia importante riflettere su questi temi e mantenere alta la vigilanza proprio per non far diventare la repressione un’abitudine. 
Qui di seguito l’appello che vi invitiamo a sottoscrivere e diffondere. 
Per aderire all’appello basta inviare una mail a AGORADEMOCRAZIA@gmail.com

APPELLO 
"Sulla progressiva e silenziosa erosione di alcuni fondamentali diritti di libertà"
A volte le libertà fondamentali si possono perdere a poco a poco. Non soltanto con provvedimenti drastici ed eccezionali, ma attraverso silenti pratiche amministrative, provvedimenti di polizia e giudiziari che erodono, caso per caso, alcuni diritti decisivi quali quelli di riunione e di associazione. Diritti tanti più delicati quanto più connessi alla restrizione degli spazi di legittimazione dei conflitti sociali.
É il caso di alcune recenti misure di polizia (obbligo di firma quotidiano e divieto di residenza nel proprio Comune) inflitte a Torino a carico di attivisti dei movimenti per il diritto alla casa. Si tratta di episodi risalenti a parecchi mesi fa, consistenti nei cosiddetti “muri popolari”, cioè presidi di attivisti solidali che tentano di avviare una trattativa informale con gli ufficiali giudiziari per ottenere una proroga o, in caso negativo, almeno per ritardare l’esecuzione coatta degli sfratti, di solito a carico di fasce deboli quali anziani, disoccupati, famiglie numerose e disagiate, migranti. 
Normalmente non si verificano “violenze private attive”, ma solo forme non violente di disobbedienza civile, quale l’ostruzione appunto dell’ingresso. Si noti che tali azioni corrispondono a ben più antiche e consolidate esperienze di lotta operaie, cioè i picchetti praticati dagli scioperanti per
impedire ai “crumiri” di entrare nel posto di lavoro. È del tutto evidente, nei casi prima richiamati, la sproporzione tra l’esiguità dell’illecito eventualmente riscontrabile e la durezza delle misure di prevenzione e di repressione adottate. Se si considera poi che gli attivisti colpiti sono non di rado essi stessi occupanti che lottano per il diritto alla casa, appare chiara la volontà di stroncare una pratica di difesa sociale di massa ritenuta incompatibile con modelli securitari di delegittimazione di nuove forme collettive di resistenza. E basti ricordare in proposito l’esibita e crescente insofferenza delle autorità di governo e preposte all’ordine pubblico nel fronteggiare anche “normali” scioperi e occupazioni di impianti da parte dei lavoratori. 
Tale ingiustificabile reazione appare oltre tutto in controtendenza rispetto ad esperienze europee che stanno addirittura modificando gli assetti politici di paesi come per esempio la Spagna, dove le lotte analoghe per la difesa degli sfrattati a Barcellona hanno portato alla elezione a sindaco di una nota attivista quale Ada Colau, tra i membri fondatori della PAH - Plataforma de Afectados par la Hipoteca, movimento sociale popolare che dal 2009 si è diffuso in tutta la Spagna rivendicando il diritto alla casa, impegnandosi sul fronte della negoziazione con la banche, di una moratoria anti-sfratto e di accessibili affitti sociali.
Doverosa e urgente risulta quindi la denuncia di tali subdole misure, consistenti in provvedimenti cautelari che di fatto limitano i diritti di riunione, anche solo come semplice assembramento e talora anche di legittime pratiche associative. 
Si deve infatti segnalare la pericolosità di progressive erosioni di alcuni fondamentali diritti civili e sociali, che non per caso si inseriscono in un quadro di devastanti “riforme” costituzionali promosse dal governo e avallate dal Parlamento. É auspicabile che tale denuncia riceva il consenso da parte del più ampio numero di cittadini che non hanno più intenzione di essere spettatori silenti e che hanno a cuore le sorti attuali della libertà di dissenso e rivendicazione sociale della democrazia in Italia.

FIRMATARI
Roberto Lamacchia, avvocato, presidente Giuristi Democratici
Michela Quagliano, avvocato, presidente Giuristi Democratici Torino
Livio Pepino, ex membro del Consiglio della Magistratura, Tribunale dei Popoli
Chiara Acciarini, docente, già Senatrice
Antonio Caputo, avvocato, difensore civico
Marco Brunazzi, storico
Cristina Riccati, ricercatrice, educatrice
Sistema Torino
Claudio Decastelli, dipendente
Roberta Bonetto, libera professionista
Luana Garofalo, blogger
Chiara Vesce, libera professionista
Stefano Durando, fundraiser
Guido Montanari, docente di Ingegneria civile e architettura- Politecnico di Torino
Davide Derossi, architetto
Angela Nasso, architetta
Damiano Carretto, ingegnere ambientale
Fabrizio Assandri, giornalista
Eugenio Dragoni, dottorando
Francesco Fossati, consulente
Giuseppe Girardi, cittadino
Cecilia Bottaccioli, studentessa
Sebastiano Ferrero, studente
Alexander Mancuso, studente
Ilaria Magariello, studentessa
Livio Sera, studente
Lorenzo Attardo, studente


giovedì 17 marzo 2016

IL DISSENSO E LA DEMOCRAZIA

Nella mattina di mercoledì 16 marzo la polizia si è presentata all'alba a casa di sette studenti di Torino.
A tutti e sette sono state notificate misure cautelari: sei arresti domiciliari con il massimo delle restrizioni e una con l’obbligo di firma.
Due giorni prima, la stessa cosa è accaduta in Val di Susa, dove per sei attivisti NO TAV la perquisizione ha avuto un esito eufemisticamente imprevisto: per quattro di loro sono scattati gli arresti domiciliari con il divieto di comunicare con l’esterno e per gli altri due l’obbligo di firma.
Questi sono solo gli episodi accaduti recentemente, ma tanti sono gli avvenimenti che si sono registrati nell'ultimo anno.

Tutte queste persone, che sono state preventivamente recluse o sottoposte ad obblighi di diversa entità, sono legate tra loro da un unico filo: il dissenso e la volontà di contrapporsi a qualcosa che viene percepito come ingiusto. Un analogo filo sembra unire la seconda parte in causa, la Procura di Torino, intenta a punire e a perseguire qualsiasi forma di dissenso: dal frapporsi ad un’operazione di sfratto, alle iniziative in Valsusa, dalle lotte in università alle contestazioni alla propaganda xenofoba di Salvini.

Stupisce l’eccessivo utilizzo delle misure cautelari come strumento per contenere e controllare il dissenso; persone agli arresti domiciliari, costrette fuori dalla propria stessa città o al contrario impossibilitate ad uscire dal comune di residenza. Gli indagati non possono studiare, fare ricerca, con forti ripercussioni sulla vita quotidiana come andare a lavorare e mantenersi. Nessuno di loro però è stato condannato, nessun processo è arrivato a conclusione, nessun giudice ha pronunciato una sentenza. Utilizzare oggi il termine repressione spesso suona come qualcosa di antiquato, ma purtroppo è la triste verità in cui si muove il nostro tempo: quello che sta accadendo è una guerra silenziosa, che esiste solo per pochi e chela maggioranza delle persone ignora.

Se si osservano gli eventi da una maggiore distanza si può leggere con estrema facilità un disegno più ampio proposto dallo Stato ed applicato dalla Procura, dalla Questura ed infine appoggiato e sostenuto dalla Magistratura. Gli organi che dovrebbero difendere i diritti, sono gli stessi che combattono contro questi ultimi.

Viene da chiedersi l’ovvio: qual è il fine ultimo di quest’odierna repressione? E la risposta che troviamo è altrettanto semplice: distruggere ogni forma di dissenso possibile.
Un mondo senza dissenso non è sinonimo di un mondo perfetto. Il dissenso è l’unica via possibile verso il miglioramento dello status quo ed il mantenimento di quella forma dialettica che qualcuno si ostina ancora a chiamare democrazia.

Per tutti questi motivi Sistema Torino - come collettivo ed i suoi appartenenti come singoli - appoggiano e promuovono l'appello di Agorà Democrazia “Sulla progressiva erosione di alcuni fondamentali diritti di libertà” che riposta le firme autorevoli di Livio Pepino e Roberto Lamacchia, che invita la cittadinanza a riflettere ed agire circa la restrizione dei diritti in corso nel nostro Paese.
Nelle prossime ore pubblicheremo l’appello con le modalità di adesione