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mercoledì 14 marzo 2018

OLIMPIADI BIS: INTERVISTA ALL' AVVOCATO STEFANO BERTONE

Vi ricordate la nostra intervista di due anni fa all' Avvocato Stefano Bertone, autore del libro "Il libro nero delle olimpiadi di Torino 2006"? Bene, di fronte al nuovo entusiasmo olimpico che ha abbracciato tutto l'arco costituzionale cittadino (esclusi alcuni dissidenti pentastellati che non si sono dimenticati le loro origini critiche nei confronti di Grandi Eventi e debiti a cinque cerchi) abbiamo deciso di tornare da lui (ringraziandolo infinitamente per la disponibilità) per "rinnovare" le domande relative a una eventuale candidatura per le Olimpiadi invernali 2026.
Buona gustosa lettura!

1) Incredibile ma vero, Torino ripresenta oggi la candidatura olimpica della città mentre si lecca ancora le ferite per le conseguenze, in termini di debito e di devastazione ambientale, dei Giochi invernali 2006. Stefano Bertone, ti abbiamo intervistato due anni fa, quando Torino si preparava a ricordare il decennale di quel mega evento. Cosa ne pensi di questa inaspettata proposta?

Il presidente del CIO che assegnò le olimpiadi a Torino era Samaranch, il secondo dopo la signora vestita di bianco. Per i non vedenti: fanno tutti il saluto romano.
Non mi stupisce che vi sia gente che si prefigura già nomine, appalti, subappalti e il proprio futuro a posto per i prossimi 40 anni. Credo che, in questo momento, ci siano diverse aspettative. Ci sono sicuramente ideatori mossi da un grande ottimismo. Poi, una piccola fetta di persone che ha ben chiara la questione: avvantaggiarsi, o economicamente o per acquisire peso sociale, in prima persona. Questa è, inoltre, una proposta che potrebbe risvegliare l’appetito delle famiglie ‘ndraghetiste radicate in Piemonte da quasi 50 anni: miliardi di euro pubblici sono pronti a frusciare in mille rivoli. C’è, infine, una grande maggioranza, ignara oggi come 20 anni fa, delle informazioni fondamentali necessarie per poter esprimere una libera e ponderata scelta. In assenza di questo tassello basilare, se intervisti i torinesi, ti diranno in larga parte che, a proposito del 2006, avevano percepito un evento ottimo e non saprebbero indicarti effetti collaterali; ti direbbero dunque perché non bissare? Fin qui, tutto nella norma. Quello che cambia rispetto a venti anni fa sono i Cinque stelle, che però stanno rapidamente prendendo una piega governativa, un atteggiamento molto ordinario.

2) Molti membri della attuale Giunta e della maggioranza consiliare, compresa la sindaca Appendino, quando erano all’opposizione si espressero in modo contrario all’organizzazione di questi grandi eventi: oggi invece, aldilà delle speculazioni giornalistiche, sembrano ondeggiare e tendere verso il Sì. Che cosa sta succedendo secondo te?

Staranno probabilmente dicendo “bene, dimostriamo cosa siamo capaci di fare”. Ripeto quello che ti dissi nell’intervista di due anni fa: sono vittime anche loro di una propaganda fenomenale che ha protetto Torino 2006 per venti anni dipingendola per quello che non è stata. Questo è il punto centrale. Il popolo di tutte le condizioni sociali e reddituali, e quindi anche loro, è rimasto all’oscuro dei veri costi, dei debiti assunti, delle morti sul lavoro, dei disboscamenti, delle compromissioni con produttori di armi, dei conflitti di interesse, delle garanzie non rispettate, dell’identità del CIO e del contratto capestro che impone a tutte le città candidate.

3) Però in termine di pubblico e di immagine massmediatica l’Olimpiade ha funzionato.

Il risultato televisivo di Torino 2006 fu così inferiore alle attese che Nbc si ritrovò con clienti, che avevano acquistato spazi pubblicitari, largamente insoddisfatti, tanto che il network pensò di offrire spazi gratuiti in futuro. Questo l'avete mai letto da qualche parte? I turisti stranieri, rispetto a quel che si è detto negli anni successivi, sono rimasti stabili. Il numero dei biglietti venduti fu mediocre, largamente inferiore alle previsioni. Gli accessi alle piazze e agli stadi furono pesantemente limitati da ordinanze di polizia e autentiche barriere. E tra i divieti per il pubblico ricordo quello di indossare negli stadi indumenti con loghi di produttori diversi dagli sponsor olimpici, oltre al divieto di portarsi panini da casa. Si tratta di condizioni contrattuali imposte cui gli organizzatori diedero il loro assenso già sette anni prima dell’evento. Mi fermo qui con la lista. I due maggiori editori presenti a Torino tacquero, magnificarono, invece, ogni fase del pre e del durante. Sia il proprietario di Repubblica che quello della Stampa hanno avuto interessi immobiliari legati a Torino 2006. RAI 3 regionale fu uno strazio, il che fu peggio essendo in mano pubblica. Come puoi pretendere che l’ambiente cittadino oggi non sia influenzato da questo silenzio che ha lasciato trasparire solo luci? La propaganda dei promotori ha perpetrato una lobotomia collettiva. Questo spiega lo stato di ignoranza, ma non lo giustifica. Quando hai assunto un potere esecutivo locale, e siedi in consiglio comunale, o regionale, hai il dovere di informarti. Qualcuno di loro, leggo, lo sta facendo. Ottimo. Le possibilità, per tutti, oggi sono moltissime, molte di più di venti anni fa. Abbiamo scritto un libro, tenuto aperto un sito internet per quindici anni, di tanto in tanto lo riattiviamo quando escono notizie di questo genere. In rete circola materiale scientifico più che sufficiente per capire che bisogna tenersi al largo.

4) Secondo te come mai a Torino il Movimento 5 Stelle sembra tergiversare, mentre a Roma la Raggi e il suo entourage si espressero in modo contrario da subito?

Vedo un po' di ragioni diverse. Credo che gli M5S romani abbiano fatto un lavoro di studio serio, documentale, e quelli torinesi, quantomeno molti di loro giudicando dai risultati di queste ore, no. Le frasi di Raggi in conferenza stampa sul perché non si dava Roma in pasto al business delle Olimpiadi sono state nette, sfrontate, profondamente giuste, un autentico boato. A Torino sembra di avere a che fare con un’entità distinta, nonostante Torino 2006 sia costata al contribuente più di Atene, Atlanta, Salt Lake City. Adesso c’è anche l’apertura di Grillo che avrebbe dichiarato che sia possibile farle “sostenibili e a costo zero”. Se ha proprio dichiarato così, o è ignorante oppure sta tradendo quella sua parte sana che ha determinato il successo del M5S. Anni fa i cavalli di battaglia del comico erano le tematiche ambientali, il risparmio di denaro pubblico; Grillo ridicolizzava le bugie dei burattinai che, invece, oggi avvalla. L’antitesi di se stesso. In più, fa davvero specie che l’attenzione sia soprattutto sul contenimento dei costi.
E il modello che propongono le Olimpiadi? Gli eventi culturali sponsorizzati da Finmeccanica produttore di armi? Gli sponsor olimpici che entrano nelle scuole pubbliche come pacchetto educativo? Il retaggio nazista della torcia olimpica che prosegue ancora oggi come simbolo di pace? Ma lo sanno chi è stato, e chi è il CIO? L’approccio di Grillo è ancora più grave perché proviene da una persona che negli anni passati aveva espresso idee nette e capacità critica. D’altronde, questa giunta comunale ha accettato e fatto partire la sperimentazione 5G con TIM e in nessuno dei documenti ufficiali che ho visto si cita la questione, estremamente seria, degli effetti sulla salute collettiva dell’inquinamento elettromagnetico. Mentre la riduzione, oltreché essere doverosa sotto molti punti di vista, è anche parte del loro programma! Forse M5S ha dentro un po' di tutto, così trovi chi vuole ipertecnologie moderne, ma anche chi ne combatte i riflessi su salute e ambiente. Ho come l’impressione che nel medio termine si arrivi alla progressiva scomparsa della linea ecologista.

5) Per quello che avete potuto studiare voi, ci sono garanzie che le promesse e gli impegni presi in fase di candidatura siano poi rispettate nella fase di realizzazione, e non ci si ritrovi con strane sorprese? Cosa puoi dire del caso precedente?

Dovresti intervistare Chiamparino, o se vuoi Castellani, Mercedes Bresso, Enzo Ghigo, Saitta, o più in generale tutti quelli che hanno messo le loro firme a favore di Torino 2006. Credo che saresti capace di metterli in enorme difficoltà. In fase di candidatura in documenti ufficiali trovavi scritto, in corrispondenza di molti dei progetti degli impianti: “l’unicità della struttura ne garantisce il riutilizzo futuro”.
Documenti realizzati da un’associazione costituita da enti pubblici e finanziata con soldi pubblici. Hai visto come è andata, sia in città che in montagna. Lo sapevano bene. Dopo, hanno fatto gli equilibristi. Pragelato, fine degli anni ’90. Intervengo in un’assemblea pubblica e chiedo a Castellani, che da un’ora ripeteva “se saremo bravi… se saremo bravi…”: e se invece non sarete bravi, che ne sarà dello stadio del trampolino, chi lo pagherà? E lui, candido.
"Se non saremo bravi, lo vedremo alla fine."
Non disse “pagheremo noi amministratori, di tasca nostra, perché saremo stati incapaci”.
Non disse “visto che non siamo sicuri che saremo bravi, allora questo obbrobrio non lo costruiamo”. Disse vedremo poi.

E proseguirono dritto. Oggi che siamo alla fine, possiamo dire che Castellani e il Toroc non sono stati bravi. Però li senti ancora dire di guardare altrove, dire che non è colpa dei comuni della valle se gli impianti sono abbandonati. Non ci pensano nemmeno a riconoscere una loro grande incapacità. C’è un’intervista a Chiamparino intorno a fine gennaio 2006, L’Espresso gli dice “In ogni Olimpiade, con la costruzione di nuovi impianti, si rischia di creare cattedrali nel deserto...”, e lui: "Il villaggio olimpico sarà adibito in parte a edilizia pubblica, in parte a centro servizi. Il nuovo Palasport avrà una funzione polivalente, ma, insieme con l'Oval, ospiterà soprattutto convegni ed esposizioni".  E di tutti gli altri impianti – trampolino, bob, biathlon, freestyle, per centinaia di milioni di euro? Non parla. Nessuno gli chiede, e lui glissa. La morale è che nessuno li ha mai veramente messi in difficoltà tra quelli che avrebbero potuto causare reazioni pubbliche, ad esempio in quel caso l’Espresso non gli ha chiesto conto delle altre innumerevoli opere con destino segnato, e se questo non fosse ampiamente previsto. Nessuno ha mai preteso che giustificassero un tale collasso rispetto alle premesse. Hanno fatto un debito di un quarto di miliardo di euro,  a favore di un ente privato come Toroc, ma affermano di esserne usciti con solo 11 milioni di disavanzo. Come è possibile? Nessuno chiede loro del marchingegno finanziario creato per far accollare la maggior parte del debito ad altri soggetti, e farli uscire quasi puliti nei loro conti. Castellani oggi riesce anche a dire che Toroc ha restituito dei soldi alla città. Ma che bravi. È anche per questo che puoi trovarli in posizioni di potere, presidenza della Regione, direzione del Museo Egizio, circondati da un’aura di fascino.
Hanno dominato la scena politica, amministrativa e mediatica, senza avversari.

6) Si parla di Olimpiadi lowcost, una parola che sembra tornare di moda per far digerire il debito futuro. Low cost come la Torino Lione. Ti sembra una proposta credibile?

Naturalmente no e questo rende ancora più ridicola l’apertura di Grillo. Ti darò una risposta un po' lunga. Innanzitutto potrà sembrare banale, ma conta molto la moneta, è un po' una mia fissazione. L’unità anziché le decine di migliaia: 1 miliardo, 2 miliardi. Quanto è più forte dire 2.000 milioni, 4.000 milioni? Molto. È la stessa genialità secolare che trovi a ogni trattativa nei suk dei paesi nordafricani ed è la stessa che trovi anche nel caso del progetto Tav. Prima idea: costerà – diciamo – 20 miliardi di euro. E tutti “Ohhh ma è tantissimo”. Valore àncora, con l’accento sulla prima a. Qualche anno e qualche manganellata dopo, i proponenti ti dicono, ok, ci abbiamo ripensato, nuova versione low cost, costerà solo 8 miliardi. E tutti “Wow, grande risparmio!”. Quell’otto miliardi, cioè sedicimila miliardi di lire, diventa piccolissimo, quasi trascurabile, perché tu – è provato da una scienza comportamentale - con la testa continui a rimanere al valore àncora, e vedi quanto hai risparmiato sui 20 miliardi (12 miliardi), non quanto costano 8 miliardi di euro. A proposito, ti consiglio uno splendido libro che si chiama Priceless, The hidden psychology of value, di W. Poundstone (Oneworld, 2010), si raccontano tanti esperimenti compiuti da diversi team di studiosi per dimostrare la totale insensatezza e irrazionalità delle scelte che compiamo ogni giorno intorno ai numeri e ai valori.

Stessa cosa per questa nuova idea di Olimpiadi al ribasso, che peraltro nasce in ambito CIO (non è una proposta dei torinesi) proprio perché è sempre più difficile trovare polli che vogliano farsi spennare. Dicono i promotori: sarebbe costato 3 miliardi di euro in circostanze normali, ma siccome abbiamo già gli impianti, allora ne costa solo 2. Mettiamo che sia vero. Un miliardo di euro risparmiati. Psicologicamente hai come primissima reazione, non l’attenzione ai due miliardi di euro, ma al miliardo risparmiato. Verrebbe quasi da ringraziarli.
Invece io dico, tralasciando per un secondo le questioni culturali: state proponendo di spendere 4.000 miliardi di lire togliendoli agli asili comunali? All’incremento dei medici di pronto soccorso? Mi sembra fenomenale.

7) Beh, ma stavolta è diverso: i 5 Stelle vigileranno!

La storia ha sempre insegnato – e noi lo documentammo prima che iniziassero a piantare il primo chiodo – che le spese crescono sempre vertiginosamente rispetto alle previsioni. È successo anche qui, ma se vai a vedere i bilanci definitivi, quasi non te ne accorgi. Roba che Grillo non avrà letto. A Torino cosa è successo? Come ti dicevo, il Toroc, il Comitato Organizzatore, è fallito e ha avuto bisogno di ricorrere a pesanti finanziamenti pubblici, di diversa origine, alla fine mi pare che fossero nell’ordine del quarto di miliardo di euro. La cosa stupefacente è che nessuno ha mai indagato nonostante una magistratura locale attentissima....su altri temi.

8) Molti sostengono che la formula della doppia Olimpiade negli stessi luoghi è una formula vincente, poiché i costi in qualche modo vengono contenuti a fronte di una doppia esposizione mediatica e turistica: cosa c’è di fondato in questa teoria?

Non so chi lo sostenga e su che basi. Però ricordo bene che la popolazione austriaca delle zone intorno a Innsbruck ha bocciato ripetutamente, l’ultima volta pochi mesi fa con un referendum, qualunque proposta di ricandidatura. E non mi pare che sia l’unico caso. Penso che questa teoria potrebbe avere un senso, mi sto sforzando, se la manifestazione si ripetesse subito dopo, che ne so, a poche settimane di distanza, con impianti ancora agibili e un’organizzazione presente. Anni dopo, è inimmaginabile.
Peraltro, e tocco un altro pezzo di “sogno”, questa famosa esposizione turistica e apertura verso il mondo è stata annunciata, scritta, ma è ancora una volta solo propaganda. Non è provata. I dati regionali del 2012 dimostravano che i viaggiatori stranieri che avevano raggiunto Torino nel 2011 erano 140.000: meno del 2010, del 2007, del 2006, del 2005, del 2002. E si fermavano tutti, in media, sempre tre giorni. Sia prima, che dopo i famosi Giochi. Quindi a cosa era servito? A convincere i torinesi di essere internazionali?



9) La grancassa mediatica sta ricominciando a suonare forte e all’unisono in favore del “nuovo sogno olimpico”: quanto spazio vi sarà per una informazione diversa e alternativa dell’evento?

Si è vero, ho visto che ricompaiono queste parole ingannevoli come ‘sogno’, che tocca le emozioni e induce alla smaterializzazione dei costi sociali, ambientali, economici. Comunque, per quanto riguarda i canali più tradizionali, Stampa e Repubblica, i cui diversi proprietari nel 2006 avevano interessi economici diretti, ora hanno una regia aziendale unica. Dubito che l’editore pretenderà giornalismo d’inchiesta dopo aver volontariamente dormito e con ragione sull’edizione precedente. Me li vedo perciò ripercorrere le loro vecchie tracce. La novità rispetto a vent’anni fa, lancio della candidatura e anni successivi, è il Fatto Quotidiano. Se proprio devo stare ai media tradizionali e più consultati, è il Fatto quello da cui mi aspetterei di più in termini di garanzia di diffusione dell’informazione non allineata.

Passando al pubblico: la RAI è stata una realtà deprimente. Non solo il regionale, ma RAI 3 nazionale riuscì a stoppare un servizio tra l’altro molto equilibrato di Fulvio Grimaldi, un giornalista d’inchiesta vecchio stampo. Il problema Torino però era più vasto. Neanche Report si è attivato quando era l’ora di farlo – e cioè prima che si costruisse e sprecasse -, nonostante avessimo sottoposto di persona a Giovanna Boursier diversi elementi di indagine. Erano gli anni dei progetti e delle prime gare d’appalto, le prime violazioni delle leggi sugli appalti pubblici, e la risposta fu che non vedevano al momento ragioni di interessarsene. Non so se abbiano fatto servizi dopo. Molte testate hanno messo in cantiere servizi critici sulle cattedrali nel deserto, a evento finito. Comprese Repubblica e La Stampa. Facile a stadi abbandonati, ma dov’erano nei dieci anni precedenti, avevano chiuso la redazione di Torino? Sono convinto che Ranucci di Report capirà di avere una responsabilità sociale per denunciare prima che un evento avverso accada e se sarà così potremo aspettarci che Report, ad esempio, indaghi e riporti nella fase di candidatura.

10) Da più parti sembra emergere l’ipotesi di un referendum a riguardo della candidatura, come avvenuto altrove: quante possibilità di successo avrebbe a tuo parere?

Credo che se venisse messa a disposizione un’informazione chiara, il referendum direbbe di no. La storia è per i comitati contrari. Dove non ci sono referendum, dove domina il meccanismo della delega anche a livello locale, si organizzano Olimpiadi sui cittadini, senza la loro condivisione ed appoggio. Comunque, dove si è votato, ti basti ancora il caso di Innsbruck pochi mesi fa, su una proposta “low cost” si è detto "ciao Olimpiadi!". Perché il promotore non deve aver dalla sua solo i capigruppo consiliari e regionali di 3 o 4 partiti, ti ricordo che a Torino in comune votarono tutti a favore tranne tre consiglieri di RC, Avanzi, Contu, Alfonzi, e i caporedattori dei giornali e TV locale. Deve convincere 4 milioni di persone. Su un numero così grande, la maggioranza non crederebbe a garanzie di riutilizzo “basate sull’unicità dell’opera”, non accetterebbe che il pubblico si accolli in bianco, sempre e comunque, come condizione giuridica, ogni deficit del comitato organizzatore a favore di un’associazione privata che sta in Svizzera.

Grazie Avvocato per la disponibilità e alla prossima!

Nota finale: se i nostri lettori volessero "surfare" dentro i vecchi archivi di documenti relativi a Torino2006 può accedere a questo sito:
http://nolimpiadi.mysite.com/mainita.html
con una avvertenza temporanea: dentro il sito dovrete sempre sostituire la prima parte fissa dei link vecchi (http://nolimpiadi.8m.com) con la parte fissa dei link nuovi (http://nolimpiadi.mysite.com)





martedì 17 gennaio 2017

TORINO CAPITALE DELLA CULTURA, ANCHE PER LA FIAT

Tra un “dieselgate” e l’altro, il mercato dell’automobile mondiale gode dei favori delle luci della ribalta in questo inizio del 2017, soprattutto in termini di investimenti futuri e dati definitivi relativi all’anno passato.
La FCA (Fiat Chrysler Automobile) ha fatto la parte del padrone negli Stati Uniti rispondendo per prima alle minacce di Trump rivolte alle aziende che delocalizzano la produzione di automobili che verranno vendute sul loro territorio. Pronti via per la nuova presidenza, e Marchionne è subito pronto a palesare la comunione di intenti con il tycoon yankee: FCA investirà un miliardo di dollari negli Stati Uniti entro il 2020, creando 2.000 nuovi posti di lavoro. Beh figata no? C’è scritto pure Fiat nell’acronimo, possiamo dirci contenti, soddisfatti e colmi di orgoglio sabaudo.
E con lo stesso contegno sabaudo andiamo a sbirciare i dati produttivi, sia mai che ci scappi qualcosina anche qui, sul nostro territorio, ché la Torino Capitale della Cultura è meravigliosa e piena di turisti ma mio cugino continua a non trovare lavoro (ed a differenza di Bello Figo sarebbe anche disposto a fare l’operaio).
Bene, guardiamo il resoconto 2016 allora: la quota di mercato del gruppo è salita dal 5,6% di dicembre 2015 al 6,2%; nel 2016 le vendite del gruppo FCA sono cresciute del 14,1% a 992.712 unità, per non parlare delle crescite sul mercato europeo. Le vendite del marchio Fiat sono aumentate in Italia (+17,1%), in Germania (+9,3%), in Francia (+14,9%), in Spagna (+29,4%), in Belgio (+6,8%), in Austria (+21,4%) e in Polonia (+25,1%).
Dai, dai che Fabbrica Italia rinasce e risorge dalle sue ceneri, torna la cara vecchia produzione industriale anche a Torino! E così, quando apri il giornale e vedi la foto di Marchionne a passeggio per la fabbrica torinese di Corso Tazzoli insieme alla Sindaca Appendino ed al Presidente di Regione Chiamparino (che, secondo voci di corridoio, ha chiesto se avanzavano ancora schede per votare SI al referendum del 2011) capisci che le tue speranze sono ben riposte: finalmente arriverà a Mirafiori questo famoso secondo modello che permetterà di integrare i 1.500 lavoratori al momento “esclusi” dalla catena produttiva. Bene!
Nella foto c’è anche John Elkann, chissà che i suoi buoni uffici con la nuova Giunta pentastellata non abbiano aiutato nel rilancio del piano occupazionale di una città che, è bene ricordarlo, ha i tassi di disoccupazione tra i più alti delle grandi città del Nord Italia.
Peccato che le dichiarazioni di Marchionne di apertura stronchino sul nascere qualsiasi entusiasmo (concetto effettivamente estraneo al modus operandi torinese) produttivo e ri-orientino l’attenzione verso la Torino Capitale della Cultura: è stato sottoscritto un protocollo di intesa tra FCA e Fondazione per la Cultura a sostegno delle principali iniziative culturali della città (Salone del Libro, Festival dell’estate, Artissima, Torino Film Festival). Ma come, tutto sto pandemonio in pompa magna per 250 mila euro di sponsorizzazione dei Grandi Eventi della città? Verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere a vedere concittadini disperati e stravolti da anni di cassaintegrazione, eppure è proprio così.
L’ennesima beffa, perpetrata utilizzando quelle che sono le parole d’ordine del nuovo modello di sviluppo torinese degli ultimi vent’anni: la produzione (e non solo, basta pensare ad Exor) viene spostata verso chi la richiede a gran voce, mentre da noi restano i circenses buoni a distrarre l’attenzione dalla fuga del “nostro” gruppo industriale, ancora oggi rimpiazzato dal nulla.

sabato 4 giugno 2016

IL BUIO OLTRE LA FIAT


Alla vigilia delle elezioni vi proponiamo questo bellissimo articolo del maestro Luca Rastello sulla nostra città. Nel 2003 Rastello riuscì a fotografare perfettamente Torino nel bel mezzo delle sue "trasformazioni". Un articolo che all'epoca diede molto fastidio, forse perchè entrava dritto nel cuore della nostra città. Sono passati oltre dieci anni: che cosa è successo a Torino? Vogliamo leggerlo nuovamente insieme a voi come spunto di riflessione a poche ore dal voto. 


Il Buio oltre la Fiat, di Luca Rastello 
(8 febbraio 2003, D Repubblica)


La città adesso è anche così: gente che salta i muri appena cala il buio. Accade sulle lunghe strade che lasciano il centro verso il nord, costeggiate dai muri in mattone scuro delle vecchie Ferriere, centinaia di metri senza un portone o una finestra, fermate d’autobus deserte dai tempi in cui gli orari della produzione fordista rovesciavano a intervalli regolari mareggiate di gente frettolosa sui marciapiedi. Ora, dopo il tramonto, li vedi: si fanno trampolino di vecchie cassette di legno per la frutta e scavalcano rapidi il muro, dove la cima appare smangiata dal tempo, poi si infilano nella notte di Torino a vivere le loro vite indecifrabili. 
Torino vista da Paola - un omaggio di Sistema Torino al maestro Luca Rastello
Anche la clandestinità ha i suoi flussi periodici, più sfuggenti di quelli dell’industria: ora sono quasi tutti rumeni i ragazzi che saltano fuori dalle cinte dei capannoni dismessi, indossano giubbotti neri fintapelle, hanno portato un pezzo di famiglia là dentro, tra le ferraglie che furono carroponti o altiforni, ad accendere fuochi, cucinare scarti del mercato, tirar su pareti effimere di plastica a riparo del vento e della legge Bossi – Fini. Pagano un mediatore per occupare quei vani destinati in poche settimane a cedere alle ruspe che rifaranno Torino, cancellando gran parte dello scheletro industriale che ha retto le fortune lungo il secolo scorso. Sei milioni di metri quadri, è questa l’estensione dei lavori in corso: l’imperatore è morto, l’impero Fiat minaccia di crollare, e le promesse di resurrezione stanno tutte nel terziario più elegante e immateriale, olimpiadi e saloni del gusto. Florin che ne pensa?  “Torino bella, super, bellissima”, dice in fretta, prima di correre nella notte.

La notte è quasi una novità a Torino, prima non c’era. Una sera di anni fa l’italianista Stefano Jacomuzzi, ospite di Gianni Agnelli, notò dalla collina le grandi chiazze di buio che si allargavano sotto il suo sguardo: “Sono le nove e la città sembra già addormentata”, osservò. “Lascia che riposino”, rispose paterno l’Avvocato.
Ora anche lui riposa. Erano suoi quei grandi viali paralleli alle linee di montaggio e, parallele ai viali, quelle traiettorie rettilinee di vite operaie o impiegatizie, definite una volta per tutte dal primo giorno allo stabilimento e dal regalo dell’orologio che li qualificava “Anziano Fiat” – un titolo che tanti si portano ancora nel necrologio sulla Stampa. “Avevamo tutti la stessa sensazione, davanti all'officina: ti sentivi inghiottito, l’aria se ne andava dai polmoni, quel giorno lì ti sembrava proprio di morire”, racconta Vincenzo Mare, arrivato ragazzo dalla Lucania, nei ’60. 
La Torino novecentesca è vissuta come un fascio di rette parallele. Con due vocazioni, antitetiche: una notturna, streghesca e ctonia, l’ala del grifone disegnata su certe carte rinascimentali d’Europa, l’altra ala su Lione e la testa su Praga a indicare i luoghi privilegiati dell’Alchimia, le città dai quattro fiumi, quattro come gli elementi per la Grande Opera; l’altra diurna, operaia, fatta di orgoglio di mestiere, coscienza robusta, sempre creativa e spesso conflittuale di coloro che prendevano parte all'altra grande opera, quella dell’auto. 

Le cose sono cambiate negli anni ‘90, con l’iniziativa di un assessore disinvolto che inventò la movida torinese sulla riva del Po. Sono gli anni di quella che il sociologo Marco Revelli chiama “la globalizzazione stracciona della Fiat”, il decentramento delle produzioni con esperimenti fallimentari come Cordoba in Argentina, e le dimissioni in massa. Oggi l’azienda annuncia poco più di 8 mila esuberi e molti si stupiscono che la capitale italiana della rivolta operaia novecentesca non insorga, ma se ne stia in coda al Lingotto per “L’ultimo saluto all'Avvocato”.  

Il fatto è che negli ultimi 12 anni, mentre scopriva la movida, la città ha perso 110 mila posti di lavoro, un’emorragia silenziosa e fatale, accompagnata dall'onda epidemica dei suicidi tra i cassintegrati dell’80 che non riuscivano a rientrare nel mondo del lavoro. Torino si è ridimensionata e i fuoriusciti dal lavoro fordista si sono sparpagliati nell’hinterland, in parte a costituire il triste arredo urbano dei prepensionati, pochi tornati al sud, qualcuno negli interstizi del commercio a piccola distribuzione, tanti riciclati al lavoro per il ciclo Fiat da “esternalizzati”, manodopera del terzo millennio, senza garanzie, impiegata nell'indotto e vulnerabile ai micidiali rimbalzi della crisi. “E’ una strategia dell’abbandono monitorata in ogni suo passaggio”, dice Revelli che però per la città non è pessimista: “Torino è risorta tante volte: dopo la restaurazione si reinventò come capitale del processo di unificazione. Caduta nel 1864, rinacque grazie ai nuclei nascenti artigiani e meccanici; è risorta dalla guerra, ha retto l’impatto dell’immigrazione di massa”. 

Ma ora c’è una differenza: “Aveva sempre in sé una scintilla di rivolta, una coscienza critica, la borghesia radicale del risorgimento, il movimento operaio. Con la sconfitta operaia dell’80, la liquidazione delle minoranze radicali è stata totale, espulsi e umiliati i ribelli, colpevolizzata la rivolta, rimossa la soggettività del lavoro”. L’azienda ha voluto stravincere e ha perso le sue risorse migliori. Come quegli operai che disegnavano un cerchio di gesso intorno alla macchina da lavoro e incrociavano le braccia se un caposquadra entrava nel cerchio, a difesa di quello che oggi si chiamerebbe know how.
Passata la commozione collettiva del lungo addio a Gianni Agnelli, oggi a Torino c’è la consegna del sorriso e l’appello ad andare avanti assieme, con un’ombra retorica. Il volano della nuova vita dovrebbero essere le olimpiadi invernali del 2006. Resta memorabile il commento della scrittrice indiana Arundathi Roy portata a vedere le infrastrutture in costruzione: “Really you destroy your environment for skying two weeks?”. Per ora il grande rilancio ingolfa la città di cantieri che inchiodano gli automobilisti a un rosario quotidiano di bestemmie. “Più testa meno coda”, ammonisce un castoro petulante scelto come mascotte dal Comune. Raccomanda il car sharing, cioè il rimedio ideale per la città fordista dove era facile che quattro operai della stessa fabbrica vivessero nello stesso palazzo e potessero usare una sola auto; oggi i futuri e solitari utenti del paradiso terziario si immaginano percorsi tortuosi per recuperare quattro persone e portarle in quattro posti di lavoro diversi dribblando un traffico infernale. Tutt'al più se la prendono con il castoro, mentre nessuno ha chiesto la testa dell’assessore alla viabilità: la città è conservatrice, ama le sue istituzioni comunque. “Preferisce”, secondo Livio Diamanti, “tenersi la nobiltà industriale decaduta, piuttosto che rispecchiarsi nel miracoloso nordest o nella Milano mediatica e borsistica”. Intanto la barista del Bar Sport di via Giachino (l’ultimo con questo nome) è incinta: “Ma vado a partorire a Cirié, sa, un piccolo ospedale: è come comprare la macchina in una concessionaria di provincia, dove ti seguono, invece che in un salone Fiat dove nessuno ti guarda”. Il parto, la concessionaria come metafora: la città ha i suoi lapsus, se Torino avesse avuto il suo Gaber ne sarebbe uscita una grande canzone. 

Eppure c’è poco da scherzare: non c’è solo la Fiat, né gli Agnelli.  Qui chiude tutto: la Sai Fondiaria che si trasferisce a Firenze; la Savigliano, gloriosa metallurgica che ha lavorato per quasi due secoli, dalle ferrovie all'indotto auto; la Utet, prima casa editrice nella storia d’Italia (166 esuberi su 400 posti); l’orchestra della Rai; persino, nonostante il buon successo, la sola telenovela che si girava in città, Cuori rubati, (aspettate a ridere: significa 200 fra protagonisti, registi, tecnici e redattori e un indotto di 350 attori locali, 500 comparse, 350 locations pagate, 27 case in affitto, 3000 giornate alberghiere scomparse). E gli operai? Nonostante i 110 mila posti perduti, Torino rimane la più grande città operaia d’Europa. Ma il lessico cambia: gli uomini del cerchio di gesso diventano “risorse umane”, e poi “esuberi”, e la città scorre loro di fianco, assorta in altri pensieri come nell'incubo di Primo Levi: “intorno a me tutti parlano delle loro cose come se io non ci fossi”. 

Alle officine Savigliano incontro l’architetto Natalia Rosso, incaricata della ristrutturazione dell’area che sarà inserita nei villaggi per le Olimpiadi del 2006: “Noi arriviamo come i personaggi di Amici miei: “qui tutto giù!” e gli operai che lavorano attaccati alle macchine ci guardano incuriositi, senza fastidio. Ho paura che a loro nessuno abbia detto niente”. Settimane fa, in una media fabbrica simile, uno ha messo in tasca la lettera di cassa integrazione, si è girato una corda intorno al collo, l’ha attaccata a un carro ponte e l’ha messo in moto.

Metamorfosi continue. Oggi la città vera non è quella dei dibattiti sul futuro della Fiat. E’ fatta invece di ex eroi della città fordista, di irregolari, di quella nuova borghesia imprenditoriale nera e nordafricana che rende vivo il quartiere di San Salvario, del lumpenproletariat extraeuropeo di Porta Palazzo, della legione dei saltatori di muri rumeni. Questo ti dice chi conosce bene la strada. Come Susanna Ronconi che vive sospesa fra due mondi, in una casa a due arie, una finestra sul suk di Porta Palazzo e l’altra sull’elegante “quadrato romano”. Ha diretto la prima unità di strada di intervento sulle tossicodipendenze proprio a Porta Palazzo e ora ha fondato un’associazione per formare operatori sociali alla partecipazione democratica: “Qui la maggior parte dei processi di partecipazione sono creati dall'alto, forme di ingegneria sociale che scendono dal Municipio. Si creano “tavoli”, consulte, commissioni dove siede chi ha già voce presso le istituzioni, ceto medio, associazioni storiche e potenti che pretendono di rappresentare chi voce non ha. Restano fuori migliaia di nuovi poveri, ansiogeni, adatti tutta più a incarnare il nemico sociale indispensabile per un modello di città che tende al frazionamento e alle barricate. Ci sono tante Torino diversificate, ma anche barricate l’una verso l’altra. Non è una cosa nuova, ma lo è per questa città che ha vissuto conflitti radicali ma sempre iscritti dentro un’unica descrizione della realtà. Ora è difficile anche chiamarli conflitti, li rintracci decodificando la domanda sociale che viene dalla povertà”. 
C’è un’immagine forte che spiega quello che dice Susanna: l’ex sindaco Castellani che si richiesta del cittadino-commerciante fece piombare i turet, le fontanine di strada, semplicemente perché venivano usati, vi si addensava gente.  L’allarme cresce per linee sue, eppure il commissariato di Ps di Porta Palazzo segnala che da due anni c’è un drastico calo di ogni tipo di reati. Torino è storicamente anche la città della solidarietà, da Don Bosco all'Arsenale della pace e del gruppo Abele, “il cosiddetto “terzo settore”, continua Susanna, “che ora tende a sostituire le tecniche alla politica, a fare dell’esclusione sociale un problema da affidare a un'équipe di esperti”. E’ così che si perde il contatto con intere comunità destinate a creare mondi separati come cités marsigliesi, qualcosa che Torino potrebbe scoprire non appena scatteranno le assegnazioni di case popolari agli immigrati. Potrebbe essere proprio questo il destino dei nuovi quartieri di palazzoni destinati ad alloggi che stanno nascendo intorno agli impianti del sogno olimpico. Li precede un piano regolatore invecchiato prima di prendere il via. Ci finiranno anche molti ex dipendenti Fiat: “La crisi dell’azienda si risolverà”, mi dice uno dei più importanti costruttori di Torino, “ma è un fatto che già oggi ci sono banche che non concedono mutui ai dipendenti Fiat”. 

Hanno due anime, i torinesi: una è quella di Gianduja, concorde con le istituzioni che hanno negato la crisi finché hanno potuto all'insegna del piemontesissimo esageruma nen. All'altra piace gingillarsi con la fame alchemica della città, di cui fa parte l’antica arte di interpretare i segni: nella primavera del 1980 un terremoto scosse Torino, sparse paura e danneggiò un solo edificio, il museo dell’automobile. Pochi mesi dopo la Fiat annunciò 22 mila esuberi e pose fine alla storia del movimento operaio italiano. Il 18 febbraio scorso, pochi mesi prima dell’annuncio della nuova crisi dell’azienda madre, fu annullato all'improvviso il 69mo Salone Internazionale dell’auto: un altro terremoto, un trauma per i torinesi maschi che nella visita primaverile al Salone avevano il rito di iniziazione adolescenziale. Quel giorno lì l’anima esoterica ha prevalso, e tanti in città si sono detti fra sé e sé: aj suma, “ci siamo”

venerdì 20 dicembre 2013

Smart zoo and industrial park! Live in Miraflowers!! Simply Torino, simply the best!

Carissimi, ieri siamo passati di fianco a quel fabbricone così out e per nulla trendsetter (fuori moda in italiano, ma cerchiamo di abbandonare queste vetuste abitudini lessicali) che si chiama Fiat Mirafiori Nord. 2.000.000 di m2 di semi-deserto. Al suo interno si snodano 20 chilometri di linee ferroviarie e 11 chilometri di strade sotterranee che collegano i vari capannoni.
Per noi che amiamo il buongusto sabaudo e l'innovation technology un vero oltraggio.

La palazzina degli uffici, che si affaccia su corso Giovanni Agnelli, è un edificio di 5 piani lungo 220 metri, ricoperto di pietra bianca di Finale. No, ma diciamolo in coro: che orrore!!!

E allora abbiamo pensato: ma pensa te se qua non ci starebbe bene una bella riqualificazione urbana con tanti bei palazzoni, centri commerciali e magari anche uno smart garden con qualche smart cespuglio. Ehhh??!!! che dite?? Abbiamo anche un piano di riqualificazione umana per i cosi... come si chiamano... gli ope.... boh, non ci viene in mente.
Comunque avete capito, quelli con la tuta e le mani sempre sgradevolmente sporche.
Abbiamo detto: noi siamo dei geni perché abbiamo portato i lavoratori da 60.000 a 7-8.000, impiegati compresi. Ragazzi, siamo troppo seri noi. I superstiti, dicevamo, quelli che non sono andati ad aprire un bar e ora sbraitano per strada 'st'incivili, potremmo tenerli dentro e fare una specie di zoo! Che ne pensate di questa smart idea! Un bel museo industriale con l'operaio massa che finge di montare una Punto, il compagno che fa il picchetto con la chiave inglese in mano alla Porta 2, e poi dopo trent'anni dice che il padrone ha sempre ragione e cita il nostro grande idolo Amendola! Poi potrebbe esserci la donna sfasciata da trent'anni di catena di montaggio. Certo che i lavoratori dello zoo museo dovranno accontentarsi di paghe un po' ridotte, sono tempi difficili, c'è la crisi e sopratutto la priorità è il lavoro! Come in Cina! Guarda lì come i compagni cinesi hanno risolto il problema!
Quindi, uno passa, sorseggia un chupito, guarda dal finestrino l'operaio che avvita il bullone e poi magari va a comprarsi qualcosa nel centro commerciale adiacente!!!
Ma siamo veramente dei fighi senza senso noi!!!
Sudditi!!!
Quanto siete fortunati?!
Ci potrebbe essere un settore dove uno può scaricare una app, 5 euriii, che ti permette di sperimentare il brivido del Reparto Confino! Che dite?? Vi piace come idea?
Dovete dire sì!!!!!!!!
Ciao sudditi, andiamo a studiare nuove smart ideas for a new town always on te move!!!!