mercoledì 23 ottobre 2019

QUANTO IL PROGETTO APPENDINO DIFFERISCE DAL PROGETTO PASSONI?

Potrebbe diventare un fulmine a ciel (quasi) sereno l’ articolo di Paolo Coccorese di oggi che illustra alla cittadinanza l’ ipotesi di masterplan relativo a Cavallerizza. Il 31 ottobre il progetto verrà presentato a CDP (Cassa Deposito e Prestiti), e non sappiamo se e quando verrà presentato alla cittadinanza (a proposito di trasparenza e partecipazione).

Un puzzle ben disegnato dall’architetto Agostino Magnaghi (un nome che ritorna spesso nei progetti relativi al bene patrimonio UNESCO) in cui si “intravedono” benissimo le mani sulla città: Compagnia di San Paolo (ancora tu, ma non dovevamo vederci più?), Cassa Depositi e Prestiti e CCT, la società di cartolarizzazione di Torino che sembra essere il vero nodo gordiano del
la vicenda fin dal 2015.
Immagine presa dal Corriere della Sera, 23/10/2019

Recuperiamo proprio da un nostro approfondimento di quell’ anno il suo ruolo nella vicenda e la nascita della società:

L’attore terzo che entra in scena è la CCT, “Cartolarizzazione Città di Torino” s.r.l., creata a novembre 2010 dal Comune stesso ma che, stando a quanto afferma Passoni (Assessore Bilancio), agisce in autonomia completa. In realtà i membri del Consiglio d’Amministrazione della Società sono nominati dal Comune, quindi è facile immaginare che il Municipio mantenga perlomeno un ruolo di indirizzo politico. Nell’atto costituivo della Società, si specifica che la sua nascita “ha per oggetto esclusivo la realizzazione di una o più operazioni di cartolarizzazione dei proventi derivanti dalla dismissione del patrimonio immobiliare del Comune di Torino”: non è quindi una sorpresa che i nostri governanti, sotto la stringente necessità di andare a coprire il passivo dei conti pubblici locali, cerchino maldestramente di fare cassa attraverso la vendita (o svendita?) dei gioielli storici del suolo cittadino. Era già tutto previsto ed organizzato alla perfezione, negli stessi giorni del 2011 in cui Fassino lanciava lo slogan “Torino Bene Comune”. 
Nel nostro caso specifico, il Comune ha ceduto il complesso alla CCT in cambio di un anticipo di cassa di 10 milioni di euro: tale Società dovrà ora occuparsi di vendere il bene al fine di rientrare dell’investimento fatto. Peccato che due aste siano già andate deserte, e così ora si va alla ricerca del miglior offerente.  “

Insomma i famosi 11 milioni che si cercavano all’ epoca per “riscattare” il bene cartolarizzato per quattro spiccioli ma che non si trovavano da nessuna parte. Nei seguenti link (qui e qui ), trovate delle succulenti nostre vecchie interviste proprio di quell’ anno, quando l’ allora Assessore Gianguido Passoni presentava un progetto che stamattina ci è ritornato in mente leggendo la cronaca odierna del Corriere della Sera: quanto dista e quanto potrebbe distare dal vecchio masterplan la proposta della Giunta Appendino? Eppure l‘ allora consigliera di minoranza sembrava maggiormente propensa alla partecipazione e a percorsi partecipativi deliberativi ieri rispetto a oggi: cosa è cambiato in questi quattro anni? 

Giusto per continuare il parallelismo con quattro anni fa (il recupero dello speciale “DALLE STALLE ALL’OSTELLO” ci ha fatto ritornare alle nostre origini) vorremmo umilmente ricordare che l’origine di tutto ciò non sta nell’ occupazione (a prescindere dal giudizio che si voglia dare su di essa), né tantomeno nei troppo frequenti incendi (cosa ovviamente gravissima), né forse nei percorsi a zig-zag delle diverse Amministrazioni che rimbalzano tra benicomunisti (qua l’ottimo lavoro e approfondimento che stanno facendo gli amici di Assemblea21), fondazioni bancarie (sembra che nel masterplan vi sia lo studendato di Camplus, una diramazione di CL) e quel SISTEMA TORINO che ha cambiato interlocutori ma non ha certo cambiato il fine di appropriarsi di tutti gli immobili possibili della città (ex MOI ultimo esempio di “sgombero dolce” e ritorno dei beni a chi di dovere).

L’ origine del tutto sta nel DEBITO soffocante che trasforma l’ attore politico che guida le Giunte in un amministratore di condominio, che prima capisce (e Appendino l’ha capito ben presto) che è altrove (cioè banche e relative fondazioni) che detengono in una mano il borsellino coi risparmi e nell’ altra il welfare della città (sabato il Rapporto Rota ci dirà in che percentuale quest’ anno) ed è a loro che bisogna affidare gli immobili torinesi, pena il fallimento della città tutta.

Per cui, se una battaglia vogliamo fare (lo diceva anche Appendino nella succitata intervista del 2015) è quella sulla rinegoziazione nominale del debito (non la finta ristrutturazione dell’ attuale Assessore Rolando): altrimenti, come sono soliti dirci i politici di turno, TINA, cioè There Is No Alternative, come disse Tatcher con una straordinaria visione profetica quarant’ anni fa.

domenica 20 ottobre 2019

Il PORTAVOCE SI INCAZZA, L'ORRENDO B-MOVIE DI PALAZZO DI CITTÀ.

“O mi risolvete la questione o vi sotterro tutti”. Sembra di essere in un b-movie all'italiana e il titolo potrebbe essere “Il portavoce si incazza”. Ma, invece, siamo nella realtà, quella nuda e cruda, condita di grevi bassezze, quella in carne, ossa e intercettazioni. Per la precisione, nella più apparentemente paludata realtà sabauda, dove un fiduciario della sindaca - in difficoltà finanziarie e legali - tiene sotto scacco i massimi vertici della città. Questo, qui sotto, è un corollario di intercettazioni, che la sindaca definirebbe, con forzato eufemismo, “colorito”. Lui si definisce “un tamarro che sa fare il proprio mestiere”. Uno che quando si incazza “succedono brutte cose”.
La scalata del pitbull di Palazzo di Città è stata rapida e feroce. Nessuna esperienza alle spalle che ne motivasse la scelta come portavoce, ma in dote la raccomandazione del futuro assessore al Commercio (“L'ho conosciuto che era un normale frequentatore della discoteca”), associata a modi spicci e arroganti sfoggiati nelle tv locali, utili per allontanare eventuali rompiballe. E, poi, un'ambizione sconfinata.
Quei 40 mila euro lordi previsti dal suo incarico non gli bastavano, ne voleva altri e lo rivendicava per le responsabilità assunte, per pagare le rate e non “raschiare il fondo del barile”. E, quindi, dalla sindaca al cerchio magico, ad addirittura dirigenti, tutti si sono trovati impegnati nell'affannosa ricerca di una collaborazione per garantire più soldi al pitbull. Pronto a scatenare “brutte cose”. Prima e dopo le sue dimissioni.
Ma perché? Ci chiediamo, senza ancora risposta.
Le dimissioni arriveranno qualche giorno dopo una conversazione in chat con il marito della sindaca che lo avvisava: “Ti vogliono morto, Luca. Se corri nudo su un campo di battaglia ti prendono con un colpo di bazooka”.
Al di là dei toni grotteschi di questa sceneggiatura vintage, siamo di fronte a una situazione grave, a un verminaio vero e proprio, per utilizzare una formula classica. Non siamo di fronte a un linguaggio colorito. L'ex portavoce è indagato, tra l'altro, per estorsione e peculato. La prima cittadina è sotto ricatto? Quali sono gli indicibili segreti – forse legati alla Juve – a cui allude in una conversazione l'ex capo di gabinetto Paolo Giordana?
La sindaca Appendino deve spiegarlo alla cittadinanza e farebbe bene a dimettersi, perché Pasquaretta – l'amico e compagno di movida dell'assessore Alberto Sacco – l'ha scelto lei, non ha vinto un concorso pubblico.
Bang, Bang!
“Fermi tutti, peni in alto, Luca Pasquaretta”
Stop, buona la prima!

martedì 8 ottobre 2019

PORTA PALAZZO: IL MURO CHE DIVIDE LA MAGGIORANZA


È giunta in Consiglio Comunale nella giornata di ieri la discussione riguardante il mur…OPS!...jersey (muro non si può dire, la Sindaca non vuole, ci ha sgridato tutti quanti!) tirato su a Porta Palazzo nella giornata di venerdì per impedire lo svolgimento del consueto mercato di libero scambio, al centro di un acceso dibattito dentro e fuori la maggioranza da circa un anno.

Chiara Appendino “apre le danze” arrivando in ritardo dall’ incontro in Prefettura, ove hanno discusso appunto di suk e dintorni: una plastica rappresentazione della distribuzione dei poteri reali e della scala di importanza dei diversi corpi istituzionali. La Sindaca rivendica da subito e senza imbarazzo quel che già era evidente da tempo, soprattutto con la recente redazione del “pacchetto sicurezza cittadino” (quello dei DASPO e delle telecamere con sgravi fiscali): a governare la città ci stanno pensando il combinato disposto Sindaca-Questura-Prefettura, che invitano ai loro tavoli “a dialogare” i soggetti più titolati e “graduati” (non certo i cittadini coinvolti).

La sensazione assistendo al Consiglio è che vi sia un leggero fastidio per la nostra prima cittadina nel dover essere costretta a scendere nell’ agone della Sala Rossa per doversi confrontare (orrore!) con le diverse rappresentanze: lo si intuisce da subito dal suo intervento, che inizia col piglio della maestra dalla penna rossa che spiega a giornalisti, analisti, redattori di post su Facebook, che NO! Quello non si può chiamare muro, perché diamine i muri sono un’altra cosa, studiate la storia e tornare la prossima settimana.

Tale mercato non rientra nei ranghi di liceità perché viene meno alle regole dello Stato, della città e del vivere civile”: l’armamentario del decoro e della “città divisa in due” (ti ricordi Chiara il tuo cartello?) viene subito spiattellato e rivendicato. Lì ci sono gli straccivendoli, le persone ai margini della società, coloro che vivono sul liminare della legalità, legalità che è da sempre il totem pentastellato che prevale su qualsiasi cosa, in primis sulla giustizia sociale.

Chiariamo subito una cosa: i “drop-out” del mercato di libero scambio, come sottolineato in seguito da Eleonora Artesio, sono al di fuori della liceità perché lì li ha posti la Giunta Appendino con una delibera che ha messo fuorilegge da un giorno all’ altro il suk al Canale Molassi. Fino ad allora, Vivibalon gestiva tramite bando l’organizzazione del libero scambio (che non è propriamente un mercato, come ricorda Chiara Foglietta, a differenza di quanto affermato dalla Sindaca), riscuoteva delle quote di iscrizione dai mercatali (che per 38 settimane il Comune non ha potuto incassare a causa dell’incauta delibera) e provvedeva alla pulizia della zona.

“Io credo che l’intervento sia riuscito e la sfida più significativa è far sì che partano percorsi di inclusione, valorizzando il suk perché vorremmo che non fosse un punto di isolamento della città ma un punto di partenza con corsi di formazione sul riuso per gli operatori, comunicazione mirata e trasporto pubblico rafforzato”: ovviamente non si può dire che questi fastidiosi poveri devono essere allontanati dalla vista e dal cuore dai cittadini di Serie A (turisti su tutti), per cui si cerca di addolcire la pillola con un linguaggio distopico che cerca di trasmettere una empatia e un interesse verso “la popolazione del suk” che fino a oggi non si è vista: cosa ha impedito all’ attuale Giunta di investire sui frequentatori del Vivibalon in questi tre anni? 

Fa sorridere anche l’ansia della Sindaca di volersi smarcare, nella conferenza stampa successiva, dalla Lega Nord trionfante in Aula con Ricca: se si agisce (mettiamo dentro anche il pacchetto sicurezza già citato) da leghisti, se si tirano su “confini” tra poveri e “cittadini leciti”, se si parla da “borghesi elitari” (Cit. Lo Russo a simboleggiare un PD che paradossalmente l’ Amministrazione Appendino sta spingendo di riflesso verso sinistra), se si compiono azioni che fanno esultare Ricca sotto la curva che cosa si è nella sostanza politica? Basta definirsi post-ideologici per rimanere estranei al pattume ideologico del decoro destrorso? Noi crediamo di no.

Ci pensa la combattiva Capogruppo pentastellata Valentina Sganga, che interviene a titolo personale, a sottolineare la potenza simbolica lacerante di quel muro-che-non-possiamo-chiamare-muro, eretto (andando dietro “alle discussioni da bar”) contro “un mercato sporco, sudicio, rumoroso”, un muro “che attiva processi di espulsione” nei confronti di chi lì vive(va) e sopravvive(va).

Sganga arriva a mettere (finalmente) in discussione in Aula l’operazione complessiva su quell’ area, lanciando nel frattempo una frecciatina all’ opposizione PD: “sentire ora parlare di gentrification da parte di chi ha soffiato su questo processo mi fa sorridere. Penso però che sia necessario aprire una discussione su quel che questo quartiere vuole diventare: la riqualificazione non può passare dall’ allontanamento di chi vive ai margini. Rendere vivibile uno spazio pubblico si può fare solo coinvolgendo quelli che ci vivono e un mercato come quello del Balon è un tipico esempio di convivenza di comunità diverse.”

Evviva, hanno capito quel che sta succedendo a Borgo Dora! Peccato però che tutti noi ricordiamo l’ afflusso trionfale di consiglieri, assessori e compagnia cantante e strombettante all’ inaugurazione del Mercato Centrale, la voce unica che benediceva gli investimenti privati e la sana convivenza tra il vecchio mercato e quello nuovo, in attesa del potere salvifico dell’ ostello Combo e della “ri-organizzazione” (leggasi Foodification) del mercato del pesce che avverrà a breve.

Risulta un po’ scanziano e fumoso dire che avevamo ragione noi, e che se ne sono accorti troppo tardi: i poveri sono stati cacciati e allontanati (“i poveri non evaporano” tanto per ri-citare un Lo Russo barricadero), sulla zona ci sono pesanti interventi, anche speculativo-immobiliari, che vogliono trasformarla in una attrazione per turisti. In questa cornice, gli straccivendoli stonano, non sono leciti, anzi infastidiscono la vista e il quieto vivere. Andate, andate via lontano poveri, andate con un servizio di navette nel dimenticatoio di Via Carcano, in cambio vi diamo “percorsi di formazione” e qualche evento culturale intorno al mercato per mostrare a tutti che non ci dimentichiamo di chi rimane indietro, attuando una “politica dell' elemosina di chi si lava la coscienza”, tanto per citare Andrea Russi, sostenitore entusiasta della cacciata dal Canale Molassi.

Forse ci sarebbe stato lo spazio nella discussione in Aula per quella minoranza della maggioranza (vedi Albano, Paoli, una Ferrero apparsa molto contrariata durante la diretta) che questi concetti in Aula li ha sempre espressi (certo attraverso penultimatum che mai hanno portato alle dimissioni di nessuno): peccato però che il tempo sia stato “rubato” loro dallo show (il secondo nello stesso pomeriggio dopo quello sull’ affollamento dell’ Anagrafe Centrale) di Antonio Fornari che, privo di argomenti concreti da portare alla discussione, decide di elencare lo stradario con relativi numeri civici dei condomini favorevoli allo sgombero dell’area.

Un sorriso beffardo il suo, mentre le sue colleghe di maggioranza scappano infuriate: una immagine che rattrista e offende l’intelligenza politica di questa città. Si chiude con l’intervento di Eleonora Artesio che è davvero troppo elevato rispetto all’ ambiente che la circonda.
Le opposizioni si sono decimate, la maggioranza è rada e in evidente e conclamata guerra interna: cade il numero legale mentre volano stracci e accuse reciproche, Chiara Appendino non può replicare.


Si chiude così un pomeriggio istituzionalmente triste a cappello di un weekend che ha portato ancora più in basso il livello di civiltà e di integrazione della Città di Torino.
Una Sindaca con “decoro politico” (non è che il decoro vale solo per gli altri eh) forse eviterebbe di andare in conferenza stampa a cercare capri espiatori e si interrogherebbe sulla triste immagine che la sua maggioranza ha dato in Sala Rossa.
Per sua fortuna, il Consiglio comunale, e ancor più la sua maggioranza, contano relativamente poco nelle azioni della sua Giunta: un orpello formale che poco o nulla inciderà su decisioni che la Sindaca sembra sempre più convinta di voler prendere altrove, insieme a quel “Sistema Torino” da lei tanto vituperato un tempo.

sabato 15 giugno 2019

ADESIONE AL TORINO PRIDE 2019: DIRITTI CIVILI E NON SOLO

Sistema Torino è molto felice di partecipare in massa al Torino Pride 2019 di sabato 15 giugno a Torino.
E siamo ancora più felici di aderire convintamente al “DOCUMENTO POLITICO – TORINO PRIDE 2019”.
Così come riteniamo una bella notizia il fatto che i due principali partiti torinesi, cioè il PD e il Movimento 5 Stelle, abbiano aderito: una domanda però sorge spontanea.
Partito Democratico e Movimento 5 Stelle lo hanno letto il documento politico cui hanno aderito?
Forse è la stessa domanda che si è fatto il “Torino Pride” stesso, che chiederà ai politici presenti alla manifestazione di firmare e sottoscrivere il documento. 

E ben fanno visto che l’ attualità politica dei due partiti sembra stonare fin dall’ incipit del documento stesso che ci ricorda il perché del carnevale come riferimento:
il carnevale, tuttavia, è il momento dell’anno in cui fin dall’antichità tutte e tutti, per un giorno, sono uguali, e possono dileggiare bonariamente i potenti, attraverso il rovesciamento dei ruoli e la libera espressione di caratteristiche personali che rimangono celate, quando non esplicitamente osteggiate, nel resto dell’anno.

In tempi di DASPO urbano (una misura con cui un Sindaco – in collaborazione con il prefetto – può multare e poi stabilire un divieto di accesso ad alcune aree della città per chi «ponga in essere condotte che limitano la libera accessibilità e fruizione» di infrastrutture di trasporto) viene difficile immaginarsi una adesione al dileggio dei potenti e alla libera espressione. 

E chi ha introdotto per primo il concetto di DASPO in un decreto sicurezza? Minniti, PD.
E chi sta cercando di restringere ulteriormente le libertà personali attraverso un Decreto Sicurezza bis? Il Governo a maggioranza 5 Stelle.

E quindi? E quindi siamo solo all'inizio, prego sedetevi comodi che sta per cominciare lo show…dell’ipocrisia. (semi-Cit. Salmo)

LA FIERA DELLE CONTRADDIZIONI

Infatti, “il Pride è intersezionale” e “combatte questo sempre più aggressivo tentativo di normalizzazione a appiattimento al pensiero unico che proviene oggi addirittura dai palazzi che dovrebbero tutelarci tutte e tutti”: ed è proprio nella difesa delle altre sezioni della società che casca l’asino delle adesioni partitiche.

Si parte col ricordare che l’Italia ottiene nel 2018 il 27%, punteggio nel RAINBOW INDEX,
(indice che valuta i Paesi europei rispetto a variabili come uguaglianza e non-discriminazione, famiglie LGBT), nel chiedere maggiori diritti per i migranti LGBTQI e “l’abrogazione del Decreto Sicurezza approvato dal governo Conte (M5S+Lega) che sta complicando il procedimento per ottenere la cittadinanza. Stiamo già vivendo gli effetti negativi dello smantellamento progressivo del sistema di accoglienza e integrazione.”

Si prosegue con la difesa degli spazi occupati, ribadendo la loro essenzialità per la vita e il fermento culturale di una città: applausi a scena aperta da parte nostra, e un GRAZIE al Coordinamento Pride per essere andato dritto al punto senza mezzi termini. Ma quel Partito che sostiene da anni che i centri sociali sono il male di Torino, da chiudere hic et nunc in quanto illegali, come si è sentito di fronte a questo punto? Il documento lo sottoscriverebbe ancora tutto o solo in parte?

A questo aggiungiamo un passaggio di un paragrafo precedente ove, a proposito dello scrivere un comunicato andando dritto per dritto, si censurano “le diverse occasioni di repressione sociale e appiattimento culturale dove si tenta di silenziare le voci fuori dal coro e alcuni quartieri vengono addirittura militarizzati.” Caso mai i consiglieri pentastellati volessero sentirsi assolti, questo passaggio ricorda quanto siano irrimediabilmente coinvolti nella stoica difesa che nei mesi scorsi hanno compiuto rispetto alle azioni avvenute nel quartiere Aurora con lo sgombero dell’Asilo occupato.

Così come è altrettanto doveroso e doloroso ricordare che la “sinistra di Governo” che si arroga il primato dei diritti civili “sai che diritti hanno concesso, non sono stati nemmeno capaci di far approvare una legge sul matrimonio paritario, sull’adozione, sull’eutanasia, sull’omofobia, e fermiamoci qui” : per cui ci uniamo al Documento del Pride e ricordiamo ai politicanti che scenderanno in piazza che manca ancora per esempio una legge contro l’omo-bi-transfobia, quanto mai necessaria nei tempi bui che stiamo attraversando.

E siamo ancora uno dei pochi Paesi in cui è completamente assente il matrimonio egualitario, che riconosca alle persone dello stesso sesso gli stessi diritti e dignità. E, tanto per continuare a guardare al resto d’ Europa più progredito in quest’ ambito, ricordiamo inoltre che non è in Italia “garantita la possibilità di adozione di minori da parte di singoli, singole e coppie, indipendentemente dall’orientamento sessuale di chi ne fa richiesta”.

E questi sono solo alcuni punti salienti di un documento che non risparmia schiaffi metaforici a nessuno, ed è questo il motivo per cui idealmente lo sottoscriviamo.


E QUINDI? CHE FARE?

E quindi? E quindi viva il Pride, e viva questo movimento così trasversale da saper, e voler, includere tutti per ricordare attraverso un carnevale (come da rivendicazione iniziale citata) quanto la diversità (e la lotta) siano componenti essenziali della società.
Per questo motivo, dopo avervi portato in viaggio nel “tour nelle contraddizioni” di PD e M5S, ribadiamo la convinzione che non vi sia nulla di meglio di una piazza che chiede ai rappresentanti politici presenti di guardare in faccia le incongruenze del loro agire politico (anche perché mai ci sogneremmo di essere noi a fare i “buttafuori” di una manifestazione politica così aperta).

Chiudiamo con una nostra visione da sinistra. Altra preziosa azione positiva di questo documento è stata la capacità di scatenare un dibattito che ha messo tutti in guardia da un rischio che forse anche noi abbiamo corso in passato: pensare ai diritti civili come “diritti di Serie B” e "arma di distrazione di massa" del centro-sinistra che nel frattempo ha abbandonato i diritti sociali.

E se può essere vero (anzi lo è certamente) che la sinistra di Governo ha abbandonato i diritti sociali “pompando” di pinkwashing il proprio agire (e un parallelismo simile si può fare con le politiche civili della Giunta Appendino), è d’obbligo (e di sinistra) rifuggire dal rossobrunismo riconoscendo che TUTTI i diritti DEVONO essere al centro dell’agenda politica.
Di fronte a una attualità politica che ci propone gay picchiati e bullizzati, migranti perseguitati e la diversità vista come un male della società, non si può certo pensare ai diritti civili come fuorvianti.

Anzi, è solo facendo camminare per mano insieme diritti sociali e civili che una sinistra degna di questo nome potrà permettere un giorno a due persone dello stesso sesso di sposarsi e adottare un bimbo, senza correre il rischio di non sapere come arrivare a fine mese.

BUON PRIDE A TUTTI.

giovedì 13 giugno 2019

QUAL È IL VERO DEGRADO DEL CENTRO? Una iniziativa contro lo sfratto della Libreria Comunardi

Non poteva esserci periodo e luogo migliore (purtroppo) per presentare l’ultima fatica letteraria di Wolf Bukowski: “La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro”.

Un saggio che si staglia alla perfezione all’orizzonte dell’alato dibattito cittadino di queste settimane, che ruota intorno alla dicotomia decoro/degrado del centro storico. L’escalation recente ha avuto origine dal clamore mediatico destato dal comitato “PuliAmo Torino”, nato con l’obiettivo di “ripulire il centro città che sta diventando sempre più sporco e pieno di clochard”.
Dannazione, ci sono i clochard (adorabile il politically correct applicato a concetti politicamente aberranti), vi sono numeose “scritte anarchiche” sui muri e addirittura, udite udite, le colonne di Via Po si stanno scrostando. È EMERGENZA!

Forse non proprio emergenza democratica, ma trattasi comunque di una emergenza che va affrontata qui e subito: e sapete perché? Beh, perché il centro deve essere “a misura di turisti”, in fin dei conti è il nostro biglietto da visita con gli stranieri: per questo va ripulito da barboni, viandanti e poveracci che chiedono l’ elemosina. RITORNIAMO AL DECORO!

Ecco sì, siamo d’accordo, ritorniamo al decoro: noi abbiamo però una concezione leggermente diversa di decoro e di vita quotidiana di un quartiere, sia esso centro o periferia.

E qui veniamo alla notizia centrale del nostro pezzo: come molti di voi sapranno, la storica libreria torinese Comunardi, dal 1976 in via Bogino 2, a pochi passi da via Po, chiude a settembre.  
Al suo posto, udite udite, aprirà un altro supermercato della catena Pam Local: ne esiste già uno a poche decine di metri di distanza ma sentivamo comunque il bisogno di un altro, magari aperto “H24 7/7” per andare incontro alle esigenze di turisti e non.

In fin dei conti, ripensandoci bene, il diritto all’ acquisto commerciale ha raggiunto de facto il rango di sacro diritto costituzionale invìolabile (per fortuna i nostri padri costituenti avevano parlato di ben altri diritti, ma  ora si cambia: that’s capitalism baby).

Per capire meglio, aldilà delle facili ironie, il processo in cui si inserisce questa “sostituzione commerciale” citiamo una recente nota del Professor Semi a riguardo degli effetti della gentrification sul centro di Torino:
 “Una seconda reazione è invece più politica e ha a che fare con la gestione di questo mutamento, mutamento che avviene in una fase di evidente declino della città e anche del suo centro storico. Qui si va dalle accuse contro pedonalizzazioni e nuove restrizioni alla circolazione delle auto, all’amara consapevolezza che aver tolto al centro una funzione anche produttiva, ad esempio nel settore della pubblica amministrazione o dei servizi finanziari, ha significato togliere fiato a quelle attività commerciali di servizio ai relativi lavoratori, attività che garantivano però anche una vita di quartiere diurna. Questo è il tipico discorso à la Jane Jacobs: il quartiere vive anche grazie agli ‘occhi sulla strada’, cioè a quel controllo sociale informale che una fitta rete commerciale garantisce. Morti i negozi, muore anche il controllo sociale e si diffonde l’insicurezza (percepita o reale che sia).”

Insomma, quel  che sta succedendo oggi a livello commerciale non è altro che la conseguenza, a un paio di decenni di distanza, di quel che è avvenuto a livello abitativo (nella succitata nota tali concetti vengono descritti con dovizia di dati): una selezione di classe dei suoi abitanti e frequentatori, una sorta di barriera all’ ingresso per chi non può permettersi determinati consumi e stili di vita.

“Proprio in questo senso il decoro è rappresentato con efficacia icastica da Zerocalcare come un totem “svuotato, scavato dentro come una carie” all’ interno del quale “si possono annidare cose pericolose”. E infine, come tutte le altre “idee senza parole” e “miti tecnicizzati”, il decoro è “veicolo dell’ ideologia della classe dominante” anche quando si presenta apparentemente privo di contenuti ideologici, e cioè, semplificando al massimo, quando pulizia ordine, senso civico, eccetera appaiono come né di destra né di sinistra. Va da sé che la difesa dell’ ideologia della classe dominante ha la funzione pratica di difendere il dominio di quella stessa classe sulla società intera.”

Abbiamo chiuso con una citazione del libro di Wolf Bukowski, sperando in questo modo di spingervi a riempire sabato sera la Libreria Comunardi, per sostenere il suo quasi ex proprietario e confrontarsi tutti insieme a riguardo dei concetti fin qui espressi.

Ci vediamo sabato alla Comunardi, qui il link all’ evento:

https://www.facebook.com/events/470144620426467/

martedì 19 febbraio 2019

IL SISTEMA ROUSSEAU NON ESISTE

Signore e signori, abbiamo il risultato del nostro sondaggio! Ed è perfettamente riassunto dalla prima pagina di Cuore tirata fuori all’ uopo dall’ archivio storico della sinistra italiana (Da un’idea di Mauro Ravarino): quali altre analisi politiche profonde si possono fare di fronte a un Movimento che arriva a rinnegare la propria essenza pur di rimanere al Governo con il fascioleghista?

In una gara di ipocrisia verso il basso, vincono ancora una volta i Consiglieri comunali torinesi che si stracciano le vesti, si indignano, si fanno bersaglio degli strali social ma restano in sella perché a quanto pare il Movimento e la città hanno bisogno di loro (sinceramente noi non avvertiamo questa necessità di ascoltare ancora i penultimatum dei “ribbelli” di fronte agli scandali degli ex collaboratori della Sindaca Appendino, ai processi e a tutta la farsa che gira intorno a questa Giunta).
Ne facciamo volentieri a meno di questa masnada di improvvisati politici nati incendiari e pronti a morire forzisti: la transfigurazione del M5S nella nuova Forza Italia è infatti giunta a maturazione.
Dalle accuse alla magistratura che vuole colpire il Governo, ai giornali sempre contro fino all’ alleanza di Governo con i fascioleghisti, con l’unica differenza dell’atteggiamento zerbinesco dei pentastellati verso l’alleato: tutto è sacrificabile sull’ altare del Governo per forza.

E ora? Cosa succederà? Le Regionali piemontesi sanciranno il definitivo passaggio dei voti di destra all’ interno del loro alveo naturale, ovvero il leghismo xenofobo, razzista e perbenista: un profilo perfetto di quella maggioranza dei pentastellati che emerge dai commenti social e dalla stessa votazione di Rousseau (Il 59% ha voluto salvare Salvini e il suo Governo sovranista).

Quel che resta di questo slittamento a destra dei voti pentastellati è una carogna elettorale che potrà essere spolpata dal più scaltro e preparato ad approfittarne: ci sono, almeno a Torino, voti considerabili “di sinistra” tra i comitati, associazioni ambientaliste, movimenti per la casa, collettivi politici che sostennero “l’ #alternativa Appendino” nel 2016.
Qualcuno saprà approfittarne?

Grande è la confusione sotto il cielo, perciò la situazione è favorevole: quale momento migliore per togliere di mezzo l’enigma pentastellato e superare l’ anomalia della Casaleggio Associati tornando a parlare di politica secondo schieramenti e ideali che solo una truffa ideologica può aver considerato superati dalla Storia?

mercoledì 13 febbraio 2019

ALTA PUBBLICITA’

La Torino Lione è inutile, controproducente, un investimento a perdere, un danno ambientale inopportuno. Nulla di nuovo quindi, nulla di nuovo e nulla di diverso da quanto il movimento No Tav afferma da decenni. La vera domanda che oggi dobbiamo assolutamente porci è: basterà questo studio a dar sostanza all’endorsment del movimento cinque stelle circa l’opposizione a questa grande opera pubblica?
Di per sè l’analisi costi benefici non cambia la realtà: il cantiere esiste, l’area è sempre militarizzata, lo stato di diritto in quella zona del Piemonte rimane compromesso ed è di nebbiosa interpretazione. Si sprecano sui social manifestazioni di giubilo, comparsate tv per prendersi meriti e mantenere consensi, dopo la batosta presa in Abruzzo dove, un anno di politica illusoria e di ultradestra ha portato ad una liquefazione dell’elettorato, colato via come un ghiacciolo dimenticato al sole. Il movimento No Tav e la l'opposizione alla Tav sono sfruttati a fini politici sia a Roma che a Torino. Giusto lunedì la Sindaca, assente non giustificata l’8 dicembre e durante le votazioni in consiglio riguardo l’opera,offriva giudizi in merito alla coscienza notav (per non parlare di quella antifascista ed antirazzista ??!!) dei presenti al corteo cittadino pro Asilo.
L’analisi costi benefici ha un valore strategico e strumentale, è stata sacrificata sul terzo valico e forse lo sarà anche sulla Torino Lione, non è un valore politico personale quello che muove l'interesse del movimento cinque stelle, le parole di Di Maio circa la "trattativa sulle grandi opere" con Salvini sono eloquenti in tal senso. Se non fosse vero, si dovrebbe passare dalle parole ai fatti, senza continuare a lasciare il cerino dell' opposizione concreta all’opera ai movimenti territoriali e popolari del torinese (e non solo) . Movimenti sempre più esposti giuridicamente e nell'occhio del ciclone della repressione del dissenso, accerchiati tra madamine, giornali, politica, industria e sindacati. Al centro, oltretutto, del mirino del nuovo asse pentaleghista Salvini-Appendino, sempre più affiatato, tra voglie di olii, di ricino ed extravergine IGP.
I due piani di opposizione, come ci insegna l'esempio valsusino, possono e devono coesistere, ma ognuno faccia in fretta la sua parte, anche perchè il cantiere tutt'ora è funzionante, si faccia come con il commissariato di governo, si chiuda tutto e si ripristini la tanto cara "normalità" nell'area di Chiomonte. 
Lo sbandierare un’appartenenza vale molto di più in termini elettorali che non forzare un’alleanza, anche perché, visti i sondaggi, in molti perderebbero irrimediabilmente la carica faticosamente ottenuta a colpi di meme e grandi promesse di cambiamento.
Il cantiere va chiuso politicamente, lo si deve ai valsusini, lo si deve agli attivisti, lo si deve agli elettori ed a tutti coloro che stanno vivendo nel nostro Paese. 
Si è già ampiamente compreso come valori profondi, nati dall'opposizione all'opera, quali il rispetto dell'ambiente e delle volontà popolari e territoriali, non siano permeate dentro chi si riempie la bocca di contrarietà alla grande opera valsusina, gli esempi del terzo valico, della Tap e dell'Ilva di Taranto sono sotto gli occhi di tutti.