venerdì 6 novembre 2015

VIA ASTI: TUTTO BENE QUEL CHE FINISCE BENE?

foto Paolo Tex Tessarin
SCENE DA LIBRO CUORE
“Per noi la prima cosa da chiarire è che non siamo i proprietari di Via Asti. Per quanto ci riguarda, da parte nostra c’è la volontà di stare insieme, abbiamo detto che forse qua non ci sono condizioni per vivere ma la volontà comune rimane. Si può convivere senza problemi, troviamo un modo per farlo ed andare insieme nelle stessa direzione. Questo il punto di partenza, abbiamo modalità diverse su alcune cose ma nessun problema se stiamo insieme”. Questo l’incipit di Oliviero Alotto. Segue un vociferare in lingua a me sconosciuta di uomini e donne (no, non quelli di Maria De Filippi anche se fuori c’erano le telecamere già da un paio d’ore) poi arriva la risposta delle famiglie arrivate domenica: “Va bene, anche noi vogliamo stare insieme. Ci siamo aggiustati, abbiamo trovato acqua e luce, piano piano si può fare tutto insieme, ci siamo dati da fare in questi giorni.” Come avrete capito dalla mia fedele trascrizione dei primi tre minuti di assemblea, la parola-chiave della serata è “insieme”: a coronamento del tutto interviene una rappresentante del movimento anarchico che propone (alla fine ‘sti anarcoidi sono festaioli, bisogna dirlo) una bella festa di cibo musica e condivisione, appunto “insieme”. Altra buona notizia: la mensa, che si riteneva riservata alla cucina radical, verrà invece usata…indovinate come? Esatto, insieme! Mi viene da chiedermi che cosa ci sono venuto a fare qua stasera: mi aspettavo fulmini e saette per poter scrivere un articolo al vetriolo ed invece nessuno scoop, mi tocca commentare uno scialbo zero a zero.

NASCE UN NUOVO “PERCORSO” DI BENE COMUNE?
Tornando serio, a settantadue ore di distanza il clima è radicalmente cambiato e sembra che gli occupanti tutti abbiano colto l’auspicio che il Prof. Ugo Mattei, presente e sorridente anche stasera, fece lunedì sera. La scelta, il “responso”, è di una semplicità disarmante: si resta tutti lì, comitato di Via Asti e ex abitanti di Lungo Stura Lazio, alla ricerca di un percorso più lungo possibile attraverso un tracciato certamente nuovo e dagli orizzonti possibili indecifrabili. La riflessione da fare ora è tutta politica: si è fatto cenno ad alcuni comunicati stampa comuni futuri, si sono messi in discussione en passant i punti di attrito radicale che esistono riguardo al passato e la, ovvia, lontananza siderale di giudizio riguardante “La città possibile”, il piano dell’Amministrazione che ha portato all’ abbattimento delle baracche di Lungo Stura Lazio. Allo stesso tempo i due gruppi di occupanti sono andati alla ricerca di punti di contatto nella comune preoccupazione per il “disagio abitativo” di queste ed altre numerose famiglie, non sono i rom dei campi sosta ma anche le famiglie, italiane straniere o aliene che siano, che stanno occupando altri edifici, come per esempio l’istituto scolastico di Corso Ciriè a Torino. 
Viene poi da chiedersi: che cosa avrebbe potuto fare Terra del Fuoco di diverso? Probabilmente nulla, dato il geniale colpo di teatro della ri-occupazione da parte di rom ed anarchici di domenica pomeriggio. In queste lunghe settantadue ore la politica si è mossa, dal comunicato stampa della Sezione Provinciale di SEL che ha preso le nette distanze dall’occupazione alla sensazione che stasera i “terrafuochisti” abbiano voluto mettere la faccia in prima linea per “intestarsi” completamente l’evoluzione dei fatti e l’occupazione di aprile, scevra da manovre politiche e politicanti di partito sottostanti. A voler essere pignoli, sembra che i “primi occupanti” abbiano più dimestichezza col politichese ed alcuni passaggi sulle azioni future “con il mondo esterno” (abitanti del quartiere piuttosto che cittadinanza tutta o il Comune stesso) sembrano poter tendere verso un indirizzo a loro più consono. Ma non voglio certo assumermi la responsabilità di creare attriti laddove non se ne ravvisano: certo, l’idea di una convivenza tra famiglie rom ed una associazione spogliata dalle “colpe passate” di vicinanza eccessiva con una Amministrazione sorda ed insensibile di fronte alle povertà cittadine vecchie e nuove sembra un sogno (ed un incubo per un PD sempre più in difficoltà) che potrebbe materializzarsi a pochi mesi dalle elezioni. Il dado è tratto, ed ora è tutto in mano agli occupanti: sarebbe bello poter assistere veramente ad una festa “insieme” venerdì prossimo molto partecipata, da parte di tutti, in solidarietà con i ventisei nuclei abitativi che stanno ricostruendo tra mille difficoltà il loro focolare domestico. 
Ecco, ora ci tocca invece parlare del mondo là fuori, perché l’intolleranza ha calato l’asso della troupe mediaset che documenta in diretta la sofferenza della popolazione del quartiere stremata, ovvero una dozzina di abitanti ammassati di fronte alla telecamera con ripresa ristretta di Rete4.

LA TELEVISIONE È L’OPPIO DEI POPOLI
Aldilà della dietrologia che si potrà fare riguardo le scelte politiche dei diversi occupanti, la sfida più grande che si prospetta all’orizzonte è la relazione con i vicini di casa, perché chi ha accolto probabilmente peggio la notizia della nascita di un nuovo inedito polo d’occupazione è proprio chi tenta di soffiare sul fuoco della intolleranza e del razzismo. Quarantacinque minuti di trasmissione televisiva durante la quale si è esordito in diretta con un titolo cubitale che campeggia a centro schermo “A loro mazzette, a noi paura e degrado Torino: rovinati da rom e illegalità” (come faccio a saperlo se nel frattempo ero ancora in Via Asti? Semplice, ho avuto il fegato di riguardare Mediaset in streaming, e già solo per questo merito la vostra piena solidarietà). La trasmissione è una misticanza di qualunquismo e guerra tra poveri in salsa nazional-popolare: un fenomeno mediatico che spesso noi sinistrorsi archiviamo con sufficienza, ma è un errore grave da evitare. Infatti l’epico Ugo Mattei decide di mettersi in prima linea e discettare al microfono di  “arricchimento del quartiere” ed “integrazione” mentre gli urlano dalle finestre.  Sembrano mondi lontani, anzi lo sono: esigenze contrapposte, sensibilità inconciliabili, incapacità di calarsi nei panni dell’altro, che esso sia un rom o un residente del pre-collina. Per cui, tornando agli attuali abitanti della caserma Lamarmora, la sfida più grande sarà proprio tener botta nei confronti delle manifestazioni identitarie prossime: sabato mattina ci sarà un sit-in contro l’illegalità organizzato da un crogiuolo di comitati spontanei e destre varie per richiedere lo sgombero immediato. Tra l’altro anche loro, dopo La Repubblica, hanno usato nel volantino la mia foto dell’ingresso di Via Asti con la Vespa rossa in prima fila: almeno in questo c’è par condicio! Il grande evento massmediatico sarà però lunedì sera, quando al “caso dei rom che occupano palazzi vuoti” sarà concesso l’onore del prime time Mediaset, sempre su Rete4, sempre con Del Debbio “indelebilmente dalla nostra parte”, come suole affermare alla fine di ogni puntata.
Data la melassa grondante da questo articolo, per contrastare la violenza e la volgarità di quanto appena descritto, non ci può essere miglior chiusura che tornare all’immagine di Jean Diaconescu, portavoce dei rom, che suggella il clima disteso dell’incontro intervenendo con gli occhi lucidi per affermare semplicemente: “Si può fare, possiamo restare tutti quanti e continuare a vivere qui… insieme!” 

“Nel frattempo” il mio auspicio è sempre il medesimo: andate a farvi un giro in caserma, passeggiate e chiacchierate con tutti, e portate la vostra solidarietà (insieme a qualche bene di prima necessità) alle famiglie di Via Asti. Ne uscirete certamente arricchiti.
Paolo Tex Tessarin

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