lunedì 9 marzo 2015

Cavallerizza Luna Park

Ripartire da zero, con pazienza, discorsi elementari, concetti minimi. Ecco il nostro lavoro per i prossimi anni.
Abbiamo letto con attenzione tutte le interviste che Paolo Tessarin ha fatto relativamente alla vicenda Cavallerizza. Un lavoro prezioso che, per chi ha voglia di leggerle tutte, racconta ben più dell’oggetto della discussione.
Esplicitano bene, ad esempio, quale sia il lavoro principale degli amministratori pubblici di oggi, non solo torinesi: in primis vendere parti della città. Essere piazzisti di partecipate, immobili, spazi pubblici in generale. C’è chi vende il Folletto, chi i materassi, chi il kebab. Vendere qualcosa è un lavoro duro e noi lo rispettiamo.
I nostri a amministratori tentano di vendere le parti più belle di Torino. Che però non son loro e soprattutto non hanno avuto alcun mandato a farlo. Quisquilie, la democrazia per questi signori deve essere un cosa così: “se vengo eletto faccio il re”.
Seconda mansione degli amministratori pubblici: riconoscere agli investitori che si accaparrano questi beni un ritorno economico pari a quello che l’Emiro del Kuwait ha chiesto, solo pochi giorni fa, al nostro Sindaco per qualsiasi investimento speculativo su Torino: il dieci per cento. Se no, ciccia.
E’ una deriva che, da come si evidenzia bene in quel profluvio di parole che Tessarin con grande coraggio ha ascoltato, è ormai inarrestabile. Una deriva che ha sorpassato culturalmente e materialmente la rassegnazione, il disincanto, ed è sfociata nella complicità, nella convinta visione che il capitale privato proveniente dall’estero sia l’unica ambizione di questa sgangherata e disperata città. E’ una visione rozza, senza futuro in cui viene tutelato il saggio di interesse e non l’interesse della comunità. Immaginiamo quanto possa suonare comico questo concetto alle orecchie di coloro che abbiamo intervistato.
Il sindaco, l’assessore e il consiglieri sono quindi i direttori marketing di una nuova impresa commerciale che si chiama “Luna Park Torino”. Un immenso parco dei divertimenti  in cui l’attrazione principale è  “distruggiamo l’Art. 9 della Costituzione”; perché la bellezza, la cultura e l’arte non sono più strumenti di Uguaglianza per i cittadini, ma beni di consumo dati in pasto ai clienti.
Altro sofisma, giù risate.
Sono tempi bui.
Si pensi al Museo Egizio di questa città. Come scrive Tomaso Montanari nel suo bellissimo volumetto “Le Pietre e il popolo”, il Museo Egizio di Torino rappresenta il primo esempio patrio di “privatizzazione all’italiana”. Un pasticcio che ha avuto come protagonisti un membro della famiglia reale italiana famoso per le sue trascinanti interviste sul giornale di famiglia, Alan Elkann, e poi la Signora delle Olimpiadi, già provetta sciatrice, già moglie di Galateri di Genola (presidente di Telecom e Generali, ma in passato anche top manager Fiat), già amica di famiglia della Famiglia: Evelina Christellin, anche esperta di calcio e ospite quasi fissa della celebre Domenica Sportiva.  A capo del secondo Museo Egizio più importante del mondo, i manager di “Torino Luna Park” chi hanno messo, quindi? Un uomo e una donna di estrazione accademica con un granitico curriculum adeguato al ruolo? Ma no, sarebbe stato troppo poco smart marketing: meglio cercare in casa Agnelli preziose e inarrivabili competenze egittologiche. E il risultato è presto inquadrato: dal 2005 al 2013 nessun catalogo scientifico della collezione a spese della Fondazione, soltanto guide turistiche e risultati modesti perfino in termini di visitatori.
Questo è  il passato, recente, quale sarà invece il futuro della Cavallerizza? Da quanto si evince dalle interviste il percorso è tracciato: da patrimonio di tutti e simbolo dell’uguaglianza, a patrimonio di pochi, simbolo di un nuovo medioevo, rivendicato in nome dei “partner industriali”.
Il tutto in nome di un nuovo, fantasmagorico mecenatismo che ha come compito la “valorizzazione” del patrimonio culturale torinese e non solo. “Valorizzazione” è un termine meraviglioso perché racchiude tutto il nulla di questi anni. I mecenati rinascimentali che hanno costruito buona parte dei centri storici italiani avevano un minimo senso di colpa per i metodi rapaci con cui costruivano le loro ricchezze, e quindi usarono i loro soldi per dare il bello alla collettività. Oggi è il contrario: i ricchi odierni non solo rubano come non mai, ma usano le loro ricchezze per comprarsi pezzi di città. E senza dare nulla in cambio, se non qualche briciola atta a pagare le bollette dei Comuni.
La Cavallerizza, leggiamo nelle interviste più o meno esplicite,  sarà quindi un’impresa commerciale, - “manterrà la vocazione culturale” è un’espressione vuota e retorica che gareggia con la sopracitata “valorizzazione”, buona per la propaganda mediatica - e dovremo anche esserne contenti, perché da essa arriveranno i soldi per far funzionare la città che, come si sa, è inguaiata da un debito mostruoso.  Fa perfino ridere: si privatizzano parti storiche delle città, parti comuni, per pagare i conti della spesa corrente.
E’ come se dal dilagare delle slot machine  che rovinano migliaia di Italiani si trovassero i fondi per non fare chiudere gli ospedali.  Ah no, è già così scusate, abbiamo sbagliato esempio.
Un circo sempre aperto quindi, la Disneyficazione delle città teorizzata da Marco Romani nel 1981, irrorato di denari a fondo perduto (i fondi di dotazione rappresentano il 30% del debito della città di Torino), bazzicato da politici, starlette, giornalisti, soprintendenti, docenti universitari che, il più delle volte, altro non fanno che reiterare lo straordinario percorso culturale ed umano che è stato il “Grinzane Cavour”. A proposito, delle dichiarazioni di Soria? Già tutto messo nel cassetto dei ricordi? E poi, sempre come scrive Monatanari, “pletore di cooperative, sedicenti associazioni culturali e concessionarie di servizi che orbitano intorno ai principali musei”. Un bel carrozzone economico clientelare a cui si vuole dare la parte della Cavallerizza che non diventerà un hotel di lusso  o una salumeria di lusso tout court. Ecco, l’unico aspetto di questo ritorno al feudalesimo è questo: l’auspicio che il privato possa spazzare via questa melma.
Che peccato però, che brutta fine. Amara.
Ma non è tutto. Le righe scorrono e in filigrana si legge bene l’orizzonte culturale che ci attende.
Ciò che sorprende delle vibranti parole degli intervistati, esclusa Chiara Appendino, è la totale certezza che luoghi come la Cavallerizza debbano generare denaro  e che fenomeni quali bellezza e cultura siano trascurabili ed esotiche curiosità per chi non ha nulla da fare.  Non gli passa manco per l’anticamera del cervello che un bene una volta privatizzato, non sarà più uno strumento per l’accrescimento culturale di un’intera società. Non sarà più un qualcosa che va incontro alla parole scolpite nella Costituzione, che non prevede un articolo nel quale si dice “i beni culturali servono solo a far soldi.”
Anni di spasmodica ricerca di visibilità mediatica per politici da palco, penosi  Grandi Eventi del nulla mangiasoldi, Festival per fare un po’ di passerella, sperpero pubblico, “ bicchierate con qualche pasta di meliga” come dice il buon Fiorenzo Alfieri.
Mentre la Cavallerizza crollava fiumi di denaro pubblico venivano investiti in cosa?
E ora si vendono (“ma la proprietà rimane pubblica!”, sì, sì come no) la Cavallerizza, come se fosse una cosa loro. E mal tollerano i cittadini che si mettono per traverso.  E ci fanno pure la morale. E alzano anche la cresta.
“Gli edifici sono il ritratto dell’anima dei Principi” disse nel 1665 Gian Lorenzo Bernini. Pensate cosa potrà essere fatto alla Cavallerizza.

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