giovedì 29 maggio 2014

"A va bin parej" batte "A sarà düra"

Inizia con la nota che trovate qui sotto la collaborazione tra Sistema Torino e Paolo Tex Tessarin, fine penna torinese titolare di un proprio spazio personale su blog e che da oggi mette anche a nostra disposizione i suoi contributi di riflessione e analisi. Affiancati per l'occasione dai commenti disegnati di Massimo Giovara

Questa volta ho avuto ragione io: sono riuscito laddove sondaggisti, opinionisti ed esperti vari hanno fallito, cioè nell’azzeccare il corretto risultato delle elezioni. E’ bastato fare il mio solito “exit poll lombrosiano” all’uscita dei seggi, osservare i concittadini un minuto dopo il voto per capire che anche questa volta avrebbe prevalso lo spirito conservatore e un po’ rassegnato che contraddistingue forse i piemontesi ancor più che gli italiani. Sì perché le facce intorno a me erano facilmente riconoscibili: erano quelle tipiche della famiglia progressista di Vanchiglia, del trentenne radical col baffo indie alla Viotti che vota responsabilmente, degli anziani che cercano per mezz’ora il simbolo del PCI sui cartelloni all’ingresso salvo poi ricordarsi che ora si chiama PD ma tanto è uguale.
Ho temuto il peggio per Tsipras avendo fatto fatica a individuare qualche camicia indiana o la sempiterna Kefiah fuori stagione (sia storica che meteorologica) ma fortunatamente mi sono sbagliato e la Lista ha superato il fuoco di sbarramento del 4%. Gli elettori del Movimento li riconosci subito, hanno l’espressione ingrugnita di chi non si fa fregare da nessuno e si porta la matita per votare da casa: domenica erano una netta minoranza rispetto allo sguardo rassicurante dei progressisti moderati. I risultati ufficiali hanno suffragato quanto visto in un’ora davanti al seggio: le facce incazzate delle opposizioni sociali che hanno animato ultimamente le piazze torinesi sono rimaste a casa, o hanno disperso il voto. “A va bin parej” ha prevalso nettamente sul “a sarà düra”, per tradurre in piemontese quello che è stato il reale oggetto del contendere, ovvero lo scontro tra chi vuole mantenere lo status quo e chi questo sistema lo vuole sovvertire, o perlomeno opporvisi frontalmente e nettamente. Si parte dallo scontato e certamente felice presupposto che è stato archiviato l’impresentabile Cota, ma la percezione, almeno a Torino, è quella di un’ennesima riproposizione del rassicurante rappresentante della sintesi tra potere politico, lobby economica e sistema finanziario (lavoro in Intesa San Paolo, e posso confermare che il giubilo bancario del lunedì mattina, con tanto di azioni che schizzano in Borsa, è stato imbarazzante). Eppure sembrava che nella città feudo rosso (sbiadito) per eccellenza, il PD fosse in difficoltà, che temesse un testa a testa con i Cinque Stelle: nel segreto dell'urna invece le truppe progressiste hanno risposto con la bava alla bocca alla chiamata alle armi dei Kompagni, cedendo d’istinto al campanello pavloviano dell'uniforme richiamo culturale e massmediatico per sconfiggere il nemico pentastellato. In Piemonte infatti si è riproposto quanto sapientemente proposto da Renzi a livello nazionale: il derby “speranza contro rabbia” è stata, a mio modo di vedere, una geniale trovata di marketing politico, che ha trovato un terreno fertilissimo tra i milioni di italiani ancora indecisi a poche ore dal voto. La risposta al voto è stata insindacabile, e contestare le scelte degli elettori è quanto di più ottuso si possa fare: il “Sistema Torino” piace, la direzione perseguita in questi ultimi anni, che va dalle Olimpiadi alla politica dei Grandi Eventi piuttosto che la relazione con il migrante Marchionne, è stata premiante e vincente se giudicata attraverso la cartina tornasole dei risultati elettorali. Bresso per l’Europa e Chiamparino per la poltrona di Presidente della Regione hanno ricevuto una legittimità popolare da record, fagocitando voti a destra e sinistra; perlomeno è stato scongiurato il pericolo “larghe intese” e la speranza (il mantra salvifico renziano ha conquistato anche me e faccio ormai un utilizzo del suo lessico a mia insaputa) è che, per una volta nella Storia, abbia ragione SEL nel dire che l’ago della bilancia della coalizione potrebbe pendere verso sinistra. Ci sono questioni spinose, aldilà della TAV che merita articolo e capitolo a sé, che dovranno essere affrontate immediatamente e che la coalizione potrà usare sapientemente per marcare la differenza con la precedente Giunta Cota (ti piace vincere facile?): dalla Sanità al CSI, la gestione dei beni pubblici da un lato, e la “questione cultura” dall’altro (qualcuno vocifera di Grimaldi di SEL all’Assessorato relativo) saranno un banco di prova interessante per capire se la Giunta Chiamparino sarà tanto di sinistra quanto i suoi ferventi sostenitori giurano sui social.
Sul versante opposto, il Movimento 5 Stelle (obiettivamente unica reale opposizione esistente in campo) dovrà riflettere profondamente sulla strategia adottata, tanto a livello locale che europeo: puntare sull’attacco frontale e quotidiano al nemico, rovesciare il tavolo con un manicheismo 2.0 che ha messo paura invece che infondere volontà di cambiamento. E, in effetti, come biasimare chi si allontana dal m5s come reazione d'istinto alla coprolalia di Beppe Grillo? La cosa ancor più grave è che il suo "parlare di merda" si traduce a livello locale in candidati che, da quel che ho visto nei dibattiti recenti, si esprimono in maniera eccessivamente improvvisata e semplicistica: la preparazione, non solo sui programmi ma prima di tutto culturale, è conditio sine qua non per chi vuole conquistare la mia fiducia politica. Non si può, e non si deve, confondere una diversa concezione della rappresentanza, che può contenere in sé fecondi germogli partecipativi, con un “liberi tutti” che permetta a chiunque l’accesso nella lista dei futuri potenziali eletti (magari elencati in un annichilente ordine alfabetico come avvenuto per le Europee). Come mi ha recente ricordato un caro amico candidato di sinistra, la politica è l'arte della complessità: è vero che la realtà va sviscerata ed analizzata attraverso l’utilizzo di concetti quanto più elementari, ma mai bisogna cadere nel tranello della banalizzazione e della scorciatoia dicotomica noi/loro. E se il m5s vuole fare davvero la “rivoluzione culturale” (cit. Di Battista) lo faccia elevando culturalmente i cittadini attraverso la partecipazione attiva, e non attraverso un processo inverso di appiattimento del messaggio politico sulla pancia della gente.
La concomitanza tra elezioni locali ed europee ha inoltre reso ancora più evidente la necessità di fornire ai potenziali elettori un messaggio univoco: se in Piemonte si proponeva un governo regionale con un’impronta “di sinistra” (prevalenza del pubblico sul privato, temi ambientali e sociali), in Europa la propaganda di Grillo è sembrata a eccessivamente ambivalente (da censura la notizia dell’incontro con il neo-fascista Farage). E’ definitivamente giunto il momento per il Movimento 5 Stelle di fornire una visione del mondo netta ed omogenea: se può essere corretto considerare sinistra/destra etichette novecentesche non più utilizzabili in una realtà che è oggettivamente diversa da quella dello scorso secolo, è però necessario fornire una Weltanschauung coerente, che si indirizzi univocamente verso certe categorie sociali e che non strizzi l’occhio ad istinti, come quello xenofobo-identitario, che rubano voti alla destra più bieca ma contemporaneamente avvelenano mortalmente l’operato di tutt’altra matrice di molti simpatizzanti e volontari locali. Ed è forse inutile dilungarsi troppo nel discettare di programmi, filosofeggiare di populismo ed arzigogolate teorie politologiche. In questo caso mi avvalgo del semplice ma perfetto e lampante esempio della mia compagna di vita. Sapete perché non ha votato il Movimento? Perché non accetta il fatto che lei e la sua parrucchiera ex berlusconiana di ferro possano oggi ritrovarsi a votare lo stesso simbolo. E così mi fermo un attimo e penso: come darle torto?

Paolo Tex Tessarin


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