mercoledì 7 giugno 2017

3 GIUGNO 2017: TORINO SI SVEGLIA NELL' (IM)PREVEDIBILE

Venerdì mattina al deposito della GTT ci si impegna nel fissare le bandiere italiane sopra i mezzi, mentre su qualche macchina parcheggiata in doppia fila sotto casa si caricano i bagagli prima di imboccare l’autostrada che porta via, lasciando per qualche giorno tutto alle spalle. Tutto forse ad eccezione di quella finale che si gioca il giorno seguente e che crea alle casse dei supermercati le code di carrelli pieni di birre da gustarsi in compagnia, davanti al televisore, con la macchina sotto casa questa volta pronta al carosello di festeggiamenti.
È impossibile non essere anche solo sfiorati da un evento mediatico delle proporzioni di una finale di Champions League. Basta inciampare sul telecomando per imbattersi in un commento, sfogliare un qualsiasi giornale per trovarvi almeno un trafiletto, aprire un social per subire sogni di gloria e sfottò. Se poi a giocarsi quella finale c’è la squadra più amata ed odiata dagli italiani, la Juventus, e si vive a Torino o dintorni, si è necessariamente protagonisti, anche proprio malgrado, del trasporto cittadino.
Da giorni Cardiff è un parco giochi blindato per bimbi di ogni età, razza ed estrazione sociale, mentre sabato a Torino, al solito bar, le mani del cameriere quasi tremano servendo caffè e chiedendo pronostici secchi ai clienti. Il giornalaio, tifoso contro, è divertito perché sa benissimo che quell’uomo con l’aria da tapino che da una settimana a quella parte va tutti i giorni a prendere una copia di Tuttosport, il giorno dopo si presenterà solo in caso di vittoria della Juventus. Pro o contro, sembra non esserci altra scelta, l’indifferenza pare addirittura mal tollerata e il diniego verso un cenno di disinteresse male si cela dietro ad uno sguardo che sfugge.
È una giornata calda e assolata, di quel caldo torrido di cui si è autorizzati a lamentarsi a parole, mentre con la mente si sogna l’estate, le ferie, il meritato relax. Sarà che c’è chi la bella stagione la sta già assaggiando al mare o in montagna, e chi lo shopping del sabato pomeriggio l’ha anticipato al venerdì di festività, ma sembra un sabato diverso, meno caotico, almeno sino a quando sotto i portici, alla ricerca di un poco di ombra, non iniziano a passeggiare maglie bianconere. Davanti al Mc Donald’s il solito capannello di ragazzini è completamente indifferente allo sbuffare plateale di quello di ragazzine che lo accompagna. Qualche papà passeggia mano nella mano col proprio bimbo in completo juventino con tanto di bandiera e cappello. Fuori da un bar, Morettone alla mano, fanno comunella dei tifosi dagli accenti liguri e toscani, tra i tanti venuti da tutta Italia per festeggiare a casa della propria squadra del cuore.

In piazza San Carlo qualche appassionato è seduto in terra sin dalle 15.30, come se al posto di una partita di calcio si attendesse l’esibizione di un gruppo rock leggendario. Sono solo i primi, poi il traffico, clacson che suonano, la ressa e le maglie bianconere in marcia verso la piazza.
Le vie del centro lentamente si svuotano, Torino addenta una pizza sul divano, o guarda il maxi-schermo pronta alla grande sfida. Una coppia di turisti stranieri di mezza età legge un menù dalla vetrina di un ristorante. Lui pone l’attenzione sul cartello che recita “Juventus – Real Madrid h 20.45”. Lei scuote la testa e tira dritto. Un altro locale espone orgogliosamente una lavagnetta con scritto “Qui da noi si può NON guardare la partita”, un’oasi per l’altra Torino, quella che finalmente può rosicchiare ad un sabato sera un paio d’ore di tranquillità, passeggiando per la città in una silenziosa serata di fine primavera, con un gelato in mano per una volta non conquistato a spallate. Un sussulto, delle urla: ha pareggiato la Juventus. Il barista di un insolitamente deserto locale tradisce la propria tensione mentre prepara un mojito: “Se vincono, stasera ci tritano”. “Peggio se perdono”, lo corregge la collega.

L’altra Torino, quella disinteressata e/o lavoratrice sa di avere i minuti contati; nel frattempo una futura sposa sorride durante la cena per il suo addio al nubilato. Erano mesi che tentava di provare la cucina di quel ristorante e, complice la partita, le sue amiche sono riuscite a portarcela. La cena è gustosa proprio come se la aspettava, gli antipasti i primi quel gustoso secondo così delicato. Ora manca solo il caffè.
Ma qualcosa va storto: prima le urla, poi all'interno del locale si catapultano una, due, tre, decine di persone e senza neanche sapere il perché la ancora per poco nubile festeggiata si ritrova nel cortile del locale, circondata da magliette della Juve insanguinate, tra pianti e confusione generalizzata.
È successo qualcosa, ma che cosa? I feriti rinchiusi nel cortile stanno faticosamente razionalizzando ed abbandonando l’idea di essere braccati, ma sono ancora in scacco al terrore, faticano ad esprimersi. Qualcuno prima in piazza ha iniziato a urlare, a spingere, è caduto sui cocci di vetro, si è rialzato miracolosamente ed è fuggito.
Nel giro di tre minuti la piazza si svuota, lasciando in terra centinaia di scarpe, borse, zaini, telefoni ed ogni sorta di effetto personale. L’unica cosa che conta ora è salvare la propria pelle, salvaguardarla dal prossimo che sta fuggendo ovunque, ma via da lì.

Il resto è storia raccontata dalle decine di video che continuano ad accumularsi in rete, dalle testimonianze di chi c’era e di chi ha accolto i feriti nei propri locali. Non è mio compito polemizzare sulle modalità di gestione dell’evento, il perché degli incidenti è palese. Dubito del fatto che verrà individuato un fattore scatenante, un accaduto ben preciso e definito dal quale è scaturito il tutto e anzi, proprio questa difficoltà, l’impossibilità di reperire ricostruzioni univoche, dimostra l’irrilevanza oggettiva dell’eventuale episodio.
Non abbiamo dovuto neanche aspettare il fischio finale per capire che avevamo perso. Questa è una partita nella quale siamo perennemente in svantaggio, una di quelle che non si concludono con un triplice fischio che sancisce una vittoria o una sconfitta, la gloria o l’oblio. L’avversario è sottile, polveroso, tanto che l’unico modo per combatterlo nella sua terrificante imprevedibilità è fingere che non esista, almeno sino a quando non ci si schianta contro in uno di quei momenti che si attendono da mesi, da anni o da una vita, uno di quei giorni in cui ci è concessa l’evasione, una riconciliazione con noi stessi grazie ad un pizzico di frivolezza.

Quella di sabato è una presa di consapevolezza: tutti, più o meno direttamente, siamo vittime degli effetti scenografici degli attentati terroristici, anche chi si ritiene immune è costretto a fuggire per difendersi dallo sgomento che assale la folla. In questo periodo storico il panico non fa prigionieri, sottrarvisi rende colpevoli quando non addirittura bersagli vulnerabili per chi vi ha ceduto.
Eppure, possiamo dirlo: non è successo nulla di quanto molti tra i presenti in quella piazza hanno temuto che stesse accadendo, anche se quelle stesse persone non dimenticheranno facilmente la stretta del terrore nel loro stomaco, proprio come i restanti faticheranno ad accettare l’idea di aver messo in pericolo qualcosa, se non tutto, per “un niente”.
Tra pochi giorni, in occasione della festa patronale, avremo occasione di testare il nostro grado di consapevolezza alla luce di questi fatti: siamo, ognuno per la propria parte, ancora in grado di riconoscere la differenza tra un rischio e un pericolo? Chi ci governa riuscirà a fornire misure di sicurezza adeguate? Noi saremo in grado di non fare il gioco del terrorismo avvertendo un pericolo costante che grava sulle nostre spalle?
Sabato notte Torino tace o al più sussurra davanti ai portoni, si guarda negli occhi, si riflette nello specchio e si chiede come sta. Fa un’ultima telefonata, risponde al messaggio dell’amico lontano che non può capire, ma a cui deve ammettere che non sa spiegarsi cosa sia successo, forse un nulla che ha scatenato un’immagine latente in un brivido del reale.

                                                                                                              Marcoperucca

2 commenti:

  1. Che racconto affascinante.

    Complimenti all'autore e all'idea di Sistema Torino di allargarsi talvolta a contributi esterni.

    Grazie per la piacevole lettura.

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  2. Cristina Pozza5 luglio 2017 16:17

    Bravo Marco, una scrittura piacevole, scorrevole e attenta ai particolari.Mai banale, un tantino inquietante (giustamente, dato l'argomento). Continua così.

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