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martedì 17 gennaio 2017

TORINO CAPITALE DELLA CULTURA, ANCHE PER LA FIAT

Tra un “dieselgate” e l’altro, il mercato dell’automobile mondiale gode dei favori delle luci della ribalta in questo inizio del 2017, soprattutto in termini di investimenti futuri e dati definitivi relativi all’anno passato.
La FCA (Fiat Chrysler Automobile) ha fatto la parte del padrone negli Stati Uniti rispondendo per prima alle minacce di Trump rivolte alle aziende che delocalizzano la produzione di automobili che verranno vendute sul loro territorio. Pronti via per la nuova presidenza, e Marchionne è subito pronto a palesare la comunione di intenti con il tycoon yankee: FCA investirà un miliardo di dollari negli Stati Uniti entro il 2020, creando 2.000 nuovi posti di lavoro. Beh figata no? C’è scritto pure Fiat nell’acronimo, possiamo dirci contenti, soddisfatti e colmi di orgoglio sabaudo.
E con lo stesso contegno sabaudo andiamo a sbirciare i dati produttivi, sia mai che ci scappi qualcosina anche qui, sul nostro territorio, ché la Torino Capitale della Cultura è meravigliosa e piena di turisti ma mio cugino continua a non trovare lavoro (ed a differenza di Bello Figo sarebbe anche disposto a fare l’operaio).
Bene, guardiamo il resoconto 2016 allora: la quota di mercato del gruppo è salita dal 5,6% di dicembre 2015 al 6,2%; nel 2016 le vendite del gruppo FCA sono cresciute del 14,1% a 992.712 unità, per non parlare delle crescite sul mercato europeo. Le vendite del marchio Fiat sono aumentate in Italia (+17,1%), in Germania (+9,3%), in Francia (+14,9%), in Spagna (+29,4%), in Belgio (+6,8%), in Austria (+21,4%) e in Polonia (+25,1%).
Dai, dai che Fabbrica Italia rinasce e risorge dalle sue ceneri, torna la cara vecchia produzione industriale anche a Torino! E così, quando apri il giornale e vedi la foto di Marchionne a passeggio per la fabbrica torinese di Corso Tazzoli insieme alla Sindaca Appendino ed al Presidente di Regione Chiamparino (che, secondo voci di corridoio, ha chiesto se avanzavano ancora schede per votare SI al referendum del 2011) capisci che le tue speranze sono ben riposte: finalmente arriverà a Mirafiori questo famoso secondo modello che permetterà di integrare i 1.500 lavoratori al momento “esclusi” dalla catena produttiva. Bene!
Nella foto c’è anche John Elkann, chissà che i suoi buoni uffici con la nuova Giunta pentastellata non abbiano aiutato nel rilancio del piano occupazionale di una città che, è bene ricordarlo, ha i tassi di disoccupazione tra i più alti delle grandi città del Nord Italia.
Peccato che le dichiarazioni di Marchionne di apertura stronchino sul nascere qualsiasi entusiasmo (concetto effettivamente estraneo al modus operandi torinese) produttivo e ri-orientino l’attenzione verso la Torino Capitale della Cultura: è stato sottoscritto un protocollo di intesa tra FCA e Fondazione per la Cultura a sostegno delle principali iniziative culturali della città (Salone del Libro, Festival dell’estate, Artissima, Torino Film Festival). Ma come, tutto sto pandemonio in pompa magna per 250 mila euro di sponsorizzazione dei Grandi Eventi della città? Verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere a vedere concittadini disperati e stravolti da anni di cassaintegrazione, eppure è proprio così.
L’ennesima beffa, perpetrata utilizzando quelle che sono le parole d’ordine del nuovo modello di sviluppo torinese degli ultimi vent’anni: la produzione (e non solo, basta pensare ad Exor) viene spostata verso chi la richiede a gran voce, mentre da noi restano i circenses buoni a distrarre l’attenzione dalla fuga del “nostro” gruppo industriale, ancora oggi rimpiazzato dal nulla.

giovedì 22 settembre 2016

SALONE DEL GUSTO SLOW FOOD A TORINO: UN LEGAME BUONO SANO E GIUSTO?


Introduzione: Torino Capitale del Gazebo
“Ehi, hai visto i gazebo al Valentino? Sono arrivati un po’ in anticipo eh quest’anno!”
“No mi spiace, ormai non corro più per il Parco e mi perdo queste perle. Però giro un sacco in bici!”
“Ecco alla vieni a farti un giro da queste parti, ormai non si passa da nessuna parte, tutto bloccato: quale Salone di inizio settembre mi sono perso?”
“Non lo so, ti rispondo dopo. Ora sono in bici in Via Garibaldi, e con telefono in mano: rischio l’arresto!”
Poso il telefono in tasca continuando a pedalare, attraverso via XX Settembre, mi infilo nell’ultimo tratto di stradina in ombra, esco sgommando nella piazza aulica per eccellenza, alzo la testa per godermi il castello illuminato dal sole… e il castello non c’è più. E il sole è mezzo eclissato: un gazebo extralarge ostruisce passaggio e visuale. Mi divincolo tra i pallet e gli altri gazebo con la mia fiammante bici vintage, arrivo al centro della piazza e condivido lo scoramento con due turisti, talmente spaesati da cercarne traccia nella cartina: “Ma che cavolo è sta roba?”. Risponde la ragazza: “Boh, però c’è il simbolo Slow Food in testa ai tendoni”. “Ah, ecco di cosa si tratta, ma certo: il Salone del Gusto!” Peccato che comincerà il 22 settembre, e siamo solo all’inizio del mese. Qualcosa non torna.
Genesi della scelta en plein air
Come è possibile tutto ciò nel cuore di Torino? Chi ha reso possibile la trasformazione del polmone verde della città in un paesello teatro della sagra del porcello fritto?
Facciamo un primo flash back: siamo ai primi di marzo, conferenza stampa affollatissima. La Città di Torino e la Regione Piemonte, nelle persone del fu Sindaco Fassino e del Presidente Chiamparino, espongono la scelta definitiva di concedere l’utilizzo della città al Compagno Carlin Petrini: la motivazione ufficiale è concedere a ogni cittadino torinese la possibilità di godersi la passeggiata del gusto in mezzo agli interminabili stand dei presidi alimentari del mondo. Megafono mediatico sparato al massimo volume, e via ad elogiare la Capitale del Turismo che dispensa il cibo “buono, etico e pulito” (torneremo più avanti su queste etichette) a tutta la popolazione. Tra l’altro gratis (naah, non ci cascate).
Motivazione economica invece? Bisogna fare un ulteriore passo indietro, e mettere sotto i riflettori il rapporto Saloni torinesi - GL events - Lingotto degli ultimi anni, che già ha fatto recentemente naufragare il Salone del Libro di Torino alle soglie del suo trentesimo anniversario. Una lunga indagine della magistratura in merito a sospetta turbativa d’asta ha fatto emergere ciò che Sistema Torino già da tempo segnalò (post sulla pagina Facebook del 20 ottobre 2015 “GL events governerà il mondo”): prezzi d’affitto artificiosamente alti, vincita del bando di gara garantito per la multinazionale francese che gestisce il Lingotto, accordi clamorosamente svantaggiosi per il Comune e molto profittevoli per i cugini d’oltralpe (vedi mancata richiesta dell’utilizzo gratuito del Padiglione 5 da parte della passata Amministrazione o la concessione dello sfruttamento della parte commerciale per quel che riguarda il Salone del Libro), per giungere all' “apice mediatico” della  perquisizione in casa dell’ex Assessore per la Cultura Braccialarghe (1). Tutto questo per spiegare i costi fuori mercato dell’affitto del Lingotto, semplicemente insostenibili per Slow Food. Da qui deriva la richiesta di “soccorso rosso” di Petrini a Fassino e Chiamparino, prontamente accolta per un motivo molto semplice: i due enti pubblici locali piemontesi sono direttamente coinvolti nella gestione del Salone del Gusto stesso.

Comitato Salone del Gusto: spettatori paganti a nostra insaputa
Il “Comitato Salone del Gusto” nasce “il   18  maggio  2006  grazie  alla  volontà  di  tre  soci fondatori:    Regione Piemonte, Città di Torino e Slow Food Italia al fine di ideare e progettare l’evento Salone Internazionale del Gusto.” (2)  Il    patrimonio    del    Comitato    è    costituito    dai   fondi    versati    dai    tre    soggetti    promotori. (3) Questo significa che Slow Food versa 20.000 euro per il fondo sociale, gli enti pubblici versano un-milione-di-euro-e-rotti a ogni edizione, che da bilancio del Comitato vengono direttamente “girati” a Slow Food stessa. (4)
Riassumendo in maniera più semplice, possiamo dire che sono i contribuenti a finanziare l’organizzazione del Salone. Vi ricordate il #gratis di cui sopra? Ecco qua la prima confutazione: “paga Pantalone” come dicevano i populisti di un tempo. Per la precisione, una delibera Comunale (5) di marzo 2016 (Giunta Fassino per intenderci) conferma l’erogazione da parte della Città di Torino della cifra di 400.000 euro, oltre che, udite udite, “l’esenzione totale dal pagamento del canone per l’occupazione del suolo pubblico relativo alle aree destinate all’organizzazione dell’evento Terra Madre Salone del Gusto 2016” (cit.). Ora si comprende meglio la distesa di gazebo con quasi un mese di anticipo: tanto non si paga, chissene! 
En passant, si delibera la “qualifica di sede espositiva temporanea di manifestazione fieristica” per il Parco del Valentino: un sacrilegio secondo le associazioni ambientaliste torinesi, che hanno in questi giorni redatto un accorato appello alla attuale Amministrazione al fine di esortare Appendino e la sua Giunta a scegliere altre location per i grandi eventi futuri. (6) Nella stessa delibera (una lettura più succosa di un estratto di frutta della Papua Nuova Guinea) si dettagliano i luoghi destinati al grande evento fieristico: ovviamente il Vale, e a seguire Torino Esposizioni, Murazzi e piazze auliche del centro. A quanto elencato possiamo aggiungere, spulciando nella lista di eventi del sito ufficiale del Salone del Gusto, l’utilizzo delle splendide residenze reali trasformate in location per eventi, dalla Mandria a castelli vari passando per i Musei Reali. (7)
Insomma, una gustosa scorpacciata di facilitazioni per il nostro amico Carlin Petrini. Certo, come in tutte le attività privatistiche che si rispettino, a fronte di uscite più o meno dirette vi sono delle entrate: per esempio per l’affitto degli spazi, che risulta essere particolarmente esoso. Quanto esattamente? Si va dai 2.500 euro per la bancarella ai 12.000 più IVA per lo stand da 25 mq. Considerando che gli stand sono stati tra l’ottocento e il migliaio nelle ultime edizioni, finalmente vediamo entrare un bel gruzzoletto. Bene! Teniamo a bada i facili entusiasmi e torniamo a citare l’ormai celeberrima delibera: “per gli spazi espositivi non permanenti, secondo quanto dovuto per legge, si rende noto che: gli spazi espositivi saranno gestiti dalla società Slow Food Promozione S.r.l.”. Evinceremmo da ciò che la manciata di milioni di euro finirà nelle casse di una delle molteplici società gravitanti intorno al brand a chiocciola. Anzi sembra che entrerà proprio nel portafoglio della società creata ad hoc per l’organizzazione dei grandi eventi del marchio (Cheese è l’altro esempio famoso citato sul loro sito).
Tutto ciò non stupisce certamente chi ricorda ancora il precedente storico della Carpano “elargita” al Compagno Oscar Farinetti dal fu Sindaco Chiamparino con la provvidenziale intermediazione di chi? se non di Carlin Petrini (che approfondiremo più avanti).

Buono, pulito, giusto: un brand di successo
Dopo aver adempiuto alla prassi marxiana partendo dalla struttura economica, resta da capire quale sia il succo della narrazione del cibo etico, e le sue origini storiche “di sinistra”. Già, perché di sinistra si tratta, anzi, di sinistra® come marchio che fa vendere sul mercato capitalistico. (8) 
Tutto nacque nel dicembre 1986, quando Gambero Rosso uscì come inserto de Il Manifesto: il loisir entra prepotentemente nel lessico della sinistra massimalista. Compagni, basta essere tristi! Abbiamo diritto al buon cibo abbinato ad un vino rosso di qualità, un appello che a me ricorda tanto le scena di un film ambientato negli anni 70 in cui alcuni pseudo-rivoluzionari consumano cene in ristoranti lussuosi bevendo bottiglie di gran classe, salvo poi scappare via di corsa in nome dell’esproprio proletario. Leggenda narra che qualcuno buttò via l’inserto, i lettori più intransigenti cominciarono a buttare direttamente il giornale. Le vendite però aumentarono, per cui la collaborazione proseguì con successo, e anzi diede il la a una commistione  tra le parole d’ordine della sinistra e una gauche caviar (anzi una “gauche écrevisse”) con conseguenze impensabili a cavallo tra gli anni ottanta e novanta. Chi avrebbe osato immaginare a quei tempi che uno dei guru della sinistra istituzionale del terzo millennio potesse essere un magnate della grande distribuzione alimentare, per quanto “buona, pulita e giusta”? (9)
Invece è proprio quel che è successo, con l’ultimo decennio del millennio scorso, che ha assistito al processo di normalizzazione  di una sinistra che per diventare di Governo ha dovuto mostrarsi adeguata alle richieste dei salotti buoni della società: e allora via alla svolta voluttuosa con gli chef che accedono a Palazzo al seguito del primo Presidente del Consiglio comunista della storia (altro che i cosacchi, arrivano i palati fini!).
La guerra fredda è finita, nel 1989 è caduto non solo il Muro di Berlino ma anche quello alimentare che divideva i tristi comunisti dell’Europa Occidentale dal piacere borghese: nasce nello stesso anno il «Movimento per la tutela e il diritto al piacere», ovvero la versione internazionale di Slow Food. Una lotta a tutto spiano contro la “fast life”, contro la frenesia moderna, a favore della qualità della vità e, ça va sans dire, dello sviluppo sostenibile. Con i laboratori culinari e la prima edizione del Salone Internazionale del Gusto a novembre 1996, l’associazione si pone come avanguardia mondiale a tutela della bio-diversità e “dei sapori tradizionali che stanno scomparendo”: si pongono le basi per la costituzione dei “Presidi Slow Food” negli anni Duemila, ovvero “interventi mirati per salvaguardare o rilanciare piccole produzioni artigianali e tradizionali a rischio di estinzione” (10)
Compagni progressisti, conoscete una causa più nobile della tutela del riso malgascio del lago Alaotra? Se oltretutto ci viene concessa la possibilità di svolgere attivismo sociale sorseggiando un buon bicchiere di rosso abbinato a formaggi d’alpeggio il giochino è fatto.
La logica slow sfonda nella comunicazione massmediatica, e Carlin Petrini ne è il suo guru: tutto ciò non può sfuggire allo scaltro Oscar Farinetti. L’imprenditore italico avanza un mezzo miliardo di euro dalla vendita di Unieuro (ricordate “l’ottimismo è il profumo della vita?” Ecco, da lì tutto ebbe origine) e vuole investirlo nel cibo: la base dell’impero sorge a Torino, per la precisione nello storico stabilimento della Carpano abbandonato a se stesso. Scelto da Oscar stesso dopo un rapido confronto con il Sindaco Chiamparino e la sua Assessora. Una delibera comunale del 2003 (sì c’erano sempre loro, e no, il “Sistema Torino” non esiste) apre la strada alla concessione di undici mila metri quadrati per sessant’anni tramite bando. Un bando estivo con un unico concorrente, come ci ricorda il libro di Pagliassotti (11), che permette al buon Oscar di usufruire dell’area in zona Lingotto in cambio della sua ristrutturazione e del pagamento dell’ICI. E di qualche scintillante vetrina che i nostri illuminati governanti possono rivendere come rilancio della città dopo il tracollo industriale. Un modello di sinergia pubblico-privato che verrà replicato a Torino con altri imprenditori e realtà (basti pensare alla colata di cemento, case e centri commerciali che il ventennale piano regolatore ha portato in dote al capoluogo piemontese), e che Farinetti replicherà con altri amministratori della sinistra di governo (vedi il progetto FICO Eataly World a Bologna, ottanta mila metri quadrati di tempio del cibo bio che si inaugurerà nel 2017).
Chi fece da intermediario tra l’imprenditore e l’Amministratore Chiamparino? Ovviamente Carlin Petrini, sfruttando i suoi buoni uffici e legami con entrambi. Eataly Torino inaugurerà il 26 gennaio 2007, in una data che possiamo sancire come la nascita della glorificazione capitalista del cibo “sano, buono e pulito” (lo ripeterò alla nausea, a mò di mantra, esattamente come accade sui siti ufficiali Slow Food): una esaltazione che vede in prima fila l’intellighènzia borghese radical-chic, che non si capacita della possibilità di ergere il proprio consumo etico a stile di vita da sfoggiare come vanto, ricordando un po’, e non per caso, gli hipster delle zone smart&cool della città, sapientemente descritte dal Professor Semi nel suo ultimo volume “Gentrification. Tutte le città come Disneyland” (12) (il parallelismo è calzante se visualizzate l’effetto luna park dei centri Eataly più vasti).
La narrazione è però inconfutabile, la grancassa mediatica incensa la capacità di trasformare il “Made in Italy” in un marchio di successo a livello mondiale: il passo da qui ad Expo2015 è breve, anzi brevissimo. 
Abbandoniamo Farinetti per il ritorno in scena del nostro Petrini, che nel 2009  si presta in prima persona alla realizzazione del masterplan del progetto “Orto globale” per una Esposizione Universale che nella versione milanese si presenterà sotto lo slogan “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. L’uomo di Slow Food si unisce a cinque archistar al fine di partorire un Expo verde e sostenibile. La sinistra va in brodo di giuggiole (sebbene sia l’accoppiata Formigoni-Moratti a guidare la candidatura meneghina) per l’unione perfetta tra un grande evento internazionale e le parole chiave progressiste. L’idea che alle porte di Milano si possa creare un immenso orto verde con tutte le coltivazioni immaginabili del globo terracqueo è davvero una visione alternativa dell’evento fieristico più antico della storia. E’ una terza via dell’ideologia capitalistico-alimentare che fa stropicciare gli occhi: peccato che già nel 2011 il Bie (Bureau International des Expositions) bocciò il “progetto visionario” delle ampie distese di terra in favore di una più potabile (per le multinazionali) architettura fatta di tecnologia e ampi spazi espositivi. E cemento, tanto cemento. Una distesa tale di cemento che rende inapplicabile la formula “verde e sostenibile”, e spinge Petrini a uscire dalla lista dei sostenitori dell’Expo… scherzetto! Ci avete creduto? Figuriamoci, nessuno potrebbe permettersi una sua uscita: la funzione di Slow Food è quella di garantire un ethical&social washing al capitalismo nostrano e internazionale. 
Da quel momento fino all’inaugurazione di Expo 2015, il nostro Carlin si costerna, s'indigna, s'impegna, poi getta la spugna con gran dignità (13); ma resta dentro, e anzi Slow Food entra a far parte dei promotori di “Expo dei Popoli”, ovvero, stando alla definizione ufficiale, “il forum della società civile e dei movimenti contadini costituito con l’obiettivo di rispondere alla sfida di nutrire il pianeta applicando i princìpi della sovranità alimentare e della giustizia ambientale.” Una bella sfida davvero per un padiglione relegato al fondo dell’esposizione, in una area di scarsa affluenza per ammissione di Petrini stesso, dove si arriva dopo aver percorso chilometri di luccichii ultra-capitalisti, ricchi premi e cotillon messi in palio dalle multinazionali che il pianeta lo stanno affamando, da McDonald alla Nestlè passando per la Monsanto. Quelle stesse multinazionali che tu stesso dici di combattere nella tua newsletter periodica per gli associati (14) proponendo articoli di valorosi eroi che si oppongono al capitale. 
Siamo sicuri che fosse questo il ruolo planetario con cui nacque Slow Food? Essere relegati nell’angolino della manifestazione dei potentati agro-capitalisti a urlare il proprio dissenso a dei cittadini, anzi a dei consumatori, che sono lì per fare l’esatto contrario di quella che è la tua ambizione? E’ un peccato, perché i principi sono senz’altro condivisibili, ma è la pratica a fare la differenza.
Perché se, come già detto, è corretto tutelare attraverso i presidi le specie a rischio sparse per il pianeta - la cartina relativa è suggestiva e permette anche di divertirsi per qualche minuto cliccando su nomi improbabili di cibi esotici (15) -, in questi vent’anni Slow Food si è semplicemente “dimenticata” di mettere in discussione i rapporti di produzione, se non attraverso placidi inviti alla tutela del contadino come se fosse una specie vegetale. Una associazione che partecipa a una Esposizione Universale che sfrutta il volontariato, o che distribuisce i proprio prodotti tramite la GDO (Grande Distribuzione Organizzata) della filiera Eataly e Coop non può certo permettersi questo lusso: non vi sono pratiche rivoluzionarie all’orizzonte, se non quella di un consumo etico. Ma solo per chi se lo può permettere. 
E non è certo la forza lavoro dei supermercati l’unico settore “tralasciato” dalla patinata narrazione: lo stesso lavoro nei campi, così come la dinamica dei prezzi nel mondo dell’agricoltura, sono temi sui quali difficilmente Slow Food spende la propria capacità d’influenza. Per cui se mi viene richiesto il nome di una pratica di rottura in questo settore economico, mi viene più semplice e, questo sì più etico, pensare a esperienze come Genuino clandestino che puntano alla tutela non solo, e non tanto, dell’agricoltore andino, ma di una esperienza contadina che rimetta in moto il collegamento tra la città e la sua campagna, “per sovvertire le catene di distribuzione, ridurre la distanza alimentare, valorizzare le relazioni sociali, sensoriali e gustative. Per noi realizzare la sovranità alimentare nelle città significa difendere la piccola agricoltura contadina nelle campagne creando una relazione diretta tra chi produce e chi consuma.” (16) Amen.

Salone del Gusto 2016: “panem è circenses” (17)
Dopo questo lungo excursus storico-sociale, diventa francamente difficile approcciarsi al Salone torinese prossimo venturo con gli stessi occhi (o forse dovremmo dire con le stesse papille gustative?). Giovedì 22 settembre inaugura una esposizione in piccolo (oddio non così in piccolo) di tutto questo percorso, della narrazione slow e di tutte le sue contraddizioni. 
La prima a balzare agli occhi del cittadino a passeggio per il parco del Valentinon sarà quella relativa ai prezzi: i prodotti segnalati e valorizzati da Slow Food vedono incrementare il loro valore di circa il 30%, tagliando fuori di fatto la fascia più povera della popolazione. Quella che non disdegnerebbe il cibo sano, le verdure bio e le spezie asiatiche a condire la carne di animali cresciuti liberi nei prati. Peccato che la condizione di precarietà economica non glielo permetta: a fare la differenza non è l’etica ma il salario (non era a voi che piacevano i termini di sinistra?) e sotto un certo livello di reddito ti si aprono davanti, inesorabili, le porte del junk food, ovvero il cibo-spazzatura. Quello messo in bella vista nei templi del consumo, sugli scaffali dei centri commerciali che affollano le periferie torinesi. 
Giusto per ampliare la visione della città, consiglio ai visitatori del Salone di prolungare la propria passeggiata verso Barriera Milano, per deliziare i propri occhi con il panorama urbano della zona di via Cigna: una distesa infinita di discount e supermercati di ogni sorta che grida vendetta. Un susseguirsi di non-luoghi dove “il popolo” (anche questo termine troppo vetero per la vostra narrazione eh?) compra il solo cibo che si può permettere: citando la quarta di copertina del libro di Bukovski che ha indirettamente ispirato questa inchiesta, “cibo sano per i ricchi... e i poveri mangino merda”.
Oppure possiamo immaginarci le periferie accorrere in massa al Valentino nel prossimo weekend, ma giusto per “guardare e non toccare”: in una fase storica in cui il turbo-capitalismo tende a trasformarci da cittadini a consumatori, assistiamo in questo caso al triplo balzo carpiato per cui veniamo trasformati direttamente in spettatori, per giunta “paganti a propria insaputa” in cambio di qualche assaggino dispensato come elargizione di illuminati benefattori “buoni, puliti, giusti”.
O forse il popolo privo di capacità di consumo non è semplicemente contemplato in questa manifestazione, che fa dell’esaltazione del lusso uno dei principi cardine del proprio programma: cos’altro potrebbe ispirarci un evento la cui descrizione inizia con “Il ristorante Del Cambio di Torino è un luogo che tutti dovrebbero provare almeno una volta nella vita.” (18)? 
Non ne comprendiamo il nesso, ma comprendiamo benissimo la fallacia di una retorica che punta a promuovere il lusso per tutti, in piena sintonia con una narrazione della città che per vent’anni ha esaltato le proprie vette di eccellenze, dal Politecnico al design passando appunto per l’enogastronomia, trasmettendo la (falsa) sensazione che fossero a disposizione di tutti. Mentre a disposizione di tutti vi erano, e vi sono, le scuole fatiscenti e i cibi scadenti, dato che gli investimenti sono destinati agli apici di ogni settore.
Eppure il popolo è presente in questa manifestazione, solo che è dall’altra parte del punto di osservazione: è nel “Migrantour Torino” (19), ovvero il giro per conoscere gli immigrati della città, “concentrati” nello storico mercato di Porta Palazzo. Sinceramente stento a comprendere la portata pedagogica di una passeggiata tra le bancarelle che frequento ogni sabato, per quanto il sincretismo di culture del mondo ivi presente sia merce rara. Ma davvero vogliamo considerare solidale un tour a pagamento con questo nome? “Sarete trasportati in un porto del meridione d’Italia entrando nel mercato ittico, per proseguire verso l’Asia, l’Africa e l’America Latina dei negozi che circondano la piazza.”: di fronte a una descrizione simile, stento a comprendere se le culture del mondo sono protagoniste del riscatto sociale o esposte come qualsiasi altra merce. Anche in questo caso, “guardare e non toccare”, perché l’esperienza sensoriale di un riso con carril de matapa può essere concesso solo nelle “cucine dal mondo Terra Madre”, incanalate in appositi eventi da 12 euro a piatto. Ed è qui che si completa il cortocircuito, con il passaggio dalla tutela solidale del presidio africano allo chef stellato (certo, africano, ma pur sempre stellato, per cui ad un prezzo accessibile ma non per tutti).
Resta una ultima collocazione per il popolo che vuole sentirsi parte dell’evento: il ruolo di volontario! Legambiente, in accordo con Slow Food, ci informa che la sostenibilità ambientale sarà garantita da chi presterà la propria opera gratuitamente per tutta la durata del Salone. Anche in questo caso, la citazione diretta della call pubblica rende perfettamente l’idea: “I volontari di Legambiente si occuperanno di gestire le isole ecologiche, indirizzando (…) al corretto riciclo e suddivisione dei rifiuti prodotti durante l’evento; avranno per cui un ruolo cruciale nella buona riuscita della manifestazione stessa perché partecipando come cittadini attivi, aiuteranno a portare avanti il concetto di 'buono, pulito e giusto'”. (20)
Vi avevamo avvertito che queste tre parole sarebbero state ripetute fino a rimbombarvi nella testa, ivi affiancate alla sostenibilità come causa nobile per richiedere del lavoro #gratis. L’ultimo paradosso di un grande evento che promuove l’ambiente e la sostenibilità sotto ogni punto di vista salvo quello economico: ciò che conta sono la raccolta differenziata, le posate biodegradabili e il compost gettato nel cestino giusto, mica la retribuzione di persone e spazi utilizzati.
Con buona pace di chi intravede ancora dell’etica dietro quelle tre paroline magiche.

                                                                                                           Paolo Tex

2. Come descritto nel bilancio di esercizio 2014 di “Slow Food Italia”.
8. Ringraziamo Wolf Bukovski per la sua opera, dalla quale tanta ispirazione abbiamo tratto per la stesura di questa parte dell’inchiesta: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=21034
17. Wolf Bukovski colpisce ancora

martedì 30 agosto 2016

BENTORNATI DALLE VACANZE AMICI SISTEMISTI!


Salve compagni del Sistema! Avete concluso le ferie in Liguria e al vostro rientro avete trovato solo alghe ad attendervi? Girate per la città spaesati alla ricerca dei segni tangibili di scie pentastellate?

Bene, state tranquilli, abbiamo presidiato la città per tenervi sempre aggiornati sugli eventi della capitale sabauda. Ed è proprio, volenti o nolenti, dalla questione piante tropicali nel Po che bisogna partire, foss'anche per il semplice motivo che i social sono stati invasi da esperti biologi pronti ad edurci sulle migliori pratiche di sradicamento di myriophyllum aquaticum dal fiume. I fatti sono questi: a luglio è emersa questa inedita chiazza verde enorme, visibile soprattuto in zona Murazzi. Bisogna toglierle, ma ci vanno circa 50 mila euro per un intervento tecnico a spese dell' Assessorato alla mobilità, Settore Ponti e vie d'acqua della neo-eletta Maria Lapietra. Peccato che manchino i soldi (aldilà del dibattito ideo-biologico, bisognerebbe riflettere a fondo sul fatto che manchino pochi spiccioli ad un Comune come il nostro) per cui l'idea a Cinque Stelle è quella di affidarsi al volontarismo etico di lavoratori del Comune, attivisti ed ambientalisti. Tutto molto bello, peccato che l'alga sia ancora presente, e chissà se ora quei 50 mila euro caleranno o aumenteranno: lasciando ai tecnici le valutazioni del caso, sembra certamente evitabile la "passeggiata in canoa" che col senno di poi risulta più propagandistica che risolutiva.

Rimaniamo sulle sponde del fiume e proseguiamo verso Moncalieri, prossima sosta: Valentino. Cosa succederà a breve all'interno del polmone verde torinese? A settembre sarà il turno del Salone del Gusto di Slow Food-Terra Madre, già deciso ai tempi in cui Chiampassino regalò il nostro parco al Compagno Carlin Petrini. Beh ma ora le cose cambieranno no? Eh più o meno, perchè (come documentato in un nostro precedente post dedicato all'argomento) nel frattempo il Comune ed il Comitato organizzatore presieduto da Andrea Levy hanno raggiunto l'accordo per il Salone dell' Auto 2017, che continuerà ad utilizzare il nostro amato parco come location principale (la novità è il pagamento per l'utilizzo dello stesso), accompagnata da mini-eventi in periferia. Bene ma non benissimo per una Giunta tratteggiata come un covo di pericolosi ambientalisti ostili ai Grandi Eventi. In questo caso, avremmo preferito la versione macchiettistica a quella reale troppo aderente al recente passato.

Restiamo alla questione saloni, e torniamo sul primo tema pesante, corposo, che la neo-Sindaca Appendino ha dovuto affrontare, cioè lo sconvolgimento del Salone del Libro in seuito all'indagine che ha portato in carcere alcuni importanti interlocutori (anche su questo vi è un nostro post dedicato), alla perquisizione in casa dell'ex Assessore Braccialarghe, ed alla successiva fuga direzione Milano dell' AIE (Associazione Italiana Editori), con relativa contro-fuga dei piccoli editori, che potrebbe portare all'allestimento di un di un salone "alternativo per davvero". Così alternativo che tra i nomi che circolano nel ruolo di direttore del Salone c'è quello di Giuseppe Culicchia, quell' ex scrittore ribelle che nel perioodo elettorale tratteggiava su Internazionale una città priva di problemi (mica la più povera del Nord Italia come dicono quei cattivoni dei dati statistici), dove tutto è very cool grazie ai grandi eventi ed alle Olimpiadi che hanno reso tutto più bello (una versione letteraria della Evelina nazionale tanto per intenderci).

Degna di nota, almeno per il dibattito agostano, la nuova intesa Chiampa-Appendino, che tanto ha smosso la base torinese del Partito Democratico: collaboriamo o combattiamo? Mentre gli organizzatori della Festa dell'Unità sfogliavano i petali della margherita per decidere se invitare o meno la Sindaca della Città (optando, legittimamente, per il no al confronto), il Presidente della Regione ha avviato e sta tenendo in piedi una liason che ha prodotto la nomina del nuovo presidente in pectore della Fondazione per il Libro Massimo Bray, ex Ministro della Cultura e uomo certamente di sistema. Nello stesso tempo, sembra farina della Sindaca la politica giustamente aggressiva nei confronti di GI Events al fine di ottenere l'utilizzo gratuito di alcuni spazi del Lingotto (previsto da passati accordi) e un dimezzamento del costo d'affitto. Vedremo come proseguirà il giallo nostrano, data l'importanza dell'edizione del trentennale del Salone.

Sì va bene, ma gli atti concreti? Uno c’è stato, ed anche molto divertente: il Comune di Torino ha comunicato all’ Osservatorio Torino Lione lo sfratto dai locali della Città Metropolitana (guidata dalla stessa Appendino). Beh, se l’obiettivo dichiarato della Giunta è quella di uscire dal Tavolo stesso, perché concedergli una sede sul nostro territorio? Dopo il mezzo scivolone della solidarietà alle forze dell’ordine maldigerito dal movimento NO TAV, chissà che questa non sia l’anticipazione dell’ uscita del Comune di Torino dall’ente tecnico che valuta la fattibilità della Grande Opera in Valsusa. Questo è quello che auspichiamo tutti.

L’apertura dei lavori della Giunta è invece quanto di più beffardo per gli uscenti Fassino e soci: Chiara Appendino e il suo team tengono fede al mantra delle periferie presentando 1200 pagine di progetto al bando del Governo per l’assegnazione di 18 milioni di euro. Figata no? Peccato che il bando esca quasi interamente dal lavoro della precedente Amministrazione, tanto che il coordinamento dei lavori è stato affidato all’architetto Valter Cavallaro.
Le parole d’ordine ricorrenti nel documento sono le solite che conosciamo benissimo, dal bike sharing alla riqualificazione policentrica passando per il finanziamento del centro per l’innovazione “ex INCET” (altro riconoscibilissimo segno PD). Vediamo se questo documento ibrido e polimorfo riuscirà a farci vincere l’assegnazione dei fondi necessari per far rivivere le nostre periferie.

Attendiamo quindi con ansia la riapertura settembrina del Consiglio Comunale e delle azioni politiche “vere”, dato che tra wifi e diete vegan a base di alga abbiamo avuto fin troppi argomenti da ombrellone da spiaggia, quest’anno purtroppo assente ai Murazzi.

venerdì 17 giugno 2016

BALLOTTAGGIO: LA GUERRA FREDDA DI CIVILTA'


IL SISTEMA VERSUS I BARBARI
Il Direttore de “La Stampa” ha ragione: il ballottaggio per il Sindaco di Torino vede in campo due limpide ed opposte visioni della città. L’ha detto durante il confronto al Teatro Carignano ed è stata la miglior fotografia della campagna elettorale. Ha ragione anche quando chiede a Fassino se sta difendendo il Sistema Torino: ma questa è solo una battuta auto-celebrativa per cui andiamo oltre.
Abbiamo vissuto un mese di scontri violenti, di battaglie verbali all’ultimo sangue tra sordi, di barricate erette in nome del possesso della Verità Assolute. Il motivo? Probabilmente entrambi sono così convinti della propria Weltanschaung (sì, potevamo dire visione del mondo ma Zagrebelsky cita Hegel, Asor Rosa fa elucubrazioni pindariche per cui volevamo adeguarci anche noi) che non riconoscono nell’avversario una legittimità propria. Illuminante in tal senso è stato il post di Ilda Curti in cui ha illustrato la differenza tra doxa ed episteme, ovvero tra opinione e conoscenza. La via semplificatoria, soprattutto dell’idea dell’altro, è stata una scorciatoia spesso utilizzata dagli attori in gioco: “La vostra proposta non sta in piedi!”, oppure “Difendete solo il vostro posto di lavoro!”, fino all’immancabile fascisti. Ecco, diciamolo subito: giocare alla militanza anti-fascista è deprimente. Lasciamo riposare i partigiani in pace, perché mojito&mortaio è un’immagine imbarazzante da visualizzare mentre lanciate i vostri strali da un locale gentry.
Tornando a noi, diciamo subito che entrambi i candidati sono portatori di modelli di sviluppo coerenti, che hanno una base teorica (basta leggere Belligni-Ravazzi sui regimi urbani per capirlo), ed anzi è proprio questa l’origine dell’astio reciproco. Doxa ed episteme sono presenti da ambo le parti e, forse, è proprio questo ad aver portato alla spaccatura della città in due fazioni sulle barricate. Dopo vent’anni di monolite senza alcuna opposizione, riteniamo però che questo sia un bene: al ventennale del piano regolatore, Chiamparino si vantò ai microfoni dell’inesistenza di visioni alternative a quella dominante considerandolo un pregio. Ed invece no, caro Presidente della Regione: con la questione “democrazia” come la mettiamo? Il principio dell’alternanza è qualcosa di molto diverso, e per fortuna non vi sono i cosacchi alle porte della Città Metropolitana in attesa di invaderci domenica notte.
Per questi motivi, sull’onda dei temi che Sistema Torino ha maggiormente trattato in questi anni, proviamo a ricondurci ai programmi di Piero Fassino e Chiara Appendino per come ce li hanno raccontati negli incontri pubblici di confronto, cercando di mettere un po’ d’ordine. Anche e soprattutto per noi stessi. 

POVERI E PERIFERIE
 Quando Fassino ha negato il dato Caritas sull’esistenza dei cento mila poveri in città ha scatenato un cataclisma, favorendo indirettamente la Appendino: aldilà del numero di per sé (che può variare a seconda se si prenda in considerazione il solo Comune o la Città Metropolitana tutta), il Sindaco uscente non ha voluto riconoscere l’esistenza di due città (quella del centro e quella invisibile delle periferie secondo l’Arcivescovo Nosiglia) ma anzi ha citato la crisi come principale deterrente alle azioni in campo sociale della sua Amministrazione. Sulla scorta di queste premesse, la candidata a cinque stelle ha avuto gioco facile a concentrare i propri sforzi proprio sulle periferie abbandonate: l’attenzione certosina ai giri elettorali nei mercati rionali di ogni quartiere (dai quali non si è sottratto neanche Fassino per onor del vero) ne sono un indicatore evidente.
Sistema Torino ha raccontato spesso il disagio delle periferie, perfettamente racchiuso nei dati annuali del Rapporto Rota della Fondazione Einaudi: una sintesi plastica di esso è stato lo sgombero dei senza casa alla Falchera di questa settimana (di cui nessuno dei due ha parlato direttamente). Torino capitale degli sfratti è una delle emergenze cittadine che gridano vendetta.

TAV IN VALSUSA
Dopo alcuni comunicati in parte discordanti tra loro, Chiara Appendino ha riaffermato la radice NO TAV del M5S: con il colpo ad effetto della citazione di un Renzi d’annata, ha affermato molto semplicemente che il Treno ad Alta Velocità non s’ha da fare perché non è conveniente in termini di costi/benefici. E addirittura sarebbe disposta, dopo un confronto sui dati e su alcune evidenze scientifiche, a far uscire il Comune di Torino dall’Osservatorio. Superando anche l’abbacinante paralogismo della Annunziata che in diretta TV è riuscita a pronunciare la seguente domanda: “Lei è laureata alla Bocconi, pensa davvero che il NO-TAV sia davvero una operazione che bisogna tagliare e non produce ricchezza?”
L’essenza NO TAV di Sistema Torino è così profonda che evitiamo di commentare l’assurdo tentativo di far passare per ignorante chiunque si opponga all’ opera.
Ha lasciato perplessi invece dal punto di vista strategico la ostinata difesa del Treno da parte di Fassino: ha sbandierato arditi paragoni con il Frejus e le autostrade negli anni ’60. “Per Torino è considerata vitale e strategica, un’ occasione di sviluppo da cogliere a pieno.” Non capiamo sinceramente come faccia a recuperare voti da sinistra senza porre neanche il minimo dubbio su una questione che la Val Susa trascina avanti da trent’anni ma certamente gli spin doctors avranno fatto i loro calcoli.

TRASFORMAZIONI URBANE (NUOVE CASE)/GENTRIFICATION
Eccoci al punto nevralgico dei regimi urbani a confronto: il mito dello sviluppo incentrato sulle nuove costruzioni è stato il faro illuminante della Giunta uscente, e giurano che continuerebbe ad esserlo in caso di vittoria. La zona grattacielo con sottopasso appena inaugurato sono il fulcro di cosa significhi trasformazione urbana per il PD, soprattutto se lo accostiamo alla gentrification di San Salvario e Vanchiglia.
Qui è nata, con una fortunata formula in termini di strategia del consenso, la “Teoria del NO” che il PD ha applicato al “Modello Torino a 5 stelle”: la Appendino ha detto ai microfoni di Raitre che vuole mettere uno stop alla costruzione di nuovi centri commerciali, che vuole rivedere il progetto di riqualificazione di Palazzo del Lavoro (con una galleria commerciale del lusso) con annessi lavori alla rotonda di Corso Maroncelli (che influirebbe sull’intenso traffico della zona), e che si trova in disaccordo rispetto a future costruzioni di nuove case “sparse” per le periferie della città.
La contrapposizione è elementare: costruire per creare lavoro e sviluppo da un lato, difesa del territorio e riallocazione delle case vuote già esistenti dall’altro. In questa dicotomia rientra anche la disputa riguardante la Città della Salute: sinergia positiva pubblico-privato contro l’opposizione all’ingresso delle case farmaceutiche nelle strutture ospedaliere pubbliche.
Anche in questo caso la storia di Sistema Torino parla chiaro, e non vogliamo certo sottrarci dal palesarla: la rubrica “Sarà un supermercato che vi seppellirà” è stata un giochino divertente oltre che fortunato in termini di interesse dei lettori. La distorsione sociale di questi non-luoghi è una contraddizione che abbiamo cercato di far esplodere da sempre: se percorrete tutta Via Cigna per poi proseguire verso Stazione Dora, vi troverete un panorama urbano costellato di marchi internazionali del largo consumo, intervallati dalla presenza di un solo museo privato (Ettore Fico, tra l’altro molto bello).
Il buon Piero ha difeso a spada tratta il piano regolatore da lui applicato,  tanto che si è lanciato più volte all’attacco dell’eventuale futuro Assessore appendiniano Guido Montanari (membro del Comitato Direttivo dell’Unione Culturale), reo confesso sostenitore della teoria della decrescita felice. Un attacco personale francamente infelice.

CULTURA E GRANDI EVENTI
Dulcis in fundo, la cultura, la parola chiave della rinascita della città, “capitale civile” secondo l’abitante del centro Zagrebelsky: un centro trasformato in una location en plein air di grandi eventi catalizzatori di turisti, e di conseguenza di ricadute economiche sul territorio. Quante ricadute? Questo vorrebbe sapere la squadra di Appendino, che ha detto NO (e te pareva!) ad una organizzazione dei fondi culturali della città incentrata sui grandi investimenti come il Festival del Jazz (150 mila euro pubblici su un totale di 900 mila), diventato una perfetta sintesi del tutto. Secondo il gruppo di lavoro cultura grillino, la spesa non vale la candela ed il Festival, insieme alle spese di promozione della città ad Expo 2015, sono diventati i facili bersagli di questo paradigma turistico-culturale di mercato. Paradigma su cui la squadra di Fassino continua invece a credere con forte convinzione, ritenendolo uno degli aspetti fondamentali della rinascita economica di Torino.
Al contrario, questi soldi andrebbero investiti capillarmente su tutta la città secondo i five stars, secondo un concetto di “cultura diffusa” opposto a quello dominante.
Altrettanto importante è la questione Fondazione della Cultura: un carrozzone utile a tenere in piedi il sistema politico-culturale secondo Chiara, un fondamentale ente di convoglio della sinergia pubblico-privata secondo Piero.

LE CONCLUSIONI IMPOSSIBILI
A questo punto, da buon fenomeno social, dovrebbe arrivare la nostra dichiarazione di voto di rito, coincidente con la chiusura della campagna elettorale che ci offre un quadretto perfetto di quanto scritto: la Appendino è andata alle Vallette insieme a leader nazionali come Roberto Fico e Ale Dibba Di Battista. Fassino si è recato presso la scuola Holden di Baricco e (in parte) Farinetti.
Dunque, cari sistemisti, che fare? Sistema Torino ha deciso di far proprio l’appello del “sistemista ad honorem” Tomaso Montanari (sostenitore del nostro spettacolo Exporto 2022, ci piace sempre ricordarlo) che su Repubblica ha spiegato nel dettaglio i motivi per cui ha rifiutato l’offerta di un Assessorato con la Raggi ma ha invitato i cittadini a votare per lei. E noi facciamo lo stesso, apertamente e senza finti cerchiobottismi, per Chiara Appendino, per le stesse ragioni del Compagno Tomaso: nelle tematiche di sinistra portate avanti in questi anni, abbiamo “sempre trovato dall’altra parte della barricata un sindaco o un presidente di regione del Pd o di Forza Italia (purtroppo spesso indistinguibili). E, invece, dalla mia parte e senza che li cercassi, c’erano immancabilmente i cittadini che si riconoscono nel Movimento Cinque Stelle.” Citazione, più che mai calzante per noi torinesi, del nostro amico fiorentino.
Aggiungiamo come pezzo altrettanto fondamentale per noi questo chi va là sul Movimento nazionale: “Mi pare indispensabile che ora i Cinque Stelle accelerino la loro evoluzione: vanno superati al più presto il ruolo incongruo di Beppe Grillo, l’inquietante dinastia proprietaria dei Casaleggio, le inaccettabili posizioni sui migranti, sul cammino dell’Unione Europea e su altre questioni cruciali. Se questo processo continuerà sarà un bene per l’intera democrazia italiana: che rischia di bloccarsi sul mantra dell’assenza di alternative al Pd di Matteo Renzi.” Se non avverrà difficilmente potremmo ancora pensare, in caso di altre consultazioni, al Movimento come un'alternativa.
Cosa succederà a Sistema Torino in caso di vittoria di Chiara Appendino? Semplice: dopo essere stati tra i primi a far esplodere le contraddizioni di questo Sistema, affronteremo le incongruenze del “Modello Torino” con la stessa aggressività e con la stessa volontà di disturbare il manovratore. Non vediamo l’ora.

martedì 19 aprile 2016

SPECIALE ELEZIONI: COME STANNO LE PERIFERIE TORINESI? LE RISPOSTE DEI CANDIDATI AL CONSIGLIO COMUNALE

Dopo il successo del nostro primo focus sulle elezioni Comunali di giugno riguardante movida e gentrification, abbiamo deciso di bilanciare in qualche modo l’attenzione ed andare verso quelle aree della città meno interessate dai processi di crescita e trasformazione (aldilà di come li si valuti): le periferie, ampiamente citate in questo inizio di campagna da tutte le coalizioni in corsa come punto fondante del programma.

Tra Torino policentrica ed evoluzioni in corso, nuovi ricchi e nuovi poveri, tra un centro commerciale e lo yoga al Museo Ettore Fico, ecco come si sono districati i candidati e le candidate, che ringraziamo ampiamente per la disponibilità dimostrata.

Le interviste che vi presentiamo sono a:


COME STANNO LE PERIFERIE TORINESI?: INTERVISTA A MICHELE PAOLINO, CANDIDATO CONSIGLIERE PARTITO DEMOCRATICO (PD)

Secondo i dati del Rapporto Rota 2014, la speranza di vita nelle periferie torinesi si sta accorciando. Si vive meno e male, a pochi passi dal centro invaso da turisti e grandi eventi: come è stato possibile? E cosa proponete per invertire la tendenza?
La crisi internazionale che ha colpito le famiglie di tutta Europa non ha risparmiato Torino. E’ evidente che in un periodo di difficoltà possa farsi strada, anche a livello individuale, una percezione di pessimismo in relazione alla propria vita. In realtà, il rapporto Rota 2015 dice che una tendenza che caratterizza da decenni molte città europee, e quelle italiane in particolare, è data dal progressivo invecchiamento della popolazione. A Torino l’incidenza delle persone con oltre 64 anni è cresciuta dal 16,9% del 1991 al 24,8% del 2012, nel resto dell’area metropolitana dall’11,4% al 21,6%.

COME STANNO LE PERIFERIE TORINESI? INTERVISTA A VALENTINA SGANGA, CANDIDATA CONSIGLIERE MOVIMENTO 5 STELLE (M5S)

Secondo i dati del Rapporto Rota 2014, la speranza di vita nelle periferie torinesi si sta accorciando. Si vive meno, e male, a pochi passi dal centro invaso da turisti e grandi eventi: come è stato possibile? E cosa proponete per invertire la tendenza?
Diciamo che la necessità di affrancarsi dal paradigma di sviluppo industriale per adottarne uno improntato sulla valorizzazione dell’offerta culturale e turistica cittadina, e quindi sull'organizzazione di manifestazioni artistiche e sportive per attirare risorse e generare indotto, è stato il grande obiettivo conclamato non solo dell’ultima amministrazione Fassino ma, più in generale, dell’intero ventennio in cui il centro-sinistra ha governato Torino. Credo che a più di 20 anni dall'inizio di quel processo di ricerca di una nuova vocazione per la città sia giunta l’ora di tirare le somme, di decretare se quella

COME STANNO LE PERIFERIE TORINESI? INTERVISTA A ELEONORA ARTESIO, CANDIDATA CONSIGLIERE TORINO IN COMUNE

Secondo i dati del Rapporto Rota 2014, la speranza di vita nelle periferie torinesi si sta accorciando. Si vive meno, e male, a pochi passi dal centro invaso da turisti e grandi eventi: come è stato possibile? E cosa proponete per invertire la tendenza?
Il rapporto tra condizioni socioeconomiche e stato di salute non è una novità: lo sostiene da sempre l' OMS e lo descrive la storia registrando le diminuzioni di morti alla nascita e il prolungamento degli anni di vita in Paesi in cui sono stati sviluppati programmi di accesso all'acqua pulita, di vaccinazioni, di sostegno alimentare; lo scrivono costantemente gli epidemiologi. Il rapporto tra influenza del patrimonio genetico e stile di vita versus l'influenza del contesto socio ambientale muta secondo la cultura e i sistemi di protezione dei Paesi; il modello statunitense considera quale causa principale di

COME STANNO LE PERIFERIE TORINESI? INTERVISTA AD ALESSIO ARIOTTO, CANDIDATO SINDACO PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI (PCdL)

Secondo i dati del Rapporto Rota 2014, la speranza di vita nelle periferie torinesi si sta accorciando. Si vive meno, e male, a pochi passi dal centro invaso da turisti e grandi eventi: come è stato possibile? E cosa proponete per invertire la tendenza?
E' stato possibile perché le periferie sono una delle classiche conseguenze delle company towns, ovvero le città nate e cresciute al servizio di una grande azienda (Torino come Manchester o Detroit).
Si tratta di quartieri dormitorio che finita la funzione poco a poco vengono abbandonati e muoiono e con essi gli abitanti. Se non c'è una rete di piccoli negozi di quartiere, di attività culturali, di centri sportivi comunali, cinema e teatro ma solo uno o più centri commerciali è inevitabile che peggiori anche il livello qualitativo della vita: sono zone dove andranno ad abitare cittadini a basso reddito,

COME STANNO LE PERIFERIE TORINESI? INTERVISTA A VINCENZO CHIEPPA, CAPOLISTA PARTITO COMUNISTA (PC)

Secondo i dati del Rapporto Rota 2014, la speranza di vita nelle periferie torinesi si sta accorciando. Si vive meno, e male, a pochi passi dal centro invaso da turisti e grandi eventi: come è stato possibile? E cosa proponete per invertire la tendenza?
L'accorciamento della speranza di vita è una diretta conseguenza del drammatico impoverimento che ha colpito le classi popolari e dunque in particolare chi vive nelle periferia della nostra città.
Le diseguaglianze hanno ormai raggiunto livelli scandalosi con una concentrazione della ricchezza in strati sempre più esigui di popolazione. A fronte di queste dinamiche anche una amministrazione locale dovrebbe porre al primo posto della sua agenda la lotta alla povertà, al contrario si è prediletta una azione di pura immagine che vede nei grandi eventi la massima espressione di questo orientamento.