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martedì 31 ottobre 2017

IL CASO GIORDANA: QUANDO ECCESSO DI POTERE FA RIMA CON ABUSO DI POTERE

INTRO: LA CITTÀ SOLIDALE

“La città solidale, per una comunità urbana” è il pamphlet con cui nella primavera del 2015 Chiara Appendino e Paolo Giordana si sono presentati al pubblico come ticket politico in grado di conquistare il potere della città: un libercolo di 80 pagine in cui si passa da Olivetti al solidarismo cristiano, affermando pomposamente che “non si ha infatti un vero cambiamento mutando solamente la persona che ricopre una carica istituzionale, ma modificando la struttura stessa del potere e il ruolo attivo e partecipativo dei cittadini”.
Fa sorridere eh rileggerlo oggi dopo la telefonata che si può riassumere con un “Oh, ci stà sto amigo mio che ha preso ‘na multa, che me la togli tu che sei er capo de GTT e famo risparmià 90 euro a chi ha la fortuna di conoscere er capo der Gabinetto de Torino?” (non so perché ma il romanesco rende di più l’idea del sotterfugio di potere, sarà qualunquismo anti-Kastah anche questo forse).
Aldilà dell’uso strumentale che possiamo fare delle pagine di questo libro rispetto all’intercettazione pubblicata da Repubblica sabato scorso, esso risulta con la razionalità del senno del poi la pietra fondante della diarchia costruita in due anni e rovinosamente caduta in cinque minuti con un inciampo farsesco da Prima Repubblica.
Se volessimo fare un film sulla costruzione del potere di Paolo Giordana, è da qui che dovremmo partire: signori miei, questo libro è la “base ideologica” del Movimento 5 Stelle torinese, lei è la punta di diamante della squadra di Giunta futura (sebbene a quel tempo pochi avrebbero potuto prevedere una vittoria pentastellata), io sono colui che costruirà il suo successo.

IL SUCCESSO DI GIORDANA: LA COSTRUZIONE DELLA CAMPAGNA ELETTORALE

E così è andata: chi ha seguito da vicino la campagna elettorale conosce benissimo il ruolo del funzionario comunale con il dente avvelenato verso il precedente blocco di potere. Quanti giornalisti (intendiamo quelli veri eh, non i blogger improvvisati come noi) potrebbero testimoniarci come il Nostro facesse il bello e il cattivo tempo con interviste concesse spostate non concesse e poi chissà, o di presenze assicurate o forse no a determinati eventi cittadini per non sbilanciarsi salvo poi lasciare la sedia vuota e rimanere “in medio virtus”? Una alternanza di presenze ed assenze costruita con il pendolino, con una accuratezza tanto certosina quanto irrispettosa nei confronti dei corpi intermedi.
Perché diciamo questo? Perché se ci troviamo in questi giorni a commentare un evidente e ammesso abuso di potere, bisogna partire da chi quello stesso potere gliel’ha affidato, in maniera così abnorme da quasi concederne l’utilizzo totale e spropositato.
La strategia comunque funzionò, e l’esito del ballottaggio premiò ampiamente Chiara Appendino e il suo principale stratega: il lavoro paga e si paga, per cui la costruzione del castello di Paolo Giordana comincia neanche un mese dopo la sbornia elettorale. La delibera di Giunta del 19 luglio 2016 gli assegna il ruolo di “Capo di Gabinetto – Portavoce dell’ufficio di Staff” della Sindaca,  cui segue poi una seconda delibera, di settembre, che “amplifica” il suo potere. La novità settembrina è l’istituzione  (senza previa consultazione di personale coinvolto e sindacati) di un nuovo servizio comunale che assomma alle competenze dell'omonimo ufficio già esistente nelle precedenti amministrazioni, quelle relative a tutta la comunicazione del Comune e a manifestazioni ed eventi culturali organizzati sia da Comune che da privati, competenze e personale sottratti ad altri servizi e assessorati dell'Ente.
Il risultato di questo disposto di delibere risulta, aldilà della posizione di ognuno rispetto alla nuova Amministrazione, comunque anomalo, non essendo prassi fare coordinare indirettamente dirigenti comunali da una figura interna all'ente promossa al massimo livello attraverso l’assegnazione di un incarico di fiducia di una amministrazione previsto solitamente per gli esterni. Vero che il ruolo non è sovraordinato gerarchicamente ai dirigenti comunali stessi, ma in qualità di Portavoce della Sindaca e capo di Gabinetto ha de facto più potere di “moral suasion”, se così lo vogliamo definire. Giusto per fare un po’ di storia breve, fino a Chiamparino il Capo Gabinetto era un direttore comunale, mentre Fassino preferì affidare il ruolo a un esterno (in qualità di dirigente), probabilmente per evitare polemiche simili a quelle odierne (e comunque con competenze molto più limitate rispetto alle attuali). (e qua facciamo il primo caso al mondo di auto-cit. dal nostro articolo su Open For Business).

Ci tocca fare gli Scanzi torinesi e dirci che avevamo ragione e avevamo visto lungo (non era così difficile eh): in questo anno e poco più si sono susseguite numerose vicende che hanno palesato il potere mastodontico nelle mani di Paolo Giordana, dall’ apicale accusa di essere l’ Assessore-ombra alla Cultura alla sua sigla sulle principali decisioni relative alla redazione del Bilancio comunale.

DA WESTINGHOUSE A PIAZZA SAN CARLO: IL CASTELLO MOSTRA LE CREPE

Purtroppo per la città, a immensi poteri non corrispondono immense capacità di gestione degli stessi. Oltre alla questione-GTT che ha generato l’intercettazione che galeotta fu per l’ex Portavoce, vi sono il caso Ream-Westinghouse sull’ anticipo messo/non messo a bilancio e la tragedia di Piazza San Carlo sui tavoli della Procura torinese, dalla quale aspettiamo lumi sulle eventuale responsabilità dei governanti torinesi. Sono eventi pesanti, che offuscano il brilling che Giordana aveva nelle mani e cominciano a incrinare la mole di potere ed influenza dello stesso sul Movimento 5 Stelle torinese. I più maligni stanno già pensando all’ altro astro nascente che fiancheggia la Sindaca negli incontri istituzionali maggiormente importanti, l’ Addetto Stampa Luca Pasquaretta che invece in questi mesi ha visto schizzare verso l’alto il suo grado di influenza (e presenza) sulle scelte più rilevanti. Qualche mugugno comincia a serpeggiare tra le fila di attivisti e consiglieri pentastellati, ma la conoscenza che Giordana ha della macchina burocratica comunale è più forte di qualsiasi contestazione che si possa fare al suo modus operandi.
Perché citiamo questi due casi? Beh, ovviamente per la gravità conseguente un atto pubblico che finisce in Procura ma soprattutto per la valenza politica che le gestioni Westinghouse e Piazza San Carlo sembrano sottendere. Premessa doverosa: nessuno di noi vuole fare sciacallaggio sui feriti e sul dramma della morte quella sera della finale di Champions League. Vi è però una leggerezza e una superficialità nelle decisioni e nella organizzazione di quell’evento che sembrano più conseguenza di un potere sempre meno collegiale e sempre più concentrato in poche mani che frutto di una, seppur pesante, “disattenzione collettiva”.
Una leggerezza dettata dalla presunzione di “poter fare da solo” da un lato e dall’ assenza di controllo da parte di coloro che sarebbero stati formalmente i suoi superiori nonché gli eletti dal popolo.
E’ importante notare questo, perché a nostro avviso sono ulteriore segno di un eccesso di potere che concede il retro-pensiero del “vale tutto”.

IL CASUS BELLI: L’INTERCETTAZIONE

E qui arriviamo al colpaccio di Repubblica, che abbiamo già riassunto in precedenza: una telefonata a Ceresa, Presidente di GTT, per far togliere una multa di 90 euro che un amico suo considerava ingiusta.
Una battaglia politica e culturale persa in trenta secondi di telefonata: Appendino ha vinto dicendo che il problema era il modus operandi, il Sistema Torino. Ora Giordana ha fatto lo stesso, non per appalti milionari ma per una multa: il parossismo portato al suo eccesso massimo. Farebbe ridere se non fosse drammatico che dall’altra parte dello smartphone c’era il Presidente di GTT, l’ azienda exemplum del diavolo e l’acqua santa torinesi: il buco gigante creato nel bilancio GTT, il rapporto da chiarire tra Comune e Partecipate nelle Amministrazioni passate, le relazioni tra i Presidenti delle stesse e la Città di Torino. Tutti temi da Sistema Torino, da blocco di potere da indagare, anzi “da aprire come una scatoletta di tonno” tanto per usare un (becero) slogan tanto caro ai grillini più ortodossi: PUFF, tutto vanificato.
Perché ora il tavolo è apparecchiato per il più classico “tutti colpevoli, nessun colpevole”, magari accompagnato da un “tutti intercettati, nessuna intercettazione vale” visto che abbiamo avuto l’onore di leggere sui giornali una vecchia telefonata dell’ex Assessore Stefano Lo Russo che spiega che i problemi dei conti di Torino sono nati con le Olimpiadi, che hanno cercato poi di nascondere le cose e tutto nasce dalla gestione Tom Dealessandri-Chiamparino delle Partecipate. Parlapà!
Ce ne sarebbe per scriverci sopra un trattato, ma patiamo dalle basi: il Capogruppo della minoranza PD dice cose che neanche il più scaltro sistemista direbbe in maniera così becera. Possibile che chi gli subentra nelle stanze del potere chieda favori da 90 euro al telefono col Presidente GTT invece di occuparsi della cosa pubblica? Dobbiamo quindi pensare andreottianamente che il potere logora solo chi non cel’ha, e che sia la poltrona (termine caro anche questo ai grillini oltranzisti) a corrompere l’animo umano?

LE DIMISSIONI: IL CASO È CHIUSO?

“Prendersi la responsabilità dei propri errori è un grande gesto.” scrive su Facebook il Consigliere pentastellato Antonino Iaria, riassumendo un po’ la vulgata pentastellata di questi giorni.
La Sindaca non riferisce a riguardo in Consiglio Comunale e il caso si chiude qui. Onore al vincitore, Paolo Giordana fa già parte del passato e via, si riparte come se nulla fosse successo.
Eh no cari miei, perché potremmo discutere per ore della modalità intercettazione, anzi facciamolo subito per poi andare al succo: non è edificante per la democrazia che sia una telefonata finita sui giornali a chiudere una carriera politica o a rivelarci i dietroscena del debito di Torino secondo un ex Assessore di rilievo. Non ci piaceva quando erano le intercettazioni sui festini di Mr. B. a monopolizzare l’attenzione mediatica rispetto a “quisquiglie” ben più gravi compiute dall’ autocrate di Arcore, certo non ci facciamo ingolosire adesso dalla torta dei pettegolezzi via I-Phone torinesi. Anzi, un po’ ci dispiacciono perché avremmo preferito che la questione politica legata al ruolo di Giordana emergesse in altro modo, e che le enormi contraddizioni del castello di potere di “un semplice passacarte” (Cit.) trovassero evidenza pubblica (trasparenza e partecipazione!) ben prima che lo stesso si facesse pescare con le mani in un barattolo di marmellata della GTT.
La questione, oggi come non mai, è di sostanza: non è un errore, è un abuso di potere. Enorme, imperdonabile, inaccettabile da parte di chi si è fatto portavoce della “Chiara alternativa”.
Perché a questo punto la domanda è solo una, ed è la summa forse delle critiche esprimibili all’ allora “Movimento di lotta” trasformatosi nell’ odierno Movimento 5 Stelle fattosi di Governo cittadino: la retorica contro il Sistema Torino era sinceramente contraria a determinate pratiche, o solo una utile e produttiva strategia di sostituzione dello stesso con un proprio sistema di potere?

Ai posteri l’ardua sentenza.


giovedì 14 luglio 2016

TORINO CAPITALE DELLA CULTURA: IL SISTEMA SALONE

E’ quasi imbarazzante trovarsi a scrivere un articolo che rischia di ricalcare lo stile de “Il Fatto Quotidiano”: ci viene difficile fare come Travaglio (tranquilli, non inviteremo nessuna donna ad occuparsi di cellulite) ed esultare per il tintinnar di manette, mentre ci viene forse più facile affermare scanzianamente “noi l’avevamo detto”. 

I rapporti stretti, strettissimi tra GI Events (gruppo francese quotato alla Borsa di Parigi dal 1998, società specialista nella gestione ed organizzazione dei grandi eventi), Fondazione per il Libro e Amministrazione pubblica erano visibili “ad occhio nudo” senza esser necessariamente un gufo gombloddista come noi: quanto emerge sui giornali dalle intercettazioni dell’inchiesta che ha mandato in carcere per turbativa d’asta Valentino Macrì, segretario della Fondazione per il Libro, Regis Faure e Roberto Fantino dirigenti di GI Events, ai domiciliari  Antonio Bruzzone, dirigente di Bologna Fiere, e che vede indagato l'ex assessore comunale alla Cultura Maurizio Braccialarghe, è una fitta trama di potere che ha portato per anni vantaggi di diverso tipo a tutti gli attori coinvolti.

mercoledì 8 luglio 2015

Luca Rastello: il ricordo di Guido Montanari

Pubblichiamo questo ricordo di Luca Rastello scritto dal Professor Guido Montanari. E' molto duro e molto vero, e si pone ad una distanza siderale dai alcuni pietosi e falsi coccodrilli pubblicati in questi giorni. Grazie Guido.

E’ morto un “cattivo”
Quando un personaggio di qualche notorietà muore si sprecano “coccodrilli” ed elogi funebri. E naturalmente questo è ciò che sta succedendo anche per Luca Rastello: in tanti a raccontare quanto era bravo, quanto era impegnato, quanto era amico, ecc. Pochi però ricordano quanto sia stato un personaggio scomodo, controcorrente, fastidioso e “cattivo”.
Pochi ricordano che il suo impegno contro le mafie è culminato nel prendere le distanze proprio da quel mondo del volontariato che aveva contribuito ad organizzare e che ha poi denunciato nel suo libro più “cattivo”: "I buoni", appunto . Pochi ricordano che Il suo impegno di giornalista sul campo di battaglia della Bosnia non si è limitato a denunciare gli orrori della guerra a due passi da casa nostra (da cui il suo libro forse più bello: "La guerra in casa") e a documentare la complicità vergognosa dell’Europa e delle superpotenze nella pianificazione del massacro, ma è diventato eroismo personale nel salvare la vita di decine di bosniaci. Nessuno poi ricorda che probabilmente il cancro che se lo è mangiato viene proprio da quel periodo passato a contatto con i proiettili all’uranio impoverito usati dai bombardieri della NATO che hanno ammazzato nel tempo decine dei nostri soldati, nel silenzio delle gerarchie militari e nell’affossamento degli esiti della commissione preposta alle indagini sul fenomeno.
Pochi ricordano che Rastello è riuscito ad ottenere dalla redazione nazionale del suo giornale di percorrere il tragitto Lisbona - Kief per verificare lo stato di avanzamento del “Corridoio 5” sul quale si basa la retorica dell’“ineludibile” necessità di realizzare la TAV, impegnando ingenti risorse pubbliche. E che di questo viaggio nel nulla ha tratto un libro reportage (Binario Morto, con Andrea De Benedetti) nel quale dimostra la sostanziale inesistenza e inutilità del corridoio e la sua mistificazione giornalistica e politica. Pochi ricordano gli innumerevoli incontri pubblici a cui è stato chiamato dal popolo dei NO TAV e le sue tante prese di posizione contro i politici disonesti e le politiche di distruzione dei servizi pubblici e dei beni comuni. Nessuno ricorda la sua visione critica del grattacielo della Banca Intesa e delle trasformazioni urbanistiche dei nuovi quartieri speculativi nati sulle aree industriali. Nessuno ricorda l’articolo dolente sulla Torino da città industriale a città degli eventi e delle Olimpiadi, pubblicato sulla rivista “Donna” che gli valse le ire da parte dell’allora sindaco Sergio Chiamparino. E nessuno ricorda la sua lontananza dai salotti “buoni” e dalla linea politica della redazione torinese del suo giornale, una delle più in sintonia con le visioni dei poteri locali.
Pochi ricordano che il suo romanzo Piove all’insu è forse uno dei più belli scritti sugli anni Settanta del secolo scorso, per la capacità di porsi al di fuori della consunta retorica “anni di piombo” vs. “utopia rivoluzionaria”, restituendo un quadro umano, quotidiano e antieroico degli anni più belli della sua generazione. 
Allora è necessario ricordare che un intellettuale e un giornalista degno di questo nome, non può che denunciare il potere e prenderne le distanze, non può che lottare per la verità, costi quel che costi. Non può che essere “cattivo”. Di questa "cattiveria" dobbiamo essere riconoscenti a Luca.
Guido Montanari



Recensioni - libri: I buoni, Caselli, Gramsci e il male

mercoledì 30 luglio 2014

Il Manifesto - Recensione di "Sistema Torino Sistema Italia"

Il Manifesto ha pubblicato, sull'edizione cartacea e sul sito, la recensione a cura di Mauro Ravarino dell'ultimo libro di Maurizio Pagliassotti, il finto romanzo su un finto sistema che a Torino non esiste. Sara' per questo che quindi, a un mese e mezzo dall'uscita, i quotidiani con pagine locali torinesi  non hanno mai dato cenno della sua esistenza. La recensione si può leggere al link http://ilmanifesto.info/lo-stile-sabaudo-per-saccheggiare-torino/

domenica 27 luglio 2014

Recensioni - libri: Maurizio Pagliassotti "Sistema Torino Sistema Italia", di Luca Rastello

Dietro il velo quasi impercettibile della fiction, una continuazione ideale di "Chi comanda Torino", cioè di un libro capace di rompere il silenzio e dare molto fastidio ai poteri e ancor più agli squallidi sottoboschi dei poteri locali. 
Maurizio Pagliassotti ha un effetto salutare fra quelli che, in questa città, non si rassegnano alla narrazione unica e ormai ampiamente intollerante del potere: le sue inchieste, spesso svolte con la tenacia e la curiosità che non caratterizzano più da tempo il mestiere di giornalista, sono un piccolo oggetto di culto per gruppi, soprattutto di giovani, ostinatamente decisi a discutere, a vedere oltre il velo di Maja dei miracoli italiani in sedicesimo propagandati dai cantori del "Sistema Torino": leggerlo è ogni volta come fare i conti con ciò che non si mostra volentieri del territorio in cui si vive. Un'operazione di igiene mentale, quindi, anche quando non spinge troppo nella provocazione. E di igiene politica, destinata a spargere semi che forse porteranno frutto in stagioni più disposte a uno sguardo critico sulla realtà.

lunedì 21 luglio 2014

Recensioni - libri: Luca Rastello, "I buoni"


Ci sono molti libri scritti sui cattivi “tout court” nelle diverse sfumature, dai serial killer ai corrotti professionisti. Qualcuno prova anche un certo compiacimento, o forse, nei casi più estremi un sadico voyeurismo, nel leggerli: nessuna sorpresa, però, perché il marcio sta esattamente dove si vede e dove ci aspettiamo di trovarlo.
“I Buoni" invece, è raggelante o dovrebbe esserlo, per chi crede nella virtù, nella quasi santità dei grandi uomini di pace o per chi pensa che la beneficenza possa sostituire il diritto.
Una nuova luce (o forse è più esatto dire che di luce se ne toglie) sul “bene”, sul nostro “disperato bisogno di conciliazione che nasce dalle nostre vite in cattività” che ci permette di pensarci migliori di ciò che siamo. Rastello smonta l’illusione, mostra con una certa crudeltà della scrittura, asciutta edvessenziale, le crepe dell’organizzazione, la retorica del linguaggio, delle formule  ricorrenti che mirano a incatenare la coscienza, a convincere che si sta lavorando a un nobile fine al quale tutto è sacrificabile. Anzi, non si deve intendere il lavoro come lavoro, poichè esso è dedizione a una causa. Ma non per tutti, evidentemente, solo per i più piccoli anelli della catena, quelli facilmente e periodicamente sostituibili.

venerdì 11 luglio 2014

Recensioni - libri: Maurizio Pagliassotti, "Sistema Torino, Sistema Italia"

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"Sistema Torino, Sistema Italia" mi ha fatto pensare alla fiaba di Andersen "I vestiti nuovi dell'imperatore", nella quale un intero popolo ammira i magnifici (e inesistenti) nuovi abiti del sovrano. Tranne un bambino, che urla "Il Re è nudo". Ecco, Zanna-Pagliassotti, come il bambino, ci mostra il sistema nudo e crudo. Si infila nei salotti e negli uffici del potere e fotografa i personaggi, di primo e secondo piano, che stanno dietro l'illusione di una città e di una società che qualcuno ha trasformato in un guscio luccicante ma desolatamente vuoto. Guscio nel quale si dibattono almeno tre tipi umani: i manovratori, quelli delle idee geniali e dei grandi mezzi, i potenti; gli assimilati, quelli che aspirano a un posticino, costi quel che costi, insieme a quelli che davvero ritengono che il sistema sia il migliore possibile perché scelgono di vederne solo un lato; e infine gli esclusi, i non previsti e non ammessi, come i ragazzi delle periferie, o gli auto esclusi, i consapevoli, quelli che il sistema lo denunciano e lo rigettano. 

venerdì 27 giugno 2014

Recensioni - libri: Maurizio Pagliassotti, “Sistema Torino, Sistema Italia”

Quasi un anno fa ho letto il primo libro di Maurizio Pagliassotti, “Chi comanda Torino”, un titolo che, da solo, sfonda il muro della sordità in una città in cui il dissenso della maggior parte dei cittadini si riduce alla lamentela da bar e il resto viene relegato con un feroce un-fair-play tipicamente sabaudo nelle categorie sociali preconfezionate di “quelli che non sanno”, “quelli che sono contro a priori”, “quelli che strumentalizzano”, insomma, le categorie “nemiche” utili a una narrazione politicante che ha fatto strame e marketing della parola “democrazia”, che senza opposizione e dissenso è solo un’altra variante, magari più morbida magari no,  di una dittatura del Pensiero Unico.
Ho avuto la fortuna di conoscerlo, Maurizio Pagliassotti, un giorno, nel cuore di uno dei centri ormai decaduti della rinascita modaiola e urbana: il Quadrilatero Romano di Torino, ferocemente descritto nel bel libro di Giuseppe Culicchia “Brucia la Città”, ovviamente fuori catalogo. Da quel giorno ho avuto l’onore di seguire la stesura di questo suo secondo libro, stavolta un romanzo, “Sistema Torino, Sistema Italia”.  

domenica 6 aprile 2014

Recensioni - libri: I buoni, Caselli, Gramsci e il male


Abbiamo appena terminato la lettura del romanzo di Luca Rastello, "I Buoni". Un libro che spacca il cuore, feroce e spietato. I buoni sono tra noi, essi lottano per il bene usando come arma la legalità.
Forse deve essere stato questo il passaggio che ha ispirato la inconsistente critica dell'ex procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, che ha centrato tutte le sue parole sulla difesa della figura che lui ha riconosciuto nel romanzo. Di cui a noi interessa zero. Che sia Tizio, Caio o Sempronio non cambia nulla.
"I Buoni", evidentemente, è un libro che vola troppo alto per il pettegolume da cortile imperante in Italia. La penna di Luca Rastello probabilmente è la migliore d'Italia in questo momento, perché le sue parole disegnano immagini perfette a colpi di bisturi. In un'epoca che sanziona ogni tipo di conflitto strozzandolo in una retorica fatta di melassa avariata, Luca squarcia così le tenebre dell'ipocrisia.
La fine del mondo. All'ultima pagina, al termine di questo raffinatissimo tour della nequizia, ci domandiamo se tutto quello appena letto sia il prezzo da pagare.
L'ignobile percorso volto al bene lastricato di umanità pulsante, di vizi, di peccati, di furbi, di violenza e di soldi. Il compromesso assoluto, il male per ottenere un bene superiore. Una storia senza tempo.
Scriveva Gramsci: "Il moderno Principe, sviluppandosi, sconvolge tutto il sistema di rapporti intellettuali e morali in quanto il suo svilupparsi significa appunto che ogni atto viene concepito come utile o dannoso, come virtuoso o scellerato, solo in quanto ha come punto di riferimento il moderno Principe stesso e serve a incrementare il suo potere o a contrastarlo. Il Principe prende il posto, nelle coscienze, della divinità o dell’imperativo categorico, diventa la base di un laicismo moderno e di una completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti di costume."
Oppure, infinitamente là sotto, ecco il monologo di Andreotti interpretato da Tony Servillo in cui l'attore scandisce questa frase "Bisogna amare così tanto Dio per capire come sia necessario il male".
Un libro che ci pone di fronte a noi stessi in totale solitudine. Un libro che ci chiama in causa e ci interroga sul nostro ruolo di censori del potere. Consigliamo a tutti la lettura di questo capolavoro.
Grazie Luca, amico e maestro.