mercoledì 26 gennaio 2022

LE RICADUTE DI EUROVISION: ALBERGHI ALLE STELLE E VOLONTARI CON GIACCA OMAGGIO!

Tutto procede secondo copione nella preparazione dell’atterraggio a Torino dell’ EUROVISION SONG CONTEST a maggio 2022.
Nel giorno della proclamazione della nostra città come prossima Sede avevamo già previsto quali sarebbero state le prossime tappe, e la cronaca locale ci ha dato facilmente ragione. Mentre PD e M5S continuano a contendersi il merito nell’aia politica, i giornali hanno scoperto che il prezzo degli alberghi per quella settimana è schizzato alle stelle. Ohibò, che fior di reportage! Chi l’avrebbe mai detto eh? Il COMBO, l’ostello di lusso nato a Porta Palazzo per attrarre turisti ma senza gentrificare (GIAMMAI!), costerà più di 150 euro a notte nella settimana del festival europeo della musica e come lui tanti altri: chissà i camerieri, operatori delle pulizie, cuochi quanto vedranno schizzare verso l’alto la loro paga settimanale durante quel periodo. Ma soprattutto, come i vari sostenitori bipartisan sostengono, chissà quante e quali ricadute occupazionali ci saranno grazie ai grandi eventi. Per questo ci viene in soccorso la sezione INFORMAGIOVANI del Comune di Torino: vi ricordate, cari boomer, quando ci recavamo nei suoi uffici per trovare lavoro retribuito? Per fortuna il ‘900 è finito, si può andare on-line e compilare il form per diventare... VOLONTARI! Con UNIFORME DI RICONOSCIMENTO come BENEFIT! Purtroppo però “non è prevista l'accomodation dei volontari non residenti in Torino” ma cosa pretendi? Non ti basta accogliere i futuri Maneskin e metterlo nel CV come esperienza formativa? Inoltre, per i 600 volontari che il Comune sta ricercando dovranno essere presenti a un “Incontro di formazione obbligatorio previsto per fine febbraio 2022. Luogo e data verranno comunicati tramite mail. Seguiranno selezioni accurate e assegnazioni secondo criteri e necessità concordati con l'ente organizzatore. Per le varie tipologie di servizio si prevedono formazioni specifiche.” Secondo il modulo da compilare per entrare a far parte del grande sogno, “Partecipare come Volontaria/o ad Eurovision Song Contest significa rendersi disponibile sulla base delle necessità che si presenteranno e contribuire a fornire un'immagine della città e dell'evento positiva e indimenticabile per i partecipanti e gli ospiti.” Siamo rimasti ancora alle Olimpiadi 2006 della Torino Always on the Move: anzi adesso è diventata “SO MUCH OF EVERYTHING”: quindici anni di record di disoccupazione giovanile, di crescita zero di aziende guidate da Under35 e di una generazione che scappa da Torino non ci hanno insegnato nulla. Gli illuminati progressisti sabaudi, siano essi pentastellati o centro-sinistri, non riescono ad andare oltre al grande evento che accende i riflettori, arricchisce i grandi gruppi ricettivi e, secondo i dettami della destra economica, lascia sgocciolare qualche briciola di denaro a chi accorre al loro capezzale. Nel frattempo, la città, semplicemente, muore.

martedì 21 dicembre 2021

LE RICADUTE DI EUROVISION: IL LAVORO VOLONTARIO? UN APPELLO PER UN GIUSTO SALARIO

Ci duole fare la parte di coloro che non sono più buoni neanche a Natale, ma ci siamo imbattuti, nella rassegna stampa mattutina, di fronte alla seguente notizia: secondo quanto riportato all’interno della mail inviata dal direttore del Centro di Produzione di Torino, Guido Rossi, la Rai sarebbe alla ricerca di volontari da utilizzare nella realizzazione dell’Eurovision Song Contest, anche al di fuori delle mansioni definite dalla propria figura di appartenenza. Che cosa significa “ricerca di volontari”, si chiede SLC CGIL Torino e Piemonte (il Sindacato dello Spettacolo): lavoratori ricollocati per mantenere all’interno della RAI l’organizzazione dell’evento, oppure si vuole ripetere il solito schema e cercare lavoro non retribuito, a “sostegno esterno” di grandi service internazionali cui affidare l’appalto con la fetta più grossa di guadagni? Ci spiace constatare come lo schema sui grandi eventi che atterrano in città sia sempre lo stesso: si comincia con il Sindac* (che sia Fassino Appendino o Stefano Lo Russo poco cambia) che conquista Eurovision o simili con la diretta dell’assegnazione ufficiale. Si prosegue con i quotidiani che magnificano i fantastiliardi di ricadute (solitamente calcolate dalle stesse agenzie che siedono tra gli organizzatori dell’evento stesso) e il giubilo della maggioranza politica in carica che si dimostra così migliore di tutti gli altri. Poi tra l’assegnazione e l’evento stesso passano i mesi necessari per l’organizzazione, durante i quali emergono i dettagli e le magagne. Tutti ricordiamo Torino2006 e i nostri concittadini ripagati in giacche a vento: ci ritroveremo la città invasa di giacche primaverili col logo Eurovision? Vorremmo evitare il susseguirsi di scoperte dell’acqua calda trasformate nello “scandalo del giorno” sul mainstream locale: vi anticipiamo che i prossimi saranno il costo delle camere d’ albergo triplicate (anche il portiere dell’hotel avrà salario triplicato in quei giorni?), e l’impossibilità di trovare un Airbnb a meno di cento euro a notte (immaginiamo la pioggia di soldi nelle tasche dei ricchi multi-proprietari immobiliari di Falchera o Vallette). Eugenio Cesaro, leader di Eugenio in Via Di Gioia (autori della “finta sigla” virale di Eurovision2022 a Torino), scrisse un entusiastico articolo a ottobre su La Stampa Torino, di cui vogliamo evidenziare il seguente passaggio: “sarebbe bello che Torino potesse dimostrare di saperlo fare in una modalità sostenibile”. Facciamo nostra quella parte del suo appello, e invitiamo altri artisti torinesi impegnati, come Bandakadabra e Marcello Poletti (AKA Max Casacci), a fare lo stesso ampliandone il senso: chiediamo al Comune di Torino e alla TV pubblica di essere realmente sostenibili per la Città, anche e soprattutto dal punto di vista economico, in primis per i concittadini e i lavoratori coinvolti. Se “grande ricaduta culturale ed economica” dev’essere, che sia equamente distribuita: no al lavoro appaltato all’esterno, no al lavoro volontario. Sfruttiamo questa occasione per dimostrare che è possibile valorizzare le grandi competenze lavorative e culturali presenti sul nostro territorio, retribuendole con una paga equa ed equilibrata. Questa è, o dovrebbe essere, la via maestra per rendere davvero grande un evento musicale internazionale a Torino.

martedì 16 novembre 2021

TORINO HA SEMPRE LO STESSO SINDACO: IL DEBITO PUBBLICO

 Sistema Torino nacque anni fa mettendo nel suo primo simbolo un claim tanto semplice quanto di rottura: “rinegoziare il debito comunale”, esploso con le Olimpiadi invernali 2006 che segnarono un punto di non ritorno per la nostra città. Decretarono la fine della one company town di mamma FIAT e l’inizio del luccicante punto d’approdo turistico che avrebbero reso i piemontesi più simpatici e attrattivi: la capitale sabauda si è trasformata in una location per grandi eventi e manifestazioni sportive e culturali che avrebbero dovuto cambiare il mondo del lavoro e la costruzione del PIL nostrano. Chi segue le vicende cittadine, magari tramite il nostro blog, sa che qualcosa, per usare un eufemismo, è andato storto: vizi e virtù sono rimasti pressoché invariati, con una Torino che naviga nelle acque delle Città Metropolitane del Sud per indicatori economico-sociali e vanta i poco invidiabili primati per numero di sfratti (rispetto a decine di migliaia di alloggi vuoti), per disoccupazione giovanile e, giusto per completare il quadro, di città più inquinata d’Europa (che sembrerebbe centrare poco, a meno che non si pensi all’assenza di risorse da destinare alla mobilità pubblica).

E manca l’ultimo e più importante record torinese: l’abnorme debito comunale (anche qui primeggiamo nelle classifiche europee) che impedisce manovre incisive al Sindaco e alla sua Giunta, qualsiasi sia il suo colore.

Per questo motivo, il portale Volerelaluna.it pubblica un prezioso approfondimento sui numeri del debito (che riassumeremo nelle prossime righe) chiedendosi nell’incipit, a proposito della Giunta Lo Russo appena insediata: ci sono le risorse per realizzare i buoni propositi?

Partiamo dal numero più inquietante: Torino ha 3,9 miliardi di debito, ovvero 5 mila euro circa a cittadino. Alla fine del mandato Chiamparino (maggio 2011) era di 3 miliardi e 454 milioni: a dieci anni di distanza il debito vero è aumentato di 533 milioni, nonostante la Città abbia pagato oltre un miliardo di interessi sui mutui e restituito capitali per una somma di poco superiore. Una plastica rappresentazione numerica del perché vengano usate definizioni come “cappio” o “circolo vizioso” come sinonimo di “debito”: è un capitale che non restituiremo mai, è una tassa sul fallimento del sogno olimpico che dovremo pagare per sempre e che lasceremo in eredità ai nostri figli. 

Inutile dire che questo limita la capacità di manovra di una Giunta: prendendo come riferimento l’anno 2019, è rimasto a disposizione per manovre discrezionali, in una versione molto ottimistica, il 4% della spesa corrente dell’anno, vale a dire poco più di una quarantina di milioni. Per gli investimenti la capacità di nuovo indebitamento non supera i 30-40 milioni annui, ovvero briciole. Alla voce “Alloggi sociali e rimborso morosità ATC” era stato destinato per esempio un misero 2% del totale, a proposito di quei record negativi inclusi nel cappio. 

L’ulteriore paradosso è l’ottica perversa con la quale la questione conquista le prime pagine dei giornali: chi l’ha creato? Chi invece lo riduce virtuosamente o è abile a raggiungere il pareggio di bilancio?Ripensate alla marea di post social di Sindaci esultanti per avere ridotto il disavanzo pubblico, senza però chiedersi a che prezzo.

Sono domande capziose, perché la vera domanda è: chi paga il conto di una Amministrazione zoppa? Chi sono i cittadini di Serie B che subiscono le limitazioni economico-finanziarie? Questa è la vera rivoluzione che una nuova Giunta dovrebbe mettere in atto, pensando laterale rispetto ai princìpi neo-liberali che pongono l’equilibrio di bilancio come fine, e non come mezzo per migliorare la qualità della vita dei torinesi.

Non sembra essere l “era Lo Russo” quella che cambierà le carte in tavola, dato che al momento il Sindaco si è semplicemente messo in coda insieme ai suoi omologhi per ottenere una percentuale più ampia possibile dei (tanti) miliardi di euro che il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) metterà a disposizione degli enti locali, “che sono la parte che più ha sofferto del blocco della spesa e del ricambio di personale di questi anni”, secondo il settimanale “L’Essenziale”. A proposito dei lavoratori impiegati nell’ente, “il patto di stabilità interno ha avuto come obiettivo primario la riduzione della spesa per il personale: si è così passati dall’ingresso di un nuovo lavoratore ogni due che andavano in pensione al rapporto 1 a 5, fino al blocco del turnover” (Marco Bersani, Jacobin Italia, “Le città ingovernabili”). Non a caso la prima polemica tra il neo-Sindaco e la vecchia maggioranza pentastellata ha riguardato la “scoperta” di Lo Russo che al Comune mancano 5 mila dipendenti. Per tradurre i numeri nella vita quotidiana, pensateci quando dovrete attendere sei mesi per un appuntamento all’Anagrafe per rinnovare la carta d’identità, o se vi trovate a pregare per un impiego pubblico per il vostro giovane figlio disoccupato.

Sempre citando le stesse fonti, “i fondi del PNNR destinati agli enti locali toccheranno una cifra compresa tra i 50 ei 70 miliardi di euro (..) si tratta di un incremento del 26% della spesa media rispetto al 2017”.

Sostenibilità, infrastrutture, riduzione dei divari territoriali sono alcuni titoli del piano e, per farla semplice, a caval donato non si guarda in bocca: quale effetto reale avranno però sulle fasce marginali delle città, e quante risorse libereranno per le politiche sociali di assistenza agli ultimi? Non vediamo capitoli di spesa rivolti al diritto alla casa, a un reddito cittadino per chi è nullatenente, o di sostegno alla formazione e istruzione per chi non ha gli strumenti per competere sul mercato del lavoro.

Campagna ATTAC ITALIA
Sarebbe inoltre interessante sapere quanto di questa pioggia di soldi, tornando a Torino, verrà indirettamente eroso dal pagamento dei diversi mutui accesi dalla Città: ciò rende ancora più evidente qual è il circolo vizioso in cui siamo inseriti e quale l’unico modo per garantire ai governanti locali, chiunque venga democraticamente scelto, di mettere in pratica il proprio modello di sviluppo economico e sociale.

Ci vogliono un taglio e una rinegoziazione reale, un po’ come il CANCELLA IL DEBITO rivolto ai Paesi poveri a inizio millennio, che contrastino “le politiche di austerità imposte dalla teologia della stabilità finanziaria e della trappola del debito” (sempre M.Bersani). Un approccio ben diverso da quanto fatto dalle ultime tre Amministrazioni, che hanno rinegoziato mutui ad alti tassi fuori mercato, più bassi di pochi decimali rispetto ai precedenti, prolungando la durata dei mutui al massimo possibile, rinviando agli ultimi anni la restituzione delle quote capitale, ottenendo un risparmio breve e apparente per tamponare la spesa corrente e un aumento del debito a lunga scadenza.

Rompere le catene del debito è l’unica azione politica che renderebbe davvero libere le nostre città, una azione collettiva che potrebbe anch’essa avere un respiro europeo: un new normal che ci permetterebbe di dire che abbiamo usato gli insegnamenti ricevuti dalla pandemia per uscirne veramente migliori. 



NOTA FINALE: Si ringraziano col cuore e con infinita stima intellettuale gli autori e le testate che abbiamo ampiamente utilizzato per redigere questo approfondimento. 

Sembra proprio il caso di dire “Vi siamo debitori”.



martedì 19 ottobre 2021

IL SISTEMA LO RUSSO NON ESISTE: BENTORNATO CARO VECCHIO CENTRO-SINISTRA

Al ballottaggio per l’elezione a Sindaco hanno votato 290.632, ovvero il 42,14% dei cittadini aventi diritto: un dato che fa spavento, solo parzialmente attenuato dal “mal comune” a tutte le città italiane andate ai seggi in questo weekend di ballottaggi. Una condizione comune tra Torino e gli altri capoluoghi in numerosi tratti: in primis, un astensionismo che ha favorito i candidati del centro-sinistra, più forti nelle zone centrali o semi-periferiche delle città che hanno visto comunque una percentuale di votanti superiore al 50%. Da contraltare vi sono state le periferie che sono rimaste a casa, potenziali terra di conquista delle destre pronte a raccogliere la delusione nei confronti dell’Amministrazione Appendino e della sua strategia "suicida", che ha portato la Giunta pentastellata a tradire più e più volte le grandi storie d'amore tessute in campagna elettorale.

E invece la delusione si è trasformata in disillusione nei confronti della politica tout court, con percentuali vicino al 35% di votanti in Barriera Milano, Vallette e Falchera: l’analisi più sbrigativa (e rassicurante), ma sbagliata, che si potrebbe fare è quella di considerarlo un rifiuto di due candidati troppo simili come Damilano e Lo Russo. Basti pensare che al primo turno i rappresentanti antisistema hanno preso pochissimo.

La realtà è che la crisi e l’allontanamento da una politica che non risolve i problemi delle periferie è molto più strutturale e profonda: sono questioni talmente lontane dal focus mediatico mainstream che ormai non vengono quasi più citate dai candidati Sindaco nei dibattiti elettorali. 

La povertà endemica, i trasporti pubblici che non arrivano in alcuni punti della città, lo sfalcio dell’erba nei parchetti pubblici di Barca-Bertolla o l’assenza di servizi a Lucento non sono trend topic di un dibattito in cui si preferisce magnificare le Finali ATP, il decoro del centro cittadino e l’attrazione di eventi e investimenti produttivi che sembrano ormai solo pia illusione per abitanti delle periferie che in qualsiasi intervista o reportage dai fronti più lontani rispondono semplicemente “LAVORO!”. 

E così il PD torinese può trionfare e magnificare la lunga marcia elettorale che ha visto il centro-sinistra recuperare lo svantaggio previsto in tutti i principali sondaggi: sembra in realtà che sia stato Damilano a perdere voti per strada, arrivando al secondo turno con circa diecimila voti in meno rispetto al primo. Il confronto con il ballottaggio 2016 è impietoso: Lo Russo vincente nel 2021 ha a malapena 117 voti in più del Fassino sonoramente sconfitto da Appendino cinque anni prima. Sono 169.000 voti che sembrano essere lo zoccolo duro inscalfibile del centro-sinistra, lontano parente dei 255.242 voti per Fassino dieci anni fa: certo, nella politica attuale dieci anni sono un’era geologica, ma resta agli atti che sono evaporati il 30% dei voti collocati vagamente nell’area di sinistra cittadina.

Fatte le doverose premesse sull’astensionismo, la democrazia rappresentativa ci regala ora un nuovo vecchio governo del centro-sinistra, con il neo-Sindaco Lo Russo che dichiara di voler ristabilire il Sistema Torino: perché, con la Giunta Appendino era stato per caso scalzato dalle macchine del potere? 

Dopo l’improvvisazione al potere e le figure maldestre di cinque anni pentastellati, torneremo alla cara vecchia normalità di un Sistema Torino fieramente rappresentato dalla sua parte politica, e una comunicazione mainstream pronta a elogiare la competenza e la raffinatezza di una classe rappresentativa pronta ad amministrare l’esistente senza smuovere i meccanismi di potere consolidati. La cara vecchia Compagnia di San Paolo continuerà a gestire il welfare della città (sia come finanziamenti che come direzione dell’Assessorato), la cultura e il turismo saranno le parole chiave del rilancio cittadino (da quanti anni ormai?), il cappio del debito pubblico cittadino rimarrà lì, intoccabile, a ricordare chi tiene le redini economiche-finanziare di Torino.

La Giunta Lo Russo non brillerà certo per originalità: avrà la specificità tutta torinese di un paio di Assessorati in quota REAR, al fianco dei quali vi sarà una rappresentanza per ogni corrente interna del PD, e qualche incarico (marginale?) per i panda della sinistra progressista cittadina. 

Ci auguriamo di sbagliarci, ma per ora non c’è nulla di nuovo sul fronte occidentale.

lunedì 11 ottobre 2021

L'ASTENSIONISMO E LA VITTORIA A META DI LO RUSSO


Il risultato più clamoroso di queste elezioni è chiaramente l’astensionismo, che diventa primo Partito con il 52% e trionfa senza bisogno del ballottaggio: “Signor Astensionismo, se pensa di essere così bravo perché non si candida lei a Sindaco?”

Aldilà delle facili battute, la gravità di un dato simile è sotto gli occhi di tutti: disaffezione verso la politica (a “La Stampa” non si capacitano delle periferie che non hanno la stessa passione che provano le aree ricche del centro), delusione verso la Giunta pentastellata, lontananza dalle tematiche trattate. Sicuramente vi è una composizione di fattori complementari tra loro, ma una questione è palese: la gente, il famoso popolo di cui tutti si riempiono la bocca (dai candidati ai commentatori) è ormai così distante che non sappiamo né intercettarlo né comprenderlo.

Questa incapacità di lettura dei punti più distanti trova paradossalmente facile sponda nell’opposta e ugualmente fallace esaltazione di candidature “più vicine” al centro e ai media mainstream che analizzano le campagne elettorali: la pompa magna riservata alla madamina candidata, alla “regina dei comitati” Seymandi passata dal M5S a Damilano, ai civici del centro-sinistra con paginone di interviste sui giornali sono finite nel bluff dello scarso numero di preferenze ricevute dai “candidati pop”.

Le famose previsioni della vigilia davano Damilano trionfante nelle periferie (per la gioia della sinistra anti-PD) e Lo Russo a rappresentare con ancora maggior forza il partito della ZTL: anche questa si è rivelata una semplificazione, in parte fuorviante e in parte errata.

Sono le famose periferie che Chiara Appendino nel 2016 ricordava nei suoi cartelli elettorali: a furia di “hashtag-Torino-Riparte grazie alle ATP Finals e agli investimenti di Ryanair” anche i pentastellati hanno abbandonato i quartieri più lontani. Atteggiamento ricambiato da parte degli elettori, che hanno dato un giudizio negativo netto sull’ operato di questi cinque anni (l’unico Assessore candidato è finito mestamente indietro). Inutile commentare le parole della ormai ex Sindaca che cerca di far passare il flop clamoroso del suo (ex) partito come un numero indipendente dal giudizio sul suo operato, come se la sua Amministrazione fosse da valutare positivamente a prescindere (in questo Appendino ricalca perfettamente il Fassino del 2016).

Rispettate invece le previsioni per quel che riguarda Torino Nord: le Circoscrizioni 5 e 6 (Vallette e Barriera Milano in sostanza) per la prima volta hanno una presidenza di destra-destra (Lega e FdI). Saranno i neo-fasci a doversi occupare dei temi dell’integrazione, dei servizi sociali e dell’attenzione al cittadino dopo che la famosa “agopuntura urbana” appendiniana ha clamorosamente fallito.

Andando invece alla disputa tra Lo Russo e Damilano, la lettura delle mappe elettorali divise per le 92 zone statistiche di Torino mostrano alcuni dati interessanti: il voto di oggi è quella che ha una maggiore compenetrazione di colore tra i due schieramenti nelle diverse zone di Torino, mentre quelle riferite alle elezioni del 2016, 2018 e 2019 sono molto più separate nettamente (di qua i rossi, di là i neri).

L’operazione-Damilano ha permesso alla destra di vincere alcune sotto-zone del centro città (vedi il fortino-Piazza San Carlo) ma nello stesso tempo ha attutito il vantaggio neroverde in periferia, dove Lo Russo ha tenuto botta, perdendo nettamente solo nella Torino Nord già citata. Anzi, il candidato del PD ha vinto in quasi tutta Torino Sud e conquistano Falchera (unico punto rosso in un mare blu).

Dove ha trionfato il candidato della sinistra liberale? Beh ovvio, nelle zone gentry della città! San Salvario, Vanchiglia, Madonna del Pilone e Corso Casale sono state un autentico trionfo per la sua coalizione: insomma, Lo Russo sembra essere il perfetto rappresentante delle classi medio-alte della città.

Ma a sinistra se Atene piange, Sparta (la sinistra-sinistra) non ride. Aldilà del misero 2,5% finale (di cui ovviamente ci dispiacciamo), la distribuzione del voto di D’Orsi è la stessa del PD: nelle zone succitate, Angelo d'Orsi arriva al 4-5 %, con la curiosità di Piazza Madama Cristina dove D'Orsi supera addirittura Valentina Sganga.

Insomma, se è vero che gli elettori hanno scelto nuovamente il Sistema Torino, è altrettanto tristemente vero che la struttura di classe del voto alle diverse sinistre è la medesima: viene scelta dalla classe istruita, mediamente borghese e variamente attratta dal modello “Torino Capitale della Cultura” (parola chiave citata oggi da D’Orsi stesso), quel modello di città che si dimentica delle periferie.

Oggi, per la legge del contrappasso, sono state le periferie invece a dimenticarsi della città.

sabato 28 agosto 2021

IN SOLIDARIETÀ A TOMASO MONTANARI



Tra i pregi di Tomaso Montanari ci sono l'argomentazione profonda delle questioni e la chiarezza dell'esposizione, lontane anni luce dal politichese. E sono proprio queste doti a fare imbizzarrire chi per ipocrisia, convenienza, conformismo, coda di paglia o per malafede difende tesi precostituite o preconfezionate. 

Ora, sta subendo un becero attacco indistinto - da Gennaro sigh Migliore al Primato nazionale, passando per Salvini e Meloni con l'appoggio di parte dei media sigh liberali - per un suo intervento contro l'escalation revisionista di matrice neofascista. A fare andare su tutte le furie è il suo attacco all'uso pubblico politico delle foibe, che non nega affatto. Qualcosa, tra l'altro, già accertata dalla storiografia contemporanea. 

Non se lo merita. Non si merita di finire nel calderone con Durigon, come ce lo mette Polito sul Corriere, non si merita l'appellativo di negazionista rifilatogli dal Tg2. Non si merita tutto ciò. 

Vogliono la sua testa da rettore, carica che non ha nemmeno ancora intrapreso all'Università per stranieri di Siena. Questo è "lo scandalo di un rettore antifascista" come il manifesto ha titolato il preciso commento di Francesco Pallante. 

Esprimiamo totale solidarietà e vicinanza a Tomaso, che per noi resta un fondamentale punto di riferimento.

mercoledì 24 marzo 2021

CINQUE STELLE MENO ELLE + PD MENO ELLE: quando si parlerà di temi e non di candidati immagine?


Il movimento 5 ST (cinque sistemi torino) alla riscossa! 


“Ticket Lo Russo-Salizzoni con Marchisio dietro le punte”

“Recuperiamo Saracco, lo scambiamo con Napoli per Fico e ci giochiamo Roma all’ultima giornata”

“Ho un’idea: candidiamo Berruto. È un grande coach, QUINDI saprà fare anche il Sindaco no?”


La lettura dei media mainstream locali in questo periodo sembra la caccia al prossimo conduttore di Sanremo più che la cronaca di cosa succede in città: facciamo anche fatica a biasimarli dato che, con la complicità del (sacrosanto) rinvio delle urne locali, il Consiglio Comunale esprime un grande nulla, e poche sembrano essere anche gli atti derivanti dalla Giunta. L’ Amministrazione Chiara Appendino si ritrova a gestire un prolungamento che non si aspettava e che non sa come riempire, per cui si anticipa la campagna elettorale e si parla solo di quello.

Peccato che non vi sia nulla di più avvilente della carrellata di nomi e di dichiarazione sempre uguali tra favorevoli e contrari alla Santa Alleanza PD-M5S-LEU che dovrebbe conquistare la carica di Sindaco nel 2021. Lunghe dichiarazioni di intenti e di princìpi dietro le quali manca la ciccia dei temi elettorali che vorrebbero proporre a noi cittadini. Per cui ci siamo chiesti: ma quanto sono davvero vicini o distanti i rappresentanti delle Giunte AppenFassino?
Stando ai quattro anni monocolore grillino, i punti di contatto sembrano essere molto più numerosi rispetto alle finte schermaglie ideologiche. Tutte le pagine più tristi di questa Giunta hanno ricevuto un appoggio più o meno nascosto da parte del gruppo consiliare PD:

- Politiche pro-decoro (dalle telecamere piazzate ovunque al centro città trasformata in-fortino/vetrina della città turistica)
- Sgomberi campi rom ed ex-MOI: qual è stata l’opposizione reale del PD sul campo della solidarietà e dei diritti sociali per tutti? Unica voce degli oppressi (insieme alle fuoriuscite dal Movimento) è stata quella di Eleonora Artesio, sempre pronta a criticare e porre le giuste domande in Consiglio Comunale.
- Gentrificazione di Porta Palazzo con Mercato Centrale, Combo e tutti i cosiddetti “interventi di riqualificazione” che Fassino lanciò e Appendino ha messo in pratica.
- Progetto Cavallerizza accolto con entusiasmo per la somiglianza con il Progetto Passoni di parecchi anni fa
- Distanza centro-periferie: forse è meglio stendere un pietoso velo su questo (drammatico) tema politico

L’unica operazione che sembra essere in reale contro-tendenza è il maquillage green dell’attuale Giunta, che ha provato a spingere sulla mobilità sostenibile e sulla costruzione di sempre nuovi piste ciclabili: restano però agli atti due fatti imprescindibili. Torino resta in cima alle classifiche d’Europa sull’inquinamento, e il progetto di modifiche radicali della ZTL è stata messa nel cassetto, come auspicato dallo stesso PD e dai suoi elettori medio-borghesi del centro cittadino.

Di Urbanistica e nuovi supermercati forse è meglio non parlare: aldilà delle schermaglie sui metri quadrati fatti costruire da uno e l’altra Sindaco, probabilmente ora entrambi gli schieramenti ammetteranno la necessità degli oneri di urbanizzazione per riempire le casse finanziare svuotate dalla pandemia.

La convergenza sembra essere forte anche sulle parole-chiave da utilizzare: Capitale turistico-culturale, Industria 4.0, Torino città dell'innovazione, un green buttato qua e là e anche questo pezzo ce lo portiamo a casa.

Insomma, sembrerebbe che basti non parlare di TAV (che non è di competenza comunale) e il giochino è fatto.

E la sinistra di LEU? Quale sarà il loro compito, oltre quello di non farsi stritolare tra i due vasi giallo-rosa? Auspichiamo un loro convinto proseguo del lavoro fatto in 5 anni dalla Consigliera Eleonora Artesio, ma potrà bastare? Quale sarà la reale incidenza della sinistra di lotta e di Governo nel caso in cui conquistassero la città?


Abbiamo (volutamente) lasciato da parte i temi dirimenti per la politica torinese del prossimo quinquennio, quelli su cui le destre stanno conquistando terreno: un welfare cittadino in grado di sostenere un impoverimento che a Torino non nasce col COVID, ma che è stato amplificato dal virus.
Verrà prestata la giusta attenzione al nodo del trasporto pubblico, insufficiente a permettere lo svolgersi “in emergenza” delle lezioni scolastiche ed inadeguato a sostenere i flussi distanziati dell’epoca pandemica? Verranno attuate politiche di pressione verso la giunta regionale per migliorare la risposta cittadina del sistema sanitario, in palese difficoltà a gestire la mole di lavoro degli ultimi mesi?
Una politica di contrasto agli sfratti senza la quale rischiamo di vedere sempre più senza fissa dimora nei portici del centro (E sappiamo quanto questo non piaccia né ad Appendino né alle Giunte PD di altre città d’Italia).

Recente è stata la disputa in Consiglio Comunale a proposito dell’accorpamento delle sedi scolastiche alle Vallette (https://www.facebook.com/deborah.montalbano/posts/3875007345924940), in un capolavoro politico che in un colpo solo ha contraddetto le promesse di partecipazione, interesse verso i più deboli e primazia delle periferie.

Avremo delle risposte politiche su questi temi? Oppure non vi sono risposte, se non quella che ci ripetono da venti anni, quel “E allora volete far vincere i fascisti?” (come diceva l’Ingegnere protagonista del nostro primo spettacolo teatrale) che ora sembra aver contagiato anche parte del M5S.

A sinistra del Tripartito però non si odono voci dirompenti, se non quella che ha conquistato le prime pagine dei quotidiani locali nell’ultimo weekend: il candidato Ugo Mattei, usurpatore del ricordo di Rodotà per crearsi una propria fondazione che facesse da chiavistello in Cavallerizza, già animatore di deliranti video su Byoblu (dai colibrì-spia alla dorsale oceanica che nasconde tutti i nostri dati privati ma noncelodicono!!), ha deciso di scendere in piazza coi negazionisti No Mask/No Vax/SI Duce (la convocazione arriva da un ex Fratelli d’Italia) in una plastica rappresentazione del rossobrunismo non a caso benedetta da Fusaro.

Nel mezzo vi sono tutte quelle sigle, da Potere al Popolo - Torino a demA Torino passando per Rifunda, che stanno (forse) dialogando per creare un unico cartello elettorale che abbia qualche speranza di andare oltre il 3% di rappresentanza tipico della sinistra che non scende a compromessi con nessuno (e qua l’ironia è rivolta tanto ai rappresentanti quando ai rappresentati).

Cosa ci aspettiamo da una sinistra, di cui facciamo parte, che si candida nell’ anno domini 2021, dopo mesi strazianti di pandemia, alle Comunali di Torino? Nulla di più e nulla di diverso dai princìpi sempre espressi: una ridiscussione (vedi rinegoziazione e cancellazione) del debito della città che stringe come un cappio qualsiasi azione politica che si discosti dalla gestione dell’ordinario. Un debito in parte nelle mani (insieme al finanziamento del Welfare e dell’attività culturale torinese) di quella stessa banca che sposterà, (con la complicità del supposto benicomunista Mattei, ironia della Storia) la sede della propria Fondazione all’interno del patrimonio UNESCO Cavallerizza, da dove continuerà a manovrare il percorso di sviluppo cittadino.

Per questi motivi, una sinistra che non abbia il coraggio di affermare “se non ora quando?” di fronte all’opportunità di ridiscutere il Patto di Stabilità interno degli enti pubblici e il vincolo del debito olimpico è una sinistra che tradisce la propria ragion d’essere di messa in discussione dello status quo. Ed è paradossalmente proprio questo a unire il fronte progressista col M5S: la consapevolezza, dopo cinque anni di Appendino, di non avere alcuna possibilità di incidere realmente sulla vita dei torinesi, se non sulla propria, partecipando alla spartizione del (reale?) potere politico, mentre altrove vengono decisi i destini della Torino del futuro.