martedì 8 novembre 2022

IL TONFO DELLA QUALITÀ DELLA VITA A TORINO: si vive male, per colpa di ambiente (malsano) e lavoro (che non c’è)

ItaliaOggi in collaborazione con l’Università La Sapienza ha elaborato l’annuale classifica statistica delle Province italiane, ordinate in base alla qualità della vita espressa come una sintesi delle diverse sezioni economiche, sociali, sanitarie e culturali. 

Torino, rispetto al 2021, crolla dal 19° al 54° posto, per la gioia dei pentastellati che potranno attribuire a Lo Russo tutte le responsabilità del caso. I driver del sottosviluppo cittadino sono principalmente due: viviamo in una città storicamente inquinatissima, che nonostante le discussioni su ZTL, norme metropolitane sul “semaforo ambientale” e mobilità sostenibile, non riesce a
invertire la rotta. A proposito di storicità, sembrerebbe che la new vision turistico-terziaria non stia dando i suoi frutti, e restiamo ancora aggrappati a una speranza economico-industriale che re-impieghi la stessa manodopera della fu FIAT-FCA, che ora viaggia disperatamente tra il precariato e la disoccupazione.

Una sintesi "tendenziosa" della ricerca







Entriamo ora nel dettaglio delle sezioni della ricerca, delle quali indichiamo la posizione di Torino su 107 Province italiane, e tra parentesi il dato dell'anno scorso.
Buon divertimento (si fa per dire)

REDDITO E RICCHEZZA: 11° POSTO (2021 9°)

Da buoni marxisti, cominciamo la nostra analisi dalla sezione riguardante il capitale, o vil denaro che dir si voglia. Torino si conferma nelle prime posizioni insieme a tutto il Centro-Nord Italia: una conferma che, come vedremo, è tutt’altro che scontata. Abbiamo un alto reddito disponibile pro capite, e da notare l’elevata retribuzione media annua per il lavoro dipendente (23.000 euro circa). 

L’elevata disponibilità di redditi e di patrimoni potrebbero essere la spiegazione di un costo altissimo di un appartamento in zona semicentrale (siamo tra le undici città più care d’Italia), compensata da una contenutissima variazione dei prezzi al consumo. Curioso notare invece che nelle sottodimensioni negative sparisce il sole e torna il grigiotorino: è relativamente alto il numero di famiglie in sofferenza bancaria dei prestiti, così come elevato è il numero di pensionati con basso importo. 

Potrebbero essere una rivelazione della teoria del pollo, per cui la media (estremizzando e banalizzando) tra Agnelli e i suoi dipendenti genera un buon reddito pro capite. Vedremo infatti già nella prossima sezione come la fascia media dei torinesi se la stia passando tutt’altro che in maniera agiata.

AFFARI E LAVORO: 50° (2021 41°)

Torino entra per il rotto della cuffia nel gruppo “accettabile”, peggiorando oltretutto il punteggio rispetto a un anno fa e restando di poco aggrappato ai vicini del Centro Nord che hanno indicatori decisamente migliori dei nostri. 

Torino retrocede al 54° posto per l’indicatore lavoro in correlazione positiva con la qualità della Vita: aldilà delle dodici posizioni perse in 12 mesi, se abbiniamo questo dato a quello altrettanto preoccupante della disoccupazione sia maschile che femminile, si accende un campanello d’allarme al quale tutta la comunità dei decisori pubblici, insieme agli organi di stampa, dovrebbe rivolgere particolare attenzione. Siamo in zona retrocessione sia nel micro che nel macro-economico: cresce terribilmente l’importo medio dei protesti (la mancata accettazione di una cambiale tratta o il mancato pagamento di una cambiale) e crescono di pari passo le imprese cessate sul nostro territorio. 

Se si potesse riassumere il tutto in un grafico andamentale relativo agli ultimi cinque anni, vedremmo una retta che scende in picchiata verso il basso.

AMBIENTE: 69° (2021 10°)

Eccolo qui il colpevole! Abbiamo trovato la sezione che ha causato il tonfo di Torino nella classifica generale: a dirla tutta, sembra più un effetto della variazione degli indicatori utilizzati che, per seguire la diatriba politica, il fr
utto di un cambio di Amministrazione cittadina. L’unico indicatore in cui crolliamo è quello relativo alla “Densità verde urbano nei capoluoghi” (38° rispetto a 11° nel 2021). Tornando al concreto, siamo penultimi se si collegano i dati ambientali alla qualità della vita: PE-NUL-TI-MI!

Facciamo letteralmente pena in tutti gli sforamenti del limite orario per biossido di azoto, e per PM 10, e per PM2,5 e il numero di veicoli circolanti per Km quadrato, sebbene vi sia una piccola speranza, questa sì ereditata dall’Amministrazione pentastellata: siamo quinti per densità di piste ciclabili, che rischiano però di essere un gradevole green washing in un contesto grigio-nero.

A proposito della distanza che spesso si ravvede tra i freddi numeri e la vulgata generale, Torino è al quinto posto per “offerta di trasporto pubblico nei capoluoghi”: bisognerebbe consultare gli esperti, ma se l’offerta GTT è buona, forse (ma forse eh!) è da ricercare nel numero di automobili in città la causa di inquinamento e traffico da record europei. 

Diciamo che l’insieme di questi dati potrebbe essere utile più come elemento per indirizzare le scelte politiche future che per un match Lo Russo – Appendino (che come sa chi ci legge per noi sono stati nella sostanza un continuum amministrativo).

REATI E SICUREZZA: 100° Stabile

Siamo agli ultimissimi posti per ogni voce statistica, che non prende in esame (fortunatamente oseremmo dire) la “percezione di sicurezza” che certa sociologia politica vorrebbe elevare a scienza, ma il numero di reati per 100 mila abitanti suddivisi per tipologia: particolarmente grave sembra la situazione della microcriminalità, con il 103° posto in scippi/borseggi e reati legati al traffico di stupefacenti.

A quanto pare, un problema sicurezza in città c’è, e sappiamo anche quanto la destra neroverde vi stia marciando traendone profitto elettorale.

SICUREZZA SOCIALE: 56° (2021 52°)

Per quanto la posizione di Torino resti pressoché invariata, incuriosisce verificare come l’inserimento dei nuovi indicatori relativi alla pandemia e un nuovo indicatore sui NEET abbia influito sulla valutazione generale. Premettendo che il dato di sintesi mette insieme aspetti tra loro eterogenei (e che vengono “gestiti” da attori politici diversi) ne viene comunque fuori un mix inquietante: un’elevata incidenza delle morti per tumore, un’alta variazione della mortalità tra gli Under65 a causa del COVID e, per entrare in un ambito su cui la politica metropolitana può intervenire, un elevato numero di morti per incidenti stradali. 

Passando dalla morte alla vita quotidiana, siamo intorno al cinquantesimo posto per numero di giovani che non lavorano e non studiano, che unito al basso tasso di occupazione tra gli adulti rende l’idea dello stato economico della nostra Provincia.

ISTRUZIONE E FORMAZIONE: 31° (2021 24°)

L’obiettivo di questa sezione di ricerca è quella di valutare la dotazione di capitale umano come prerequisito per una maggiore produttività e una maggiore specializzazione dei lavoratori in ambito di specializzazione settoriale. Insomma, una generazione maggiormente istruita per avere una società più ricca nel futuro prossimo: lascia l’amaro in bocca rilevare una Torino che viaggia intorno al 30-40esimo posto nel campo della formazione primaria e secondaria, ancora una volta ben lontano dal suo cluster di appartenenza, che sia quello delle Città Metropolitane in generale, o quello geografico del Centro-Nord.

POPOLAZIONE: 55° (nuova sezione)

L’inserimento di nuovi indicatori ha scoraggiato i ricercatori dal fare confronti annui: prendiamo quindi semplicemente atto che, come già visto in ricerche passate legate al livello di inquinamento cittadino, la speranza di vita in città è molto bassa rispetto al resto del territorio nazionale. Non solo rischiamo di morire prima, ma anche di diventare anziani poveri, con un alto grado di dipendenza dall’assistenza sociale: dati così desolanti che, per fare del populismo etnico, neanche gli stranieri vogliono più fermarsi a vivere a Torino (43° per numero di immigrati ogni 1000 residenti).

SISTEMA SALUTE: 45° (2021 49°)

Interessante notare come questa classifica veda ai primi 20 posti Province eterogenee come distribuzione geografica: Isernia Ancona Cagliari e Catanzaro ai primi posti e addirittura 11 tra le prime 20 sono città meridionali. Tale dato sembra confermare quanto le scelte di politica locale influenzino la qualità del servizio sanitario: l’unica costante è la presenza di un centro urbano medio-grande all’interno delle Province classificate nei primi 50 posti. Il fatto che all’interno di questo sotto-perimetro Torino sia al 45° posto ci spiega ancora una volta perché la qualità della vita sia così bassa, in prevalenza nella fascia di popolazione che non può permettersi di sostituire il servizio sanitario pubblico con uno a pagamento. Le sottosezioni sono impietose nel delineare la sottodimensione dei nostri ospedali in qualsiasi settore di specializzazione. Ricordiamo ancora quella famosa statistica per cui la speranza di vita, correlata alla prevenzione e all’assistenza sanitaria della sezione precedente, calava di circa sei mesi per ogni fermata del tram che parte dalla collina e termina la sua corsa alle Vallette, tanto per calare la statistica direttamente su Torino città.

TEMPO LIBERO: 62° (nuova sezione)

Oh finalmente la sezione dei frizzi e lazzi turistici, quella delle nostre eccellenze food,art & culture che ci faranno trionfare in questa speciale classifica: peccato, Torino è invece al sessantaduesimo posto. Sì sì avete letto bene, ma a quanto pare questi ricercatori non hanno tenuto conto delle ATP FINALS, delle settimane dell’arte contemporanea e dei weekend dedicati al cioccolato, altrimenti questa posizione da retrocessione è inspiegabile! Torino rientra nel gruppo di Province con dotazione insufficiente di strutture (87° posto) e spesa contenuta per il tempo libero, ancora una volta in un cluster in cui prevale la compagnia centro-meridionale. Abbiamo poche strutture, anche sportive, dedicate al tempo libero, e siamo 86° per numero di bar e caffetterie per abitante (altro che Foodification!). Andiamo un po’ meglio per numero di associazione ricreative, artistiche e culturali e per numero di librerie ma dalla città Capitale della Cultura ci si aspettava qualcosa di più di un quarantesimo posto medio.

giovedì 5 maggio 2022

EUROVISION, COME PARARSI IL CULO E LA COSCIENZA È UN VERO SBALLO (VOLONTARIATO, PROFITTO E SFRUTTAMENTO DEL VERDE PUBBLICO)

“Donne accorrete! È arrivato l’Eurovision!”

C’è il clima delle grandi occasioni a Torino per l’arrivo dell'Eurovision Song Contest, festival canoro televisivo rilanciato in Italia dalla vittoria dei Maneskin nell’ultima edizione. Il giubilo sui quotidiani mainstream è secondo solo a quello dell’intera classe politica sabauda, che fa a gara per intestarsi i meriti dell’arrivo del grande evento che avrà le solite ricadute in fantastilioni sulla città tutta.

Ma sarà davvero così? 

I COSTI E LE RICADUTE

“A ben guardare, questa somiglia tanto alla classica occasione da non lasciarsi sfuggire” è il sobrio incipit di un articolo de La Stampa, sovrastato da un gigantesco 100 MILIONI (di ricadute) in rosso acceso, giusto per rendere subito chiaro qual è il livello di approfondimento e di distacco che La Busiarda vuole mettere in pratica. 

L’investimento della Città si aggira invece intorno ai 10 milioni (sebbene sia facile immaginare un aumento dei costi ex post), andando a gravare su un bilancio che è esso sì in rosso acceso, tanto che Torino è inserita, insieme a Napoli, in un severo piano di rientro che prevede aumenti delle aliquote IRPEF e possibili tagli alle spese pubbliche nel futuro prossimo.
A un certo punto vi è stato anche un problema di reperimento degli sponsor a 50 giorni dell’evento ma poi qualcuno in soccorso è arrivato e la polemica si è chetata.

Ma il vero fulcro del contendere sta nella ricchezza che l’investimento pubblico genererà: 100 milioni che i turisti e gli addetti ai lavori spenderanno in “alberghi e ristoranti pieni, alla faccia della crisi!” (Cit. Berlusconi in questo video d'antan). E, dato che gli alberghi non basteranno, ci penserà la ricettività privata a colmare il gap, con Airbnb e dintorni che registrano un'impennata delle richieste in città, con relativo aumento iperbolico dei prezzi di una camera per la settimana dell’Eurovision.  

Tralasciando il fatto che la valutazione di quanti soldi “lascia” in città un grande evento appare spesso fumosa, oltre che affidata ad agenzie spesso limitrofe al comitato organizzatore stesso, è più proficuo “seguire il denaro” e capire in quali tasche andrà a finire. Le grandi catene alberghiere e i multiproprietari immobiliari sono i principali indiziati di arricchimento rapido e indolore, grazie anche al già citato potere di gonfiare a dismisura i costi di pernottamento nei giorni più caldi.

Chi non avesse una seconda casa (o stanza) da affittare, si dovrà accontentare di fare il cameriere per un mese, pulire le stanze degli alberghi a intermittenza o, per i più smart, fare check in - check out per Airbnb, andando alla ricerca degli “sgocciolamenti di ricchezza” verso i poveri della città, tanto per citare la trickle-down economics nata in seno alla destra americana e ora diventata mainstream nella supposta sinistra torinese e nazionale.
Le cronache locali non ci hanno fatto mancare in queste settimane l “articolo denuncia” sulle camere d’albergo a prezzo triplicato: saremmo curiosi di sapere se anche i lavoratori riceveranno un surplus di salario per redistribuire la pioggia di denaro che investirà Torino.

Inutile illudersi a riguardo, visto che non mancano di certo gli studi a dimostrare la precarietà e la scarsa redditività dell’impiego turistico: secondo i dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro, più del 55% del totale dei lavoratori a chiamata presta attività nella filiera del turismo e della cultura. In questi comparti, solo il 59% dei lavoratori viene assunto a tempo indeterminato (contro l’82% del totale dell'economia). A tutto ciò si aggiungono le basse retribuzioni, l’orario di lavoro ridotto (il 54% di part time contro il 29% del totale) e la dequalificazione professionale (82% di qualifiche “operaie” contro il 53% del totale). Nella nostra Regione, in riferimento all’agglomerato commercio-turismo (di fatto ristoranti e alberghi soprattutto) due contratti su dieci sono a tempo determinato, sette sono precari: aggiungiamo che il 46,7% degli Under29 piemontesi lavora con contratti precari.

Come se non bastasse, ci pensa la prima pagina di Corriere Torino del 4 maggio a calcare la mano:

NON SI TROVANO CAMERIERI NÉ OPERAI

Il contenuto dell’articolo stesso rende evidente, attraverso i dati, quanto precariato e indeterminatezza venga messa sul mercato del lavoro, ma il maiuscolo al suo interno non lascia scampo a fraintendimenti: "È il mese degli eventi, in Piemonte manca personale: camerieri e operai".

Il corto-circuito comunicativo risiede nel frame reiterato: il non-detto, il messaggio sottostante che solletica la maggior parte dei lettori del Corriere è che i giovani choosy non hanno voglia di fare sacrifici. Basta pensare all’ improvvida dichiarazione di chef Borghese di pochi giorni fa sui giovani cuochi che non devono essere per forza pagati.

Eppure, una soluzione molto semplice ci sarebbe, ed è quella che propone l’Esimio Prof. Semi dalle colonne di Repubblica: aumentiamo i salari! 
Se gli industriali pagassero di più i tecnici che vanno cercando, se i ristoratori non spacciassero per giusta retribuzione uno stipendio minimo per 70 ore settimanali, se il Comune intervenisse per calmierare gli affitti, forse avremmo una città più vivibile e più a misura di giovani, come piace dire ai nostri amministratori.
 
La piramide sociale però non è finita, al fondo ci sono i Lumpenproletariat: questo ottimo approfondimento di NapoliMonitor accende la luce, anzi la fiaccola, su una pratica che per Torino è tradizione olimpica: lo sgombero dei più poveri, dei degradati, delle baracche che stonano con la città che si riempie di aggettivi in inglese per non farsi cogliere impreparata all’ arrivo dell’orda di turisti.
Non si possono vedere camper nelle piazze più grandi della città (sebbene ne stiano spuntando come funghi al Parco Ruffini), non si può insozzare il centro-vetrina con la vista di barboni col cane che chiedono l’elemosina: l’ideologia del degrado colpisce ancora, inesorabile.

QUALI RICADUTE PER I VOLONTARI? LE GIACCHETTE!

Eurovision è un evento per molti ma non per tutti, esattamente come successe per il ticketing delle Finali del tennis: la spesa media per un biglietto si aggira sui 200 euro.
E chi non può permetterselo ma non vuole perdersi LA GRANDE OCCASIONE che cosa fa? 

Semplice, il volontario! 

È il consigliere PD Saluzzo, durante una discussione nel Consiglio Comunale di Torino, a suggerire questa opzione ai giovani, arrivando a esaltarne i valori civici, cascando nell’errore di riconoscere “il ruolo strutturale del volontariato all’interno dei grandi eventi cittadini”. Peccato però che, come sottolineato dalla mozione (bocciata dalla maggioranza PD, con Sinistra Ecologista astenuta) dei consiglieri di minoranza Sganga, Russi e Castiglione, i volontari andrebbero “impiegati solo per attività accessorie e di supporto all'evento e non già ad attività strutturali allo stesso”. 
 
Mentre andavamo in stampa (scusate non è vero, ma fa molto smart) è scoppiato il bubbone relativo alla mail inviata a chi fa volontariato al Vip Lounge: il buffet non è per voi, cari Signor Nessuno. 

Per voi ci sono i buoni pasto se “lavorate” (le virgolette sono dovute alla contraddizione del lavoro senza salario) almeno sei ore al giorno. E comunque non pensate di consumare i vostri ticket nei bar riservati ad artisti e operatori: la divisione di classe dev’essere netta e ben visibile.
Per chi lavora senza virgolette non si tratta comunque dell’eldorado, stando alle testimonianze apparse sui social grazie a un post di Valentine Wolf: contratto a tempo determinato per 8 ore al giorno in piedi pagati €5,40 l'ora (compresivi di ferie, TFR e tutte le altre questioni del caso). 

Aldilà degli aspetti specifici e dell’autogoal di mail simili, c’è da chiedersi se non sia svilente l’immagine di una città SO MUCH OF EVERYTHING che non riesce a offrire ai propri giovani null’altro che lavoro gratuito che fa curriculum, corredato da una giacchetta estiva da sfoggiare come prova di esserci stati, di averne preso parte: I WAS THERE!  

Ricordiamo che siamo la Città Metropolitana con il record di disoccupazione giovanile nel Nord Italia,e che “vanta” il tasso di crescita zero per le startup tra gli Under 35: tutto però passa in secondo piano, c’è la pax eurovisionaria e il tema del lavoro è già dimenticato anche tra i “compagni istituzionali” che hanno sfilato in piazza il primo maggio.

Ma non vi preoccupate troppo: Repubblica ci segnala che spacchiamo sui social, e addirittura la cantante montenegrina ha fatto un sacco di foto al Po pubblicandole su Instagram. Non vi rendete proprio conto, cari rosiconi, di quale cazzodifigata sia Eurovision per Torino?

PARCO PUBBLICO, VERDE PRIVATO: L’INVASIONE “OFF” DEL VALENTINO

Il Salone del Gusto 2016 inaugurò una pratica che ormai nessun grande evento (vedi Salone dell’Auto), e nessuna Giunta, vuole lasciarsi sfuggire: trasformare il parco del Valentino, il polmone cittadino per antonomasia, in una location privata invasa dai turisti per assistere al concerto dai maxischermi, vedere live agli eventi collaterali e approfittare dello street food. Perché? Beh, stando alle risposte in Aula dell’Assessore ai Grandi Eventi Carretta, c’era la necessità di individuare una zona centrale per la costruzione del Village: il privato chiede, anzi impone, il pubblico risponde senza battere ciglio. Anzi, senza neanche convocare il “Comitato di gestione del Parco Valentino”, e richiedendo un parere troppo tardivo alla “Consulta comunale per l’ambiente e il verde”: tanto ci ha già detto Eurovision cosa fare, perché perdere tempo con i corpi intermedi?

Seguendo la tradizione, l’occupazione del parco stesso è iniziata con parecchi giorni d’anticipo, e non facciamo fatica a immaginarne altrettanti per lo smontaggio delle strutture stesse: quale regolamento permette la “valorizzazione del parco” (come dicono i suoi sostenitori) per un arco di tempo così ampio rispetto ai giorni dell’evento stesso?

A tal proposito, il “regolamento per le modalità di svolgimento di manifestazioni che comportano occupazione di suolo pubblico” è stato modificato nella seduta consiliare del 4 maggio per potersi adattare alle esigenze stringenti attuali. L’ evolutiva consentirà “il rilascio di autorizzazioni temporanee alla somministrazione di alimenti e bevande”: in realtà saranno vietate le bevande alcoliche sopra i 5 gradi, si potrà bere solo birra per la felicità dello sponsor Peroni.

Il vietato diventa legale con un colpo di spugna tre giorni prima dell’inaugurazione, perché nessun regolamento, nessuna norma ventennale può mettersi di traverso alla Torino pirotecnica del PD locale.

SOMMINISTRIFICATION!” urlerebbe il collettivo dei nostri amici che seguono le vicende del food nel tessuto urbano. Aldilà delle battute, e dell’ennesima prova del centro-sinistra che non vuole porre ostacoli, ma anzi stende il tappeto rosso all’avanzata dell’enogastronomico che si mangia ogni aspetto della vita pubblica cittadina, l’aspetto realmente grave è la mancata tutela di un parco dall’alto valore storico e ambientale: dove è finito il green con il quale si colorano i discorsi di organizzatori e amministratori pubblici? 
Estrapolando dalla lettera che i comitati ambientalisti hanno rivolto al Comune,

Il parco del Valentino è ridotto a una cartolina di Torino, senza valutare l’impatto dell’iniziativa sulle aree verdi e gli impianti arborei, con grande afflusso di folla, prevista soprattutto nelle ore notturne

Chi segue con interesse critico gli effetti nefasti dell’economia turistica sul tessuto metropolitano non si sarà certo stupito: la messa a reddito di qualsiasi spazio pubblico non ha risparmiato neanche il verde cittadino, che anzi diventa una suggestiva location per il consumo privato dei cittadini mordi-e-fuggi.

LA TOURIST-FOODIFICATION DELL’EVENTO: LA CULTURA SI MANGIA!

E dopo Eurovision? Che succederà? Sulla scorta delle ATP FINALS che dureranno 5 anni, si cerca di “dare continuità al Grande Evento”, il nuovo mantra che prova a mascherare il fallimento economico del modello della Torino pirotecnica nata con le Olimpiadi 2006. 
Siamo al limite del grottesco nel leggere le proposte di questi giorni: costruzione di una teleferica che collega il parco pubblico cittadino con la collina torinese, nuove Wine Week, e candidatura a ospitare le Olimpiadi, stavolta estive, del 2036.

L’unica, tra queste boutade, che sembra realistica è quella che sta rimbalzando su La Stampa: l “Assessore ombra alla Cultura” Verri (il protagonista di Matera Capitale della Cultura) gioca di sponda con l’Assessore ai Grandi Eventi Mimmo Carretta per tirare fuori il coniglio dal cilindro al momento giusto. 
Per Torino è giunta l’ora di riavere un Festival musicale, magari un bel Traffic! 

Ehi, ma aspettate un momento: non esisteva già? E perché riproporlo adesso?

L’unica logica sottostante sembra essere ancora, sempre e comunque, quella del grande annuncio che tanta gloria reca all’ideatore, e grandi caratteri cubitali porta sulle cronache locali dei giornali in edicola. 

I latori di tale proposta dimenticano però che di festival musicali a Torino ce ne sono già parecchi, e sono anche “diffusi” come sono soliti dire nella loro neolingua fuffosa.
Rimandiamo a questo post di Alessandro Gambo, storico DJ e non solo torinese per una molto divertente e altrettanto competente critica a riguardo. 


Fa sorridere notare come gli esegeti della cultura torinese, della Torino Capitale di tutto, dimostrino una così scarsa conoscenza del territorio che amministrano, per non parlare della pochezza di quanto propongono.

Davvero vogliono farci credere che Eurovision sia un evento culturale, e non l’equivalente delle mostre blockbuster per i nostri musei? 

Davvero qualcuno ha creduto alle ricadute culturali sulla città urlate ai quattro venti da molti “musicisti VIP” torinesi, come se i nostri quartieri si dovessero trasformare in un tappeto di buskers e concerti dal vivo? Gli appelli del sistema culturale torinese sembrano aver partorito il topolino: il risultato finale è una querelle durata 48 ore con i commercianti del centro che hanno richiesto a gran voce deroghe ai regolamenti per poter fare concertini acchiappa-turisti.

L’ente organizzatore ha redatto invece l’elenco ufficiale degli “Euroclub OFF”, dei luoghi suggeriti per viversi a pieno la cultura e la tradizione della città ospitante.

Sono nomi che certo non risulteranno nuovi a chi segue Foodification, ma non solo: Green Pea di Farinetti, Nuvola Lavazza, Snodo, Eataly (doppietta di Farinetti!), L’Osteria Lanterna per dare un tocco di autenticità regionale, e l’immancabile Mercato Centrale. 

Il mantra economico di un tempo era chiedersi “se con la cultura si mangia”, ragionando in termini di sostenibilità economica degli eventi culturali. 
Oggi possiamo tranquillamente affermare che, anche durante gli eventi cosiddetti culturali, certamente si mangia! 
Spesso, si mangia e basta.

mercoledì 26 gennaio 2022

LE RICADUTE DI EUROVISION: ALBERGHI ALLE STELLE E VOLONTARI CON GIACCA OMAGGIO!

Tutto procede secondo copione nella preparazione dell’atterraggio a Torino dell’ EUROVISION SONG CONTEST a maggio 2022.
Nel giorno della proclamazione della nostra città come prossima Sede avevamo già previsto quali sarebbero state le prossime tappe, e la cronaca locale ci ha dato facilmente ragione. Mentre PD e M5S continuano a contendersi il merito nell’aia politica, i giornali hanno scoperto che il prezzo degli alberghi per quella settimana è schizzato alle stelle. Ohibò, che fior di reportage! Chi l’avrebbe mai detto eh? Il COMBO, l’ostello di lusso nato a Porta Palazzo per attrarre turisti ma senza gentrificare (GIAMMAI!), costerà più di 150 euro a notte nella settimana del festival europeo della musica e come lui tanti altri: chissà i camerieri, operatori delle pulizie, cuochi quanto vedranno schizzare verso l’alto la loro paga settimanale durante quel periodo. Ma soprattutto, come i vari sostenitori bipartisan sostengono, chissà quante e quali ricadute occupazionali ci saranno grazie ai grandi eventi. Per questo ci viene in soccorso la sezione INFORMAGIOVANI del Comune di Torino: vi ricordate, cari boomer, quando ci recavamo nei suoi uffici per trovare lavoro retribuito? Per fortuna il ‘900 è finito, si può andare on-line e compilare il form per diventare... VOLONTARI! Con UNIFORME DI RICONOSCIMENTO come BENEFIT! Purtroppo però “non è prevista l'accomodation dei volontari non residenti in Torino” ma cosa pretendi? Non ti basta accogliere i futuri Maneskin e metterlo nel CV come esperienza formativa? Inoltre, per i 600 volontari che il Comune sta ricercando dovranno essere presenti a un “Incontro di formazione obbligatorio previsto per fine febbraio 2022. Luogo e data verranno comunicati tramite mail. Seguiranno selezioni accurate e assegnazioni secondo criteri e necessità concordati con l'ente organizzatore. Per le varie tipologie di servizio si prevedono formazioni specifiche.” Secondo il modulo da compilare per entrare a far parte del grande sogno, “Partecipare come Volontaria/o ad Eurovision Song Contest significa rendersi disponibile sulla base delle necessità che si presenteranno e contribuire a fornire un'immagine della città e dell'evento positiva e indimenticabile per i partecipanti e gli ospiti.” Siamo rimasti ancora alle Olimpiadi 2006 della Torino Always on the Move: anzi adesso è diventata “SO MUCH OF EVERYTHING”: quindici anni di record di disoccupazione giovanile, di crescita zero di aziende guidate da Under35 e di una generazione che scappa da Torino non ci hanno insegnato nulla. Gli illuminati progressisti sabaudi, siano essi pentastellati o centro-sinistri, non riescono ad andare oltre al grande evento che accende i riflettori, arricchisce i grandi gruppi ricettivi e, secondo i dettami della destra economica, lascia sgocciolare qualche briciola di denaro a chi accorre al loro capezzale. Nel frattempo, la città, semplicemente, muore.

martedì 21 dicembre 2021

LE RICADUTE DI EUROVISION: IL LAVORO VOLONTARIO? UN APPELLO PER UN GIUSTO SALARIO

Ci duole fare la parte di coloro che non sono più buoni neanche a Natale, ma ci siamo imbattuti, nella rassegna stampa mattutina, di fronte alla seguente notizia: secondo quanto riportato all’interno della mail inviata dal direttore del Centro di Produzione di Torino, Guido Rossi, la Rai sarebbe alla ricerca di volontari da utilizzare nella realizzazione dell’Eurovision Song Contest, anche al di fuori delle mansioni definite dalla propria figura di appartenenza. Che cosa significa “ricerca di volontari”, si chiede SLC CGIL Torino e Piemonte (il Sindacato dello Spettacolo): lavoratori ricollocati per mantenere all’interno della RAI l’organizzazione dell’evento, oppure si vuole ripetere il solito schema e cercare lavoro non retribuito, a “sostegno esterno” di grandi service internazionali cui affidare l’appalto con la fetta più grossa di guadagni? Ci spiace constatare come lo schema sui grandi eventi che atterrano in città sia sempre lo stesso: si comincia con il Sindac* (che sia Fassino Appendino o Stefano Lo Russo poco cambia) che conquista Eurovision o simili con la diretta dell’assegnazione ufficiale. Si prosegue con i quotidiani che magnificano i fantastiliardi di ricadute (solitamente calcolate dalle stesse agenzie che siedono tra gli organizzatori dell’evento stesso) e il giubilo della maggioranza politica in carica che si dimostra così migliore di tutti gli altri. Poi tra l’assegnazione e l’evento stesso passano i mesi necessari per l’organizzazione, durante i quali emergono i dettagli e le magagne. Tutti ricordiamo Torino2006 e i nostri concittadini ripagati in giacche a vento: ci ritroveremo la città invasa di giacche primaverili col logo Eurovision? Vorremmo evitare il susseguirsi di scoperte dell’acqua calda trasformate nello “scandalo del giorno” sul mainstream locale: vi anticipiamo che i prossimi saranno il costo delle camere d’ albergo triplicate (anche il portiere dell’hotel avrà salario triplicato in quei giorni?), e l’impossibilità di trovare un Airbnb a meno di cento euro a notte (immaginiamo la pioggia di soldi nelle tasche dei ricchi multi-proprietari immobiliari di Falchera o Vallette). Eugenio Cesaro, leader di Eugenio in Via Di Gioia (autori della “finta sigla” virale di Eurovision2022 a Torino), scrisse un entusiastico articolo a ottobre su La Stampa Torino, di cui vogliamo evidenziare il seguente passaggio: “sarebbe bello che Torino potesse dimostrare di saperlo fare in una modalità sostenibile”. Facciamo nostra quella parte del suo appello, e invitiamo altri artisti torinesi impegnati, come Bandakadabra e Marcello Poletti (AKA Max Casacci), a fare lo stesso ampliandone il senso: chiediamo al Comune di Torino e alla TV pubblica di essere realmente sostenibili per la Città, anche e soprattutto dal punto di vista economico, in primis per i concittadini e i lavoratori coinvolti. Se “grande ricaduta culturale ed economica” dev’essere, che sia equamente distribuita: no al lavoro appaltato all’esterno, no al lavoro volontario. Sfruttiamo questa occasione per dimostrare che è possibile valorizzare le grandi competenze lavorative e culturali presenti sul nostro territorio, retribuendole con una paga equa ed equilibrata. Questa è, o dovrebbe essere, la via maestra per rendere davvero grande un evento musicale internazionale a Torino.

martedì 16 novembre 2021

TORINO HA SEMPRE LO STESSO SINDACO: IL DEBITO PUBBLICO

 Sistema Torino nacque anni fa mettendo nel suo primo simbolo un claim tanto semplice quanto di rottura: “rinegoziare il debito comunale”, esploso con le Olimpiadi invernali 2006 che segnarono un punto di non ritorno per la nostra città. Decretarono la fine della one company town di mamma FIAT e l’inizio del luccicante punto d’approdo turistico che avrebbero reso i piemontesi più simpatici e attrattivi: la capitale sabauda si è trasformata in una location per grandi eventi e manifestazioni sportive e culturali che avrebbero dovuto cambiare il mondo del lavoro e la costruzione del PIL nostrano. Chi segue le vicende cittadine, magari tramite il nostro blog, sa che qualcosa, per usare un eufemismo, è andato storto: vizi e virtù sono rimasti pressoché invariati, con una Torino che naviga nelle acque delle Città Metropolitane del Sud per indicatori economico-sociali e vanta i poco invidiabili primati per numero di sfratti (rispetto a decine di migliaia di alloggi vuoti), per disoccupazione giovanile e, giusto per completare il quadro, di città più inquinata d’Europa (che sembrerebbe centrare poco, a meno che non si pensi all’assenza di risorse da destinare alla mobilità pubblica).

E manca l’ultimo e più importante record torinese: l’abnorme debito comunale (anche qui primeggiamo nelle classifiche europee) che impedisce manovre incisive al Sindaco e alla sua Giunta, qualsiasi sia il suo colore.

Per questo motivo, il portale Volerelaluna.it pubblica un prezioso approfondimento sui numeri del debito (che riassumeremo nelle prossime righe) chiedendosi nell’incipit, a proposito della Giunta Lo Russo appena insediata: ci sono le risorse per realizzare i buoni propositi?

Partiamo dal numero più inquietante: Torino ha 3,9 miliardi di debito, ovvero 5 mila euro circa a cittadino. Alla fine del mandato Chiamparino (maggio 2011) era di 3 miliardi e 454 milioni: a dieci anni di distanza il debito vero è aumentato di 533 milioni, nonostante la Città abbia pagato oltre un miliardo di interessi sui mutui e restituito capitali per una somma di poco superiore. Una plastica rappresentazione numerica del perché vengano usate definizioni come “cappio” o “circolo vizioso” come sinonimo di “debito”: è un capitale che non restituiremo mai, è una tassa sul fallimento del sogno olimpico che dovremo pagare per sempre e che lasceremo in eredità ai nostri figli. 

Inutile dire che questo limita la capacità di manovra di una Giunta: prendendo come riferimento l’anno 2019, è rimasto a disposizione per manovre discrezionali, in una versione molto ottimistica, il 4% della spesa corrente dell’anno, vale a dire poco più di una quarantina di milioni. Per gli investimenti la capacità di nuovo indebitamento non supera i 30-40 milioni annui, ovvero briciole. Alla voce “Alloggi sociali e rimborso morosità ATC” era stato destinato per esempio un misero 2% del totale, a proposito di quei record negativi inclusi nel cappio. 

L’ulteriore paradosso è l’ottica perversa con la quale la questione conquista le prime pagine dei giornali: chi l’ha creato? Chi invece lo riduce virtuosamente o è abile a raggiungere il pareggio di bilancio?Ripensate alla marea di post social di Sindaci esultanti per avere ridotto il disavanzo pubblico, senza però chiedersi a che prezzo.

Sono domande capziose, perché la vera domanda è: chi paga il conto di una Amministrazione zoppa? Chi sono i cittadini di Serie B che subiscono le limitazioni economico-finanziarie? Questa è la vera rivoluzione che una nuova Giunta dovrebbe mettere in atto, pensando laterale rispetto ai princìpi neo-liberali che pongono l’equilibrio di bilancio come fine, e non come mezzo per migliorare la qualità della vita dei torinesi.

Non sembra essere l “era Lo Russo” quella che cambierà le carte in tavola, dato che al momento il Sindaco si è semplicemente messo in coda insieme ai suoi omologhi per ottenere una percentuale più ampia possibile dei (tanti) miliardi di euro che il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) metterà a disposizione degli enti locali, “che sono la parte che più ha sofferto del blocco della spesa e del ricambio di personale di questi anni”, secondo il settimanale “L’Essenziale”. A proposito dei lavoratori impiegati nell’ente, “il patto di stabilità interno ha avuto come obiettivo primario la riduzione della spesa per il personale: si è così passati dall’ingresso di un nuovo lavoratore ogni due che andavano in pensione al rapporto 1 a 5, fino al blocco del turnover” (Marco Bersani, Jacobin Italia, “Le città ingovernabili”). Non a caso la prima polemica tra il neo-Sindaco e la vecchia maggioranza pentastellata ha riguardato la “scoperta” di Lo Russo che al Comune mancano 5 mila dipendenti. Per tradurre i numeri nella vita quotidiana, pensateci quando dovrete attendere sei mesi per un appuntamento all’Anagrafe per rinnovare la carta d’identità, o se vi trovate a pregare per un impiego pubblico per il vostro giovane figlio disoccupato.

Sempre citando le stesse fonti, “i fondi del PNNR destinati agli enti locali toccheranno una cifra compresa tra i 50 ei 70 miliardi di euro (..) si tratta di un incremento del 26% della spesa media rispetto al 2017”.

Sostenibilità, infrastrutture, riduzione dei divari territoriali sono alcuni titoli del piano e, per farla semplice, a caval donato non si guarda in bocca: quale effetto reale avranno però sulle fasce marginali delle città, e quante risorse libereranno per le politiche sociali di assistenza agli ultimi? Non vediamo capitoli di spesa rivolti al diritto alla casa, a un reddito cittadino per chi è nullatenente, o di sostegno alla formazione e istruzione per chi non ha gli strumenti per competere sul mercato del lavoro.

Campagna ATTAC ITALIA
Sarebbe inoltre interessante sapere quanto di questa pioggia di soldi, tornando a Torino, verrà indirettamente eroso dal pagamento dei diversi mutui accesi dalla Città: ciò rende ancora più evidente qual è il circolo vizioso in cui siamo inseriti e quale l’unico modo per garantire ai governanti locali, chiunque venga democraticamente scelto, di mettere in pratica il proprio modello di sviluppo economico e sociale.

Ci vogliono un taglio e una rinegoziazione reale, un po’ come il CANCELLA IL DEBITO rivolto ai Paesi poveri a inizio millennio, che contrastino “le politiche di austerità imposte dalla teologia della stabilità finanziaria e della trappola del debito” (sempre M.Bersani). Un approccio ben diverso da quanto fatto dalle ultime tre Amministrazioni, che hanno rinegoziato mutui ad alti tassi fuori mercato, più bassi di pochi decimali rispetto ai precedenti, prolungando la durata dei mutui al massimo possibile, rinviando agli ultimi anni la restituzione delle quote capitale, ottenendo un risparmio breve e apparente per tamponare la spesa corrente e un aumento del debito a lunga scadenza.

Rompere le catene del debito è l’unica azione politica che renderebbe davvero libere le nostre città, una azione collettiva che potrebbe anch’essa avere un respiro europeo: un new normal che ci permetterebbe di dire che abbiamo usato gli insegnamenti ricevuti dalla pandemia per uscirne veramente migliori. 



NOTA FINALE: Si ringraziano col cuore e con infinita stima intellettuale gli autori e le testate che abbiamo ampiamente utilizzato per redigere questo approfondimento. 

Sembra proprio il caso di dire “Vi siamo debitori”.



martedì 19 ottobre 2021

IL SISTEMA LO RUSSO NON ESISTE: BENTORNATO CARO VECCHIO CENTRO-SINISTRA

Al ballottaggio per l’elezione a Sindaco hanno votato 290.632, ovvero il 42,14% dei cittadini aventi diritto: un dato che fa spavento, solo parzialmente attenuato dal “mal comune” a tutte le città italiane andate ai seggi in questo weekend di ballottaggi. Una condizione comune tra Torino e gli altri capoluoghi in numerosi tratti: in primis, un astensionismo che ha favorito i candidati del centro-sinistra, più forti nelle zone centrali o semi-periferiche delle città che hanno visto comunque una percentuale di votanti superiore al 50%. Da contraltare vi sono state le periferie che sono rimaste a casa, potenziali terra di conquista delle destre pronte a raccogliere la delusione nei confronti dell’Amministrazione Appendino e della sua strategia "suicida", che ha portato la Giunta pentastellata a tradire più e più volte le grandi storie d'amore tessute in campagna elettorale.

E invece la delusione si è trasformata in disillusione nei confronti della politica tout court, con percentuali vicino al 35% di votanti in Barriera Milano, Vallette e Falchera: l’analisi più sbrigativa (e rassicurante), ma sbagliata, che si potrebbe fare è quella di considerarlo un rifiuto di due candidati troppo simili come Damilano e Lo Russo. Basti pensare che al primo turno i rappresentanti antisistema hanno preso pochissimo.

La realtà è che la crisi e l’allontanamento da una politica che non risolve i problemi delle periferie è molto più strutturale e profonda: sono questioni talmente lontane dal focus mediatico mainstream che ormai non vengono quasi più citate dai candidati Sindaco nei dibattiti elettorali. 

La povertà endemica, i trasporti pubblici che non arrivano in alcuni punti della città, lo sfalcio dell’erba nei parchetti pubblici di Barca-Bertolla o l’assenza di servizi a Lucento non sono trend topic di un dibattito in cui si preferisce magnificare le Finali ATP, il decoro del centro cittadino e l’attrazione di eventi e investimenti produttivi che sembrano ormai solo pia illusione per abitanti delle periferie che in qualsiasi intervista o reportage dai fronti più lontani rispondono semplicemente “LAVORO!”. 

E così il PD torinese può trionfare e magnificare la lunga marcia elettorale che ha visto il centro-sinistra recuperare lo svantaggio previsto in tutti i principali sondaggi: sembra in realtà che sia stato Damilano a perdere voti per strada, arrivando al secondo turno con circa diecimila voti in meno rispetto al primo. Il confronto con il ballottaggio 2016 è impietoso: Lo Russo vincente nel 2021 ha a malapena 117 voti in più del Fassino sonoramente sconfitto da Appendino cinque anni prima. Sono 169.000 voti che sembrano essere lo zoccolo duro inscalfibile del centro-sinistra, lontano parente dei 255.242 voti per Fassino dieci anni fa: certo, nella politica attuale dieci anni sono un’era geologica, ma resta agli atti che sono evaporati il 30% dei voti collocati vagamente nell’area di sinistra cittadina.

Fatte le doverose premesse sull’astensionismo, la democrazia rappresentativa ci regala ora un nuovo vecchio governo del centro-sinistra, con il neo-Sindaco Lo Russo che dichiara di voler ristabilire il Sistema Torino: perché, con la Giunta Appendino era stato per caso scalzato dalle macchine del potere? 

Dopo l’improvvisazione al potere e le figure maldestre di cinque anni pentastellati, torneremo alla cara vecchia normalità di un Sistema Torino fieramente rappresentato dalla sua parte politica, e una comunicazione mainstream pronta a elogiare la competenza e la raffinatezza di una classe rappresentativa pronta ad amministrare l’esistente senza smuovere i meccanismi di potere consolidati. La cara vecchia Compagnia di San Paolo continuerà a gestire il welfare della città (sia come finanziamenti che come direzione dell’Assessorato), la cultura e il turismo saranno le parole chiave del rilancio cittadino (da quanti anni ormai?), il cappio del debito pubblico cittadino rimarrà lì, intoccabile, a ricordare chi tiene le redini economiche-finanziare di Torino.

La Giunta Lo Russo non brillerà certo per originalità: avrà la specificità tutta torinese di un paio di Assessorati in quota REAR, al fianco dei quali vi sarà una rappresentanza per ogni corrente interna del PD, e qualche incarico (marginale?) per i panda della sinistra progressista cittadina. 

Ci auguriamo di sbagliarci, ma per ora non c’è nulla di nuovo sul fronte occidentale.

lunedì 11 ottobre 2021

L'ASTENSIONISMO E LA VITTORIA A META DI LO RUSSO


Il risultato più clamoroso di queste elezioni è chiaramente l’astensionismo, che diventa primo Partito con il 52% e trionfa senza bisogno del ballottaggio: “Signor Astensionismo, se pensa di essere così bravo perché non si candida lei a Sindaco?”

Aldilà delle facili battute, la gravità di un dato simile è sotto gli occhi di tutti: disaffezione verso la politica (a “La Stampa” non si capacitano delle periferie che non hanno la stessa passione che provano le aree ricche del centro), delusione verso la Giunta pentastellata, lontananza dalle tematiche trattate. Sicuramente vi è una composizione di fattori complementari tra loro, ma una questione è palese: la gente, il famoso popolo di cui tutti si riempiono la bocca (dai candidati ai commentatori) è ormai così distante che non sappiamo né intercettarlo né comprenderlo.

Questa incapacità di lettura dei punti più distanti trova paradossalmente facile sponda nell’opposta e ugualmente fallace esaltazione di candidature “più vicine” al centro e ai media mainstream che analizzano le campagne elettorali: la pompa magna riservata alla madamina candidata, alla “regina dei comitati” Seymandi passata dal M5S a Damilano, ai civici del centro-sinistra con paginone di interviste sui giornali sono finite nel bluff dello scarso numero di preferenze ricevute dai “candidati pop”.

Le famose previsioni della vigilia davano Damilano trionfante nelle periferie (per la gioia della sinistra anti-PD) e Lo Russo a rappresentare con ancora maggior forza il partito della ZTL: anche questa si è rivelata una semplificazione, in parte fuorviante e in parte errata.

Sono le famose periferie che Chiara Appendino nel 2016 ricordava nei suoi cartelli elettorali: a furia di “hashtag-Torino-Riparte grazie alle ATP Finals e agli investimenti di Ryanair” anche i pentastellati hanno abbandonato i quartieri più lontani. Atteggiamento ricambiato da parte degli elettori, che hanno dato un giudizio negativo netto sull’ operato di questi cinque anni (l’unico Assessore candidato è finito mestamente indietro). Inutile commentare le parole della ormai ex Sindaca che cerca di far passare il flop clamoroso del suo (ex) partito come un numero indipendente dal giudizio sul suo operato, come se la sua Amministrazione fosse da valutare positivamente a prescindere (in questo Appendino ricalca perfettamente il Fassino del 2016).

Rispettate invece le previsioni per quel che riguarda Torino Nord: le Circoscrizioni 5 e 6 (Vallette e Barriera Milano in sostanza) per la prima volta hanno una presidenza di destra-destra (Lega e FdI). Saranno i neo-fasci a doversi occupare dei temi dell’integrazione, dei servizi sociali e dell’attenzione al cittadino dopo che la famosa “agopuntura urbana” appendiniana ha clamorosamente fallito.

Andando invece alla disputa tra Lo Russo e Damilano, la lettura delle mappe elettorali divise per le 92 zone statistiche di Torino mostrano alcuni dati interessanti: il voto di oggi è quella che ha una maggiore compenetrazione di colore tra i due schieramenti nelle diverse zone di Torino, mentre quelle riferite alle elezioni del 2016, 2018 e 2019 sono molto più separate nettamente (di qua i rossi, di là i neri).

L’operazione-Damilano ha permesso alla destra di vincere alcune sotto-zone del centro città (vedi il fortino-Piazza San Carlo) ma nello stesso tempo ha attutito il vantaggio neroverde in periferia, dove Lo Russo ha tenuto botta, perdendo nettamente solo nella Torino Nord già citata. Anzi, il candidato del PD ha vinto in quasi tutta Torino Sud e conquistano Falchera (unico punto rosso in un mare blu).

Dove ha trionfato il candidato della sinistra liberale? Beh ovvio, nelle zone gentry della città! San Salvario, Vanchiglia, Madonna del Pilone e Corso Casale sono state un autentico trionfo per la sua coalizione: insomma, Lo Russo sembra essere il perfetto rappresentante delle classi medio-alte della città.

Ma a sinistra se Atene piange, Sparta (la sinistra-sinistra) non ride. Aldilà del misero 2,5% finale (di cui ovviamente ci dispiacciamo), la distribuzione del voto di D’Orsi è la stessa del PD: nelle zone succitate, Angelo d'Orsi arriva al 4-5 %, con la curiosità di Piazza Madama Cristina dove D'Orsi supera addirittura Valentina Sganga.

Insomma, se è vero che gli elettori hanno scelto nuovamente il Sistema Torino, è altrettanto tristemente vero che la struttura di classe del voto alle diverse sinistre è la medesima: viene scelta dalla classe istruita, mediamente borghese e variamente attratta dal modello “Torino Capitale della Cultura” (parola chiave citata oggi da D’Orsi stesso), quel modello di città che si dimentica delle periferie.

Oggi, per la legge del contrappasso, sono state le periferie invece a dimenticarsi della città.