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venerdì 1 aprile 2016

Colapesce incatenato: il referendum visto dal mare

di Ciro D'Oriano, da 17/4
Il 17 aprile in tutti i Comuni di tutte le Regioni d'Italia, tutti i cittadini aventi diritto sono chiamati a votare per il Referendum contro le trivellazioni in mare entro le 12 miglia dalle coste per l'estrazione di petrolio e metano. 
Votare SI comporterà l'eliminazione della norma che consente, alle compagnie attualmente titolari di concessioni,  di ottenere, alla loro scadenza, ulteriori proroghe. Votando NO  le concessioni potranno invece essere rinnovate fino al completo esaurimento dei giacimenti. 
Il referendum si propone come uno stop alle politiche energetiche nazionali basate sui combustibili fossili, inquinanti e in quanto tali dannosi per l'ambiente e la salute. Politiche ancora recentemente perseguite dal Governo italiano attraverso le norme del decreto Sblocca Italia, grazie alle quali sono stati avvantaggiati i produttori di petrolio e metano a discapito della qualità di vita dei cittadini italiani.
Ricordandovi che il referendum é uno strumento democratico per dare voce diretta alla volontà dei cittadini medesimi e che il patrimonio ambientale é tutelato dall'art. 9 della nostra Costituzione, divulghiamo l'appello dei pesci. Il 17 aprile andate a votare, votate SI, fatelo per voi e anche per il mare! 

giovedì 25 giugno 2015

Colapesce sugli scogli: la rivoluzione a Ventimiglia

Colapesce a Ventimiglia non c'era mai stato, passava di là, distratto, mangiando un gelato. Quando vide dal largo gli scogli affollati gonfiò subito le branchie e con due colpi di pinna e quattro bracciate raggiunse le coste fino ad allora ignorate.
Giunto ora sul bordo del mare si aggrappa agli scogli e incomincia a parlare.

"Chi è questa gente?" si chiede e lo chiede ai passanti, lo chiede alle cozze, ai ricci e ai gabbiani, lo chiede alle alghe, alle patelle e pure ai grandi villani. Uno di loro, un vecchio barbuto gli s'accosta e gli da il benvenuto.

"Buongiorno Colapesce" gli disse l'uomo nascosto dietro un fitto nido di barba.

"Mi scusi - rispose il pesceuomo - lei sa cosa accade? Chi sono queste persone, che fanno, perchè sugli scogli se ne stanno?"

"Sono viaggianti, migranti d'emergenza. Fuggon da guerra, miseria e violenza, sono profughi  fermi al confino, bloccati da un foglio firmato a Dublino".

Colapesce persiste e prosegue a indagare: "E perchè se ne stanno al limite del mare, qua sotto il solo cocente? Non gli danno un tetto a questa povera gente?"

"Alcuni di loro - gli dice il barbuto - s'eran messi a riposo nella verde pineta ma manco lì hanno avuto vita quieta, sono arrivati certi signori e se la son presa coi viaggiatori, in divisa, vestiti come soldati, con rabbia e bastoni li han salutati. Armati di scudi e senza ascoltare s'eran messi in testa che li dovevan spostare".

Cola confuso riflette: "Spostarli? E per metterli dove? Sono sacchi o sono  persone?"

"Sono uomini ma senza diritti, anche se parlano è come se stessero zitti, da nessuna parte potranno andare che si lascino o no identificare!"

Cola capì che era il solito marciume, che quegli uomini si eran salvati ma che di certo non eran arrivati, che c'era gente che voleva vederli sul fondo o che meglio restassero nel loro pezzo di mondo.

"Io sono pesce - sbottò - e per fortuna! Mi muovo nel mondo senza paura, qui queste genti che guardano il mare son prese in ostaggio e di diritti umani neanche il miraggio!"

Proprio a due passi da quello scenario di vite, cose e sassi assolati andava a passeggio la gente comune, gettava uno sgaurdo di sfuggita tutta presa dalla propria misera vita, qualcuno curioso dal motorino si faceva un selfie col telefonino. Qualcuno offriva beni elementari provando ad alleviare seppur di poco i mali. Un uomo sugli scogli mostrava un cartello: "Tornateci voi in quel bordello!
Colapesce s'indignò, se ne uscì dal mare, s'arrampicò sullo scoglio e si mise ad urlare:

"Voi che parlate di democrazia, voi regioni nazioni e continenti vi piace umiliare queste povere genti, vi piace rubare le loro risorse? Far le guerre per indossare borse? Le anatre migrano, i pesci lo fanno, van dove si può vivere senza affanno. I fenicotteri esplorano il cielo e tra uomini ci si fa pelo e contropelo!?!
Il cielo e il mare sono di tutti  così le risorse, la terra e i suoi frutti. Possibile che l'uomo tra tutte le bestie debba creapare ancora di peste? Possibile che voi non lo capiate che ogni uomo ha voglia di risate? Io sono pesce per vergogna perchè l'umanità è una vera fogna!"

Ciò detto, come d' incanto, tutte le genti intonarono un canto. Dall'altra parte delle frontiere crollarono giù tutte le barriere, persino quello col telefonino lo lasciò cadere e abbracciò un bambino. Si scatenò una mega protesta che somigliava tanto a una festa. Cola, il barbuto e tutti i migranti, i villani, gli insetti le papere e i santi s'abbracciarono tutti tenendosi stretti, persino gli uccelli dall'alto dei tetti!

Nicola, ch'era detto Cola e aveva coda di pesce, era un essere ibrido dotato di magia perchè viveva nel regno della fantasia. Il mondo è più amaro e, lo sappiamo, non bastan le favole a darsi una mano. I popoli si barricano dentro ai confini e tutti gli altri son clandestini. Per poter davvero fare una festa bisogna che la gente cambi la testa. Bisogna che gli stati e i signori potenti ai veri bisogni stiano attenti, che invece di fare trattati del ca*** per far girare le merci e i denari, facciano patti per le persone, allora sì che sarà rivoluzione!
Chiara Vesce

mercoledì 22 aprile 2015

Colapesce, la conta e le stelle marine

Cinque, sette, dodici. Ventitrè, ventotto, trentuno. Contava Colapesce.
Sessantanove, settanta, settantuno.
Corpi, di uomini e donne, belli, abbracciati  dal mare.
Un bimbo, una bimba, corpi.

Quattrocentoquattordici, quindici, sedici. Cola teneva il conto e ad ogni corpo gli correva un brivido d'angoscia lungo la spina di pesce. 

Contava Colapesce, contava e ogni volta che  perdeva il conto da capo e da capo ricominciava.

Sotto i mari del sud, nel Canal di Sicilia, Colapesce contava da sera fino a mattina.

Conosceva le ombre che fanno le barche quando leggere leggere scivolano sul pelo dell'acqua. Delle barche, poi, riconosceva  il rumore e si divertiva ad indovinare da dove venissero. Si domandava ogni volta quali vite contenessero, quali risa  e quali amori. Di giorno e di notte, Cola le vedeva passare e offuscare i fondali velando i raggi di sole o lunari. Giocava a rincorrerne le ombre e a seguirne la scia, a nascondersi nel buio proiettato negli abissi o a inventarne la rotta.
C'erano però, tra le altre, ombre diverse di barche piccole e pesanti. Di quelle Colapesce conosceva l'origine e la materia ma ne ignorava il destino. Erano, per lui, barche di speranza. E ogni volta che Cola  ne  vedeva una arrivare smetteva i giochi, invocava gli dei, Poseidone e tutti gli esseri del mare, perché accompagnassero quelle imbarcazioni oltre la soglia dell'acqua e le lasciassero approdare su terre, non felici, ma terre, protette, più sicure, asciutte terre.

Seicentocinquanta, seicentocinquantuno, seicentocinquantadue. Cola era forse l'unico essere al mondo a conoscer quelle cifre. Ogni volta che accadeva che quegli enormi cucchiai si rovesciassero nella fredda minestra del mare, Cola contava e teneva traccia del conto facendo dei segni sui sassi con vecchi gusci di  conchiglia.

Colapesce, lo sappiamo, aveva natura anche umana e di fronte a quello spettacolo tremendo e angosciante, non riusciva a restare indifferente. Sapeva bene di non avere potere, di non aver le forze per salvar quelle vite. Le vedeva lente lente scivolare, una pioggia di uomini che si abbatteva sui fondali. Cola era persona per metà e di fronte a quella pioggia provava rabbia immensa, rabbia fortissima. Portare il conto era il suo modo di render giustizia, tenere almeno traccia dell'accaduto, restituire ad ogni corpo un'ultima estrema forma di dignità. Che in mare almeno si sapesse quanta speranza s'era perduta!

Sapeva bene Colapesce che il mare è natura e non riusciva a prendersela coll'acqua. L'uomo tutti i giorni la sfida e combatte, tutti i giorni ferisce cieli, terra e foreste. La responsabilità di quella tragedia era, invece, tutta umana, dell'uomo povero di sentimenti e indifferente. Dell'uomo cattivo, degli stati, delle politiche e della misera guerra.

Erano, quelle, le uniche ombre di cui Cola conoscesse la provenienza. Sospendeva il gioco quando le vedeva, invocava gli dei e le belle Nereidi, che con perle e perline distraessero Scilla e Cariddi.

Salpavano, quei barconi traboccanti di vite, dalle coste libiche dritte in rotta verso l'Europa, terra migliore per chi navigava. Terra di tregua e non di tormento. Ma niente, l'Europa quelle vite non le voleva, le rifiutava, ne negava l'esistenza. Da qualche mese poi, anche l'Italia aveva smesso di sentire quel mare come nostro. Cola lo sapeva perché il traffico in mare s'era placato, perché ora c'erano  mezzi mercantili, pescherecci e guardacoste a pattugliare il mare, perché, ora, i soccorsi non si spingevano oltre le trenta miglia e sempre più spesso  accadeva che i barconi si rovesciassero, che la tragedia si consumasse e che la pioggia di corpi ricominciasse.

Migliaia di vite distese sui fondali marini che separano la costa africana da quella europea. Migliaia i corpi contati da Cola. Naufraghi a causa di tutti,  per via delle guerre che noi produciamo, per via delle armi che noi regaliamo, per via dei denari di cui siamo avari. A causa di tutti ma più di qualcuno: di chi per profitto farebbe di tutto, disposto a macchiarsi perfino di lutto! E del capitale che nessuna libertà produce ma solo profondissimo male!

I soccorsi erano lì quella notte d'aprile quando Cola vide rovesciarsi l'imbarcazione con dentro stivate centinaia di persone. Contava Cola e cantava quei numeri sotto l'ombra della grande inutilità del mercantile. E ad ogni vita un brivido e ad ogni brivido rabbia per quel potere che gli uomini avevano, potere di decidere della vita degli altri, di salvarla o toglierla per sempre la vita. Responsabili le politiche, i governi e l'Europa che induce il sud del mondo alla speranza, e sistematicamente poi  la nega e infine l'annega.

Questa storia è  molto triste, lo so e lo sa Colapesce ma non sempre ogni cosa allegra riesce.
Per poter raccontare delle storie più belle Colapesce affidò la sua rabbia alle stelle. “Stelle del mare -disse- custodite queste anime e imparatele ad amare!” Ed ora là sotto, sul fondo marino, quei corpi riposano senza più destino. Più in su, sulla terra è la solita immondizia l'uomo, la guerra e nessuna giustizia. Ma almeno là in fondo, tra le stelle e i coralli, quelle anime splendono come cristalli.
Chiara Vesce

venerdì 10 aprile 2015

Colapesce va a Torino

Oggi 10 aprile 2015 viene inaugurato ufficialmente il grattacielo fatto costrutire a Torino dalla banca Intesa San Paolo come sede per i propri uffici (e non solo). Lieti che dell'esistenza della ingombrante struttura si prenda atto anche ufficialmente con tanto di cerimonie, celebriamo l'evento pubblicando una favoletta sui grattacieli della città, dei quali questo è il primo esemplare a essere completato e quindi ufficialmente riconosciuto come simbolo del futuro torinese. Certo, pero' solamente fino a quando non sarà pronto il nuovo porto: da allora saranno altre le costruzioni che affiancheranno la Mole nell'immaginario dei cittadini.

Nicola, detto Cola era un ragazzino molto vispo dalla pelle liscia e scura. Negli occhi portava tutte le ricchezze del mare: alghe, coralli, conchiglie e stelle incrostate di sale. Cola amava nuotare più di ogni altra cosa al mondo e quando s'immergeva niente e nessuno per lui più esisteva. Un giorno di sole, in un  qualsiasi reame Cola si tuffò e la mamma a chiamare:
“Cola, Colapesce!”
“Cooola, Colaaaa!”
Ma niente da fare, Nicola aveva tutt'e due le orecchie tappate dal mare. La mamma, indispettita allora imprecò:
“Se il mare ti piace così tanto, che tu possa esser pesce! Io non ne avrò rimpianto!”
Detto, fatto. Così fu: Colapesce la terra non la toccò mai più. In compenso toccò tutti i mari d'Italia: dallo Ionio all'Adriatico. Dal mar di Liguria a Bonifacio, toccò il Tirreno e il Canal di Sicilia esplorando i fondali senza cartina. Nuotò per tutti questi mari guardandosi intorno, e ad ogni sguardo restava incantato per quel che il mare gli aveva regalato. La terra gli faceva da orizzonte e ben presto s'abituò a rimirar le stelle da sotto quella distesa coperta del mare.

Cola vide Ischia, Capri e Trieste e vide Genova, Rimini e  Mestre. Vide Leuca, le Tremiti e Oristano, vide Lipari, Salina e Vulcano. Imparò a far salti così alti e belli da far invidia persino agli uccelli. Nuotò e nuotò e conobbe balene, pesci spada, delfini e sirene. Un bel giorno nuotando sul fondo s'imbatté in un pesce bello tondo tondo. Il pesce più grosso allora gli ebbe a dire:
“Hai sentito Cola quel che si dice in giro? Sembra ci sia un nuovo mare a Torino!”
Cola incredulo non poté aspettare e subito subito si mise a nuotare.
Nuotò e nuotò finché non fu stanco. S'immise nel fiume e sfidò la corrente fino a quando non fu in mezzo alla gente.
Giunto a Torino Cola dimenticò ogni stanchezza, scordò la fatica e si fece prender dall'ebbrezza: fece allora un guizzo così alto che tutta la gente non poté non ammirarlo e tutti guardarono improvvisamente in alto e vociarono e urlarono: “Wuau! Che salto”.

Ora, dovete sapere, che a Torino era tempo di grandi bufere. Tirava da mesi un vento fortissimo e nessuno riusciva a indovinarne il perché.
Quando i torinesi videro Cola guizzare a quel modo, si accorsero subito ch'era un essere speciale, che pesce non era, né uccello né uomo ma che possedeva le virtù di tutte e tre quelle nature animali. Non si poteva non approfittarne: Colapesce avrebbe potuto salvare la città e tutti i cittadini. I torinesi, allora, disperati e cortesi, subito lo invocarono in preghiera:
“Cola! Nicola! Pesce potente! Aiutaci, salva questa povera gente! Questo vento che soffia con tanta veemenza da dove viene? Non si può fare senza?”

Cola non aveva mai amato la gente, era sempre stato molto diffidente. Le persone, si sa, fanno cose tremende: ammazzano, rubano, fanno alla guerra. Rendon private le cose di tutti, abbattono gli alberi e pretendono i frutti. Vogliono solo potere e denaro, non ti guardan negli occhi né ti stringon la mano, con la scusa del debito si prendono tutto ci tolgono l'acqua, ci lascian all'asciutto! Ma Cola era buono e, a sentir quel lamento, non riuscì a rifiutarsi e schizzò nel vento. Volando e nuotando nel cielo più alto Cola comprese la causa del pianto. Vide tre torri issate nel cielo, una stretta e appuntita, come la punta di una matita, una più alta ma non del tutto costruita ed una brillante, appena finita tutta di cristallo rivestita. Cola guardò il cielo e comprese perché la gente penava in quel paese: il cielo, poveraccio, era ridotto uno straccio. Era tutto bucato, ché quelle due torri lo avevan stracciato. Non fu la Mole, bella, alta e stretta,  il cielo aveva spazio tutt'intorno alla sua vetta, ma quei due brutti cubi di cemento che ruppero il cielo e provocarono il vento.

Cola allora fu preso da rabbia:
“I vostri grattacieli fateli di sabbia! Non lo vedete che qua è tutto rotto! Sto povero cielo è tutto bucato! Ste torri lo soffocano, gli tolgono il fiato? Per forza si straccia e vi sbatte la faccia! Basta! Vergogna! M'avete scocciato! La terra è un deserto, il cielo è grattugiato! Toccatemi il mare e ve la farò pagare!”

Così dicendo Colapesce si rituffò in acqua. Nessuno rivide mai più la sua faccia. Mai più sulla terra  ci darà una mano perché sa che l'uomo è un grande villano. Con quell'ultimo guizzo si rituffò e nessuno mai più lo ritrovò.

Colapesce non c'è, non esiste è un'idea. L'uomo, invece, persiste e non c'è panacea: gratta i cieli e la terra e, si potesse grattare, gratterebbe anche il mare: ma una grattugia per l'acqua, per grande fortuna, la deve ancora inventare!
Chiara Vesce


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