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mercoledì 23 ottobre 2019

QUANTO IL PROGETTO APPENDINO DIFFERISCE DAL PROGETTO PASSONI?

Potrebbe diventare un fulmine a ciel (quasi) sereno l’ articolo di Paolo Coccorese di oggi che illustra alla cittadinanza l’ ipotesi di masterplan relativo a Cavallerizza. Il 31 ottobre il progetto verrà presentato a CDP (Cassa Deposito e Prestiti), e non sappiamo se e quando verrà presentato alla cittadinanza (a proposito di trasparenza e partecipazione).

Un puzzle ben disegnato dall’architetto Agostino Magnaghi (un nome che ritorna spesso nei progetti relativi al bene patrimonio UNESCO) in cui si “intravedono” benissimo le mani sulla città: Compagnia di San Paolo (ancora tu, ma non dovevamo vederci più?), Cassa Depositi e Prestiti e CCT, la società di cartolarizzazione di Torino che sembra essere il vero nodo gordiano del
la vicenda fin dal 2015.
Immagine presa dal Corriere della Sera, 23/10/2019

Recuperiamo proprio da un nostro approfondimento di quell’ anno il suo ruolo nella vicenda e la nascita della società:

“L’attore terzo che entra in scena è la CCT, “Cartolarizzazione Città di Torino” s.r.l., creata a novembre 2010 dal Comune stesso ma che, stando a quanto afferma Passoni (Assessore Bilancio), agisce in autonomia completa. In realtà i membri del Consiglio d’Amministrazione della Società sono nominati dal Comune, quindi è facile immaginare che il Municipio mantenga perlomeno un ruolo di indirizzo politico. Nell’atto costituivo della Società, si specifica che la sua nascita “ha per oggetto esclusivo la realizzazione di una o più operazioni di cartolarizzazione dei proventi derivanti dalla dismissione del patrimonio immobiliare del Comune di Torino”: non è quindi una sorpresa che i nostri governanti, sotto la stringente necessità di andare a coprire il passivo dei conti pubblici locali, cerchino maldestramente di fare cassa attraverso la vendita (o svendita?) dei gioielli storici del suolo cittadino. Era già tutto previsto ed organizzato alla perfezione, negli stessi giorni del 2011 in cui Fassino lanciava lo slogan “Torino Bene Comune”. 
Nel nostro caso specifico, il Comune ha ceduto il complesso alla CCT in cambio di un anticipo di cassa di 10 milioni di euro: tale Società dovrà ora occuparsi di vendere il bene al fine di rientrare dell’investimento fatto. Peccato che due aste siano già andate deserte, e così ora si va alla ricerca del miglior offerente.  “

Insomma i famosi 11 milioni che si cercavano all’ epoca per “riscattare” il bene cartolarizzato per quattro spiccioli ma che non si trovavano da nessuna parte. Nei seguenti link (qui e qui ), trovate delle succulenti nostre vecchie interviste proprio di quell’ anno, quando l’ allora Assessore Gianguido Passoni presentava un progetto che stamattina ci è ritornato in mente leggendo la cronaca odierna del Corriere della Sera: quanto dista e quanto potrebbe distare dal vecchio masterplan la proposta della Giunta Appendino? Eppure l‘ allora consigliera di minoranza sembrava maggiormente propensa alla partecipazione e a percorsi partecipativi deliberativi ieri rispetto a oggi: cosa è cambiato in questi quattro anni? 

Giusto per continuare il parallelismo con quattro anni fa (il recupero dello speciale “DALLE STALLE ALL’OSTELLO” ci ha fatto ritornare alle nostre origini) vorremmo umilmente ricordare che l’origine di tutto ciò non sta nell’ occupazione (a prescindere dal giudizio che si voglia dare su di essa), né tantomeno nei troppo frequenti incendi (cosa ovviamente gravissima), né forse nei percorsi a zig-zag delle diverse Amministrazioni che rimbalzano tra benicomunisti (qua l’ottimo lavoro e approfondimento che stanno facendo gli amici di Assemblea21), fondazioni bancarie (sembra che nel masterplan vi sia lo studendato di Camplus, una diramazione di CL) e quel SISTEMA TORINO che ha cambiato interlocutori ma non ha certo cambiato il fine di appropriarsi di tutti gli immobili possibili della città (ex MOI ultimo esempio di “sgombero dolce” e ritorno dei beni a chi di dovere).

L’ origine del tutto sta nel DEBITO soffocante che trasforma l’ attore politico che guida le Giunte in un amministratore di condominio, che prima capisce (e Appendino l’ha capito ben presto) che è altrove (cioè banche e relative fondazioni) che detengono in una mano il borsellino coi risparmi e nell’ altra il welfare della città (sabato il Rapporto Rota ci dirà in che percentuale quest’ anno) ed è a loro che bisogna affidare gli immobili torinesi, pena il fallimento della città tutta.

Per cui, se una battaglia vogliamo fare (lo diceva anche Appendino nella succitata intervista del 2015) è quella sulla rinegoziazione nominale del debito (non la finta ristrutturazione dell’ attuale Assessore Rolando): altrimenti, come sono soliti dirci i politici di turno, TINA, cioè There Is No Alternative, come disse Tatcher con una straordinaria visione profetica quarant’ anni fa.

giovedì 25 ottobre 2018

RAPPORTO ROTA 2018: USCIRE DAL LABIRINTO DELLA VISION?

INTRODUZIONE: TURISMO E CULTURA NON SALVERANNO IL MONDO

Quale miglior inizio di un rapporto statistico su Torino se non quello di presentare un grafico impietoso sulla relazione tra “turismo e cultura” e il lavoro stabile da essi generati? Ecco qua il primo grafico: retribuzione sull’ ascissa, e stabilità del posto di lavoro sull’ordinata. Il turismo era a sinistra, la cultura addirittura in basso a sinistra, che tradotto dal linguaggio NERD all’ italiano significa che cultura e turismo producono lavoro malretribuito e precario.





Maggiore ilarità ha generato il grafico relativo al calo dei visitatori nei musei, particolarmente accennato nel primo anno domini Appendino: per quanto serva altro alla città per sopravvivere dal punto di vista economico, è questo certamente uno dei grafici più aggiornati (non è una critica a Davico e compagni anzi, non oserei mai dato che per noi il Rapporto Rota è una Bibbia) che ci permette di valutare l’ operato di questa Giunta. Ormai siamo in tanti a dire che turismo cibo e cultura non bastano “per uscire dal buco della crisi” (vedi dichiarazione di Stefano Firpo di Industria 4.0) ma non può essere la confusione nella comunicazione dell’ Amministrazione a creare questo nuovo slancio: a metà mandato la Giunta Appendino deve decidersi e indicare una direzione (“sbagliare forte!” come diceva un mentore cestistico di fronte alle esitazioni dei giocatori). Volete continuare a elencare gli eventi del weekend come segno di salute della città o preferite confutare nettamente la “città luna park” e proporre una “alternativa chiara”? Al momento non si è ancora capito, e lo stesso dossier olimpico era una misticanza di concetti e parole-chiave tra essi molto lontani.


Dato che si è citato il cibo, passiamo subito al tema “foodification della città” e trasformazioni delle destinazioni dei quartieri della città in tal senso, vedi Porta Palazzo: la preponderanza del quadrato “ristoranti” parla da solo, e riassume perfettamente la retorica della Capitale enogastronomica che questa Giunta sta addirittura esacerbando rispetto a quelle precedenti. Passando ai freddi dati statistici, per numero complessivo di imprese che offrono servizi di alloggio e ristorazione, Torino si colloca al quarto posto nel panorama delle città metropolitane, in linea con il peso della sua popolazione. Illuminante che il 94% di esse appartenga all’ ambito del cibo, e sono perlopiù ristoranti: le imprese che guadagnano di più sono, udite udite, Eataly, Smart (licenziataria del marchio McDonald) ed Eutourist Now (se il nome vi dice qualcosa è dovuto al fatto che fu inizialmente una delle vincitrici del bando ai Murazzi).

In tema di ricettività turistica, per quanto nell'ambito dei posti letto disponibili la crescita torinese si attesti in una posizione intermedia coerente con la sua grandezza e il suo posizionamento nella scala turistica, il Rapporto segnala (ripreso ovviamente in pompa magna da La Stampa) una mancanza di alberghi a cinque stelle (nonostante la presenza di una Giunta a 5 Stelle, scusate la battutaccia).
La domanda sorge spontanea: davvero la cittadinanza torinese dovrebbe avvertire questo bisogno? Eppure quelli già esistenti non sembrano andare a gonfie vele, e il turismo luxury è inevitabilmente indirizzato verso Milano, e in parte verso le altre mete storiche italiane. Comunque non disperiamo, l’ ex Palazzo RAI e la vecchia Porta Susa saranno destinati proprio a questo tipo di clientela, ed è stata proprio questa Giunta a promuovere questa trasformazione, rilanciandola recentemente in Sala Rossa come uno dei propri successi urbanistici di maggior vanto.

Se si parla di turismo, non si può non citare Airbnb: 140.800 turisti hanno utilizzato l’ App nel 2017, per una permanenza media di 3,1 giorni. Ogni host ha guadagnato in media 2000 euro l’anno, e il 70% di essi ha offerto in affitto l’ intero alloggio (e non la singola camera): dato che i nostri lettori conoscono la nostra critica alla platform economy, non ci ripetiamo in questo articolo, data anche l’esiguità dei dati a disposizione. Sarebbe infatti interessante sapere quali sono i picchi di guadagno per singolo host e quale e quanta la concentrazione di alloggi in poche mani di medio grandi proprietari immobilitari. E’ un tema certamente ancora acerbo a Torino, ma che non per questo va sottovalutato (le lotte anti-turistification nelle metropoli medio-grandi d’ Europa sta diventando tema mainstream nei mezzi di informazione); inutile dire che la maggior parte dell’ offerta è situata nel centro città, per quanto il dossier olimpico si arrovellò nel tentativo di trasformare ogni quartiere torinese in un potenziale covo di affittacamere online.

Insomma il turismo non sfonda, e il binomio creato con “arte e cultura” fa ridere per non piangere nel corso della mattinata:


“lotterie scommesse”, “parchi tematici”, “fiere e congressi” (voce turistica molto più importante di quanto si possa immaginare) e “discoteche sala giochi” sono le voci macroscopicamente più rilevanti ne settore “cultura e tempo libero”, mentre l'arte incide davvero marginalmente per numero di lavoratori addetti nella città metropolitana. Per quanto il valore aggiunto generato dalla cultura sia molto elevato a Torino (terza dietro Roma e Milano) le altre voci relative al tempo libero sembrano comunque “andare via di tacco”: per dirla con una battuta sentita in sala, Juventus e concerto di Vasco Rossi sembrano essere nei fatti più efficaci (escluso il Salone del Libro che ha storicamente un record certificato di ricadute economiche sul territorio).

LE NOTE DOLENTI: SERVIZI E MANIFATTURA

Senza voler fare la cronistoria della città, tutti sappiamo che negli anni ‘2000 il riorientamento fu dovuto ad alcune tendenze esistenti già da parecchi anni (e non dovuto a un decilno improvviso causato dall’ arrivo delle cavallette pentastellate, per quanto da noi frequentemente criticate su queste pagine): il ritardo cronico di Torino nel settore servizi risale agli anni ’80 (in USA ed Europa erano già preponderanti in termini di PIL)
e la rarefazione della manifattura è il vero vulnus economico che non sappiamo ancora come ricucire. Per ritornare al titolo: qual è la nuova visione per uscire dal labirinto?

I numeri (purtroppo) non mentono mai, e il bilancio post-crisi del 2008 è agghiacciante: il numero di società attive nel torinese è diminuito drasticamente (le chiusure sono state superiori alle aperture in ognuno degli anni esaminati), con picchi negativi per il settore delle costruzioni (-8,3%), e per il manifatturiero (-5,8%). Come se non bastasse,
Torino raggiunge un altro dei suoi ben pochi invidiabili record: la peggior performance tra le città metropolitane nell’ ambito del terziario privato (-2,9%). Siamo infatti una delle poche città che non hanno saputo generare una crescita del valore aggiunto in ambito terziario per compensare il calo negli altri settori. Un bagliore arriva paradossalmente dal comparto a più elevato contenuto di valore aggiunto, quello dei servizi innovativi e alle imprese, dove Torino arriva seconda tra le città metropolitane (ovviamente dietro Milano, tanto per alimentare il tormentone della competizione a due).

Magra consolazione per Chiamparino e soci (artefici chissà quanto consapevoli di questo modello di città) è l’ esaltazione della platea per il termine TAV, ripetuto sei volte tra gli applausi: stupisce il sottoscritto quanto la Grande Opera sia sostenuta con vigore anche da Luca Davico e gli altri, attraverso la presentazione di grafici relativi al traffico merci. A loro modo di vedere il buco nella montagna è l’ unica possibilità (insieme al Terzo Valico) di “contrastare” la concentrazione del traffico su Milano. Lo stesso rapporto statistico indica nel  2029 come data di possibilità inizio di esercizio dell’ Alta Velocità: quel che però maggiormente stranisce è la sensazione di accanimento verso gli oppositori dell’ opera, come se in tutti questi anni (aldilà della nostra adesione e stima infinita al Movimento NO TAV) ci fosse stato qualcun altro al Governo di Città-Regione-Stato e vi siano forze oscure del male che impediscono loro di proseguire sul cammino tanto desiderato.
 Sempre in ambito di commercio e logistica, da segnalare Caselle classificato dodicesimo tra gli aeroporti italiani nel traffico merci: -68% dal 2000 a oggi. Se a questo aggiungiamo lo scarso appeal (per usare un eufemismo) come hub turistico, sembrano più che giustificate le recenti “lamentele” di tutta la Sala Rossa nei confronti del CdA della società del nostro aeroporto.

Nel frattempo, giusto per togliere il sorriso ai pentastellati in ascolto, non sembra subìre inversioni la tendenza alla chiusura, specialmente a Torino rispetto alla cintura, dei negozi di vicinato a favore di una sempre maggiore porzione di territorio destinata alla grande distribuzione organizzata. Sebbene tutto ciò faccia pensare all’ e-commerce come terzo che gode, al momento non sembra essere questa la via del futuro prossimo torinese, che vede anzi le proprie piccole medie aziende incapaci di competere sul “mercato parallelo” internauta.

Insomma c’è ben poco da sorridere e da restare allegri, ma vogliamo chiudere con una nota positiva. Il settore ICT viaggia con buoni indici di crescita e stabilità occupazionale nel torinese, e potrebbe ben saldarsi con le iniziative di “industria 4.0” che potrebbero sorgere sul territorio: una magra consolazione, ma da qualche parte bisogna pur ripartire e chissà che il connubio tra servizi e manifattura di alto livello (come più volte ribadito nel corso della mattinata) non possa essere davvero la chiave per uscire dalla “percezione” (termine ripetuto settecentottantamila volte in tre ore) di una città maldestramente focalizzata sul già citato trinomio “turismo-cultura-cibo”.

CONCLUSIONE

Torniamo agli “umori” della sala di sabato mattina: da segnalare che l’ intervento sembrato più “centrato” e concreto è stato quello di Dario Gallina dell’ Unione Industriale, unico tra le altre cose a parlare di immigrazione come fattore positivo per l’economia e come unico elemento in contro-tendenza rispetto all’ invecchiamento demografico.

E’ stato ovviamente affrontato il tema del rapporto con Milano, con una frase di Chiara Appendino (a grandi linee ha accusato i meneghini di eccessiva rapacità competitiva) subito esacerbata dai giornali: a dir la verità, non è sembrato propriamente il tema centrale del dibattito ma questo testimonia, se mai ce ne fosse bisogno, quanto la Sindaca fosse isolata e distante dalla platea di stakeholder pronti a spellarsi le mani per ogni battuta del Presidente di Regione Chiamparino. Peccato che, per chiuderla con un commento social del Professor Semi, “tra 6-8 mesi non sarà questa sala e questo Chiampa a portare a casa il risultato, ma il contrario. (La mattinata è stata, NdR) una sorta di rappresentazione di fine di ancien régime, con il nuovo che spaventa (e non per ragioni che l'ancien régime capisca o intercetti). E non c'erano nemmeno champagne o brioches per lenire il clima.”

Sì, effettivamente non vi è stato neanche un ricco buffet a seguire: chissà che il pensiero non fosse già volato ai festeggiamenti 2019 del ventennale del Rapporto Rota con un Presidente di Regione leghista al centro del dibattito.
Quanto è grande la paura verso un Piemonte in procinto (combinando Comune e Regione) di tingersi di gialloverde?

mercoledì 19 settembre 2018

LA DONNA, IL SOGNO (OLIMPICO) E IL GRANDE INCUBO


Avete presente quella fastidiosa sensazione di essere costretti a guidare la macchina una volta al mese mentre la tua compagna fa commissioni e ti abbandona letteralmente dentro l’ automobile per intere mezze ore?
E avete presente quello stesso tipo di fastidio che si prova quando annoiato sul sedile inizi a leggere l’ approfondimento su La Stampa di Luigi La Spina che “ci spiega” le cause del fallimento della candidatura olimpica torinese? Sì, è lo stesso giornalista che usò i dati del Rapporto Rota 2014 per “spiegarci” le cause del declino post-insediamento di Chiara Appendino nel 2016.

ALT! Nessuno di noi vuole difendere la Sindaca del cambiamento torinese, anzi: certo, si è ritrovata a passare dal sogno al grande incubo (ringraziamo Max Pezzali e il biondo che gli ballava di fianco, 883 fonte di ispirazione forever!), ma forse potrebbe esserle utile ripassare le tappe di questi mesi per capire dove ha forzato eccessivamente la mano e quanto sia andata oltre l’ essenza, l’anima del suo programma elettorale. Una forzatura che potrebbe costarle caro politicamente ora che dovrà tornare alla “gestione dell’ esistente” con l’ opposizione politica inferocita con lei (oltre ad ASCOM, costruttori e tutti quei corpi intermedi che ben conosciamo), e la fronda interna che non potrà certo ignorare il tradimento di alcuni princìpi che ritenevano al loro interno condivisi.
E a nulla servono le affermazioni cerchiobottiste di alcuni sostenitori “Non c’era scritto da nessuna parte che siamo contro le Olimpiadi”, perché altrimenti la pletora di oscenità più o meno serie non scritte sarebbe infinita. Lasciamo alla vostra immaginazione la più divertente che l’ attuale gruppo consiliare potrebbe essere disposto a portare avanti (ci sarebbe il progetto del food a Porta Palazzo, di fatto ideato dalla passata Giunta e portato avanti entusiasticamente dall’ attuale ma questa è troppo facile).

Il riassunto della vicenda è tanto semplice quanto unanime è la lettura che viene fatta da fonti di più diversa ispirazione: Chiara Appendino ha deciso mesi fa di sostenere in gran segreto una candidatura olimpica di Torino “scordandosi” che il Movimento 5 Stelle nacque quasi sotto la sesta stella della opposizione ai grandi eventi, e in particolar modo alla gestione di Torino 2006 che ha generato così tanto debito da avere ancora conseguenze pesanti sugli attuali e futuri bilanci comunali.

Per nostra fortuna qualche eletto è rimasto fedele ai propri ideali (e promesse), dentro e fuori la maggioranza: se Deborah Montalbano da “fuoriuscita” ha più volte elencato in Consiglio Comunale le priorità delle periferie abbandonate (PRIMA LE PERIFERIE!), delle scuole decadenti, dei micro-interventi necessari sul territorio, nel frattempo i “cinque moschettieri” (in realtà Damiano Carretto è l’unico uomo perché, a quanto pare, “la rivolta è donna” dentro il M5S visto che le altre quattro sono, in mezzo ad alcuni distinguo, Daniela Albano, Maura Paoli, Marina Pollicino e Viviana Ferrero e) si sono dimostrati ostinati e disposti a tutto pur di non votare un sostegno tout court a una candidatura della quale praticamente nessuno conosceva il contenuto.

Ma Chiara Appendino non ha voluto ascoltare queste istanze, se non quando si è trovata di fronte alla “montagna dell’ opposizione olimpica” che produsse il topolino dei dieci paletti e vincoli al “grande sogno” della nostra Sindaca e dei soliti blocchi di potere interessati che sostengono i grandi eventi  di questo tipo, solitamente produttori di ulteriore sperequazione economica. Tutta fuffa, perché per La Spina nella sua articolessa si tratta di semplici “ pregiudizi ideologici della maggioranza dei suoi consiglieri”, perché invece a quanto pare la folla a sostegno di Torino 2026 basa le proprie convinzioni su granitiche realtà.
Eh, ma quali? Sempre per restare al media mainstream sabaudo, sembrerebbe che la nostra città ci potesse credere “contando, tra l’altro, su impianti ed esperienze recenti che costituivano un indubbio vantaggio competitivo rispetto alle altre concorrenti.”

Caspita, verrebbe da pensare che non abbiano neanche letto il dossier (quello affidato all’ architetto amico di Grillo per 50 testoni, do you remember?): basta avere il coraggio di aprirlo per trovare davanti ai propri occhi il costo previsto per il recupero di quelle stesse strutture abbandonate. Oppure fare un giro sulle nostre montagne (o al MOI che il compagno di Governo Salvini vuole sgomberare con la forza) e rendersi conto di persona che l’ ideologia sottende proprio queste affermazioni prive di fondamento numerico e accademico.
Oppure basterebbe chiedersi come mai “l’occasione per un riscatto del nostro Paese era davvero propizia”: che fine hanno fatto gli altri? Lo scrive l’ autore stesso en passant con un “La concorrenza di altre nazioni, col tempo, si era ridotta, sia nei numeri, sia nel valore delle proposte alternative.”
Aaahhh, si sono ritirati perché noi siamo troppo più forti? Eh no, non è proprio così perché nelle altre città potenzialmente candidate vi è stato un referendum cittadino (di quelli che proprio i cittadini PAR-TE-CI-PA-NO e VO-TA-NO) che ha costretto i loro rappresentanti a dire NO.

E tutte queste marce indietro sembrano non aver neanche destato tutto questo scandalo (salvo l’ apprensione del CIO che si trova senza città europee salvo Stoccolma cui affidare il 2026), che invece sembra volerci rivelare l’ autore dell’ articolo quando cita come fatto acclarato la “penosa figura già compiuta dall’Italia di fronte all’opinione pubblica internazionale per il doppio «no» dell’amministrazione capitolina alla candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2024”.

Verrebbe da dire che le penose figure sono ben altre: certamente quella del Movimento 5 Stelle tutto che viene messo alla berlina nella puntata di Agorà su Raitre con la replica delle immagini d’antan di un Beppe Grillo fortemente e convintamente NO OLIMPIADI, esprimendo le stesse motivazioni della Montalbano e dei moschettieri di cui sopra. Una berlina cui è stata messa la stessa Capogruppo in Consiglio Comunale Valentina Sganga da parte della conduttrice e degli ospiti in studio quando ha cercato di spiegare che perlomeno (diamogliene atto) vi fu un voto in Sala Rossa contrario alla “candidatura a tre” e richiedente una preventiva previsione di spesa e di affidamento dei fondi.
Ma per la televisione di stato i voti del Consiglio Comunale sono una noia mortale! “Via con le immagini di Roma 1960!” e il ricordo di quanto siano belle e divertenti,e che splendida occasione di rilancio per il territorio! Ecco parliamone, quali occasioni vi sono in particolare che rendono proficuo l’ investimento pubblico? Siete un approfondimento giornalistico televisivo, vogliamo dei dati! Delle tabelle, dei numeri, delle incidenze statistiche.

Qualcosa che vada oltre la “X crescita di occupazione”, per fare una citazione letterale del dossier  torinese. Un dossier così zoppicante nel testo e nel contenuto (qui la nostra analisi di esso) che ci viene da chiedere con quale coraggio le opposizioni cittadine formate da PD e compagnia possano spingere per una sua “promozione”: forse sanno che in fin dei conti quel dossier non conta nulla, così come non conta la strutturazione della candidatura stessa perché tanto decide il CIO, e l’ unico ruolo degli enti pubblici è quello di cacciare la grana (ah, ora sembra che a cacciarla siano Lombardia e Veneto perché il M5S di Governo si è offeso coi suoi alleati)?

E dire che invece da quest’ altra parte della barricata ne sono stati proposti parecchi di dati accademici da parte di Sistema Torino così come del CONO (il volenteroso Comitato NO Olimpico che sentitamente ringraziamo per il lavoro svolto in questi mesi): basti pensare al dibattito con docenti ed esperti vari che illustrarono le proprie teorie ai cittadini accorsi alle Vallette nella scorsa primavera.

E invece no, tutto ciò non basta perché veniamo accusati di ideologia mentre poche righe dopo La Stampa riesce a chiosare il proprio approfondimento paventando il pericolo di un “«sovranismo» (che sta bene su tutto al giorno d’oggi, NdA) che si riducesse a un domestico provincialismo d’antan.”
Per rimanere all’ attualità e all’imminente futuro, verrebbe da dire “tutto bene quel che finisce bene” se non ci fossero spiragli verso Torino e il Piemonte (il tandem Chiamparino-Appendino sembra funzionare ancora) che si aprono in continuazione, come se il destino dell’ Unità d’ Italia dipendesse dalle Olimpiadi Milano-Cortina-Torino: “grande è la confusione sotto il cielo per cui la situazione è (sarebbe) favorevole” per affermare solennemente e senza tentennamenti la fallacia dei modelli di sviluppo basati su grandi eventi.

Sono cose che il Movimento 5 Stelle conosce perché le ha dette a Roma con Virginia Raggi, che Chiara Appendino conosce perché le ha ripetute nei suoi discorsi in piedi su palchi improvvisati nelle piazzette di Torino nella primavera del 2016. E che probabilmente conosce anche la compagine di Governo pentastellata: peccato che manchi il coraggio e la capacità d’azione autonoma. Molto meglio a quanto pare una democristianissima concessione alla Lega delle Olimpiadi del lombardo-veneto in cambio della sopravvivenza del Governo del Cambiamento… in peggio.

lunedì 16 luglio 2018

DOSSIER OLIMPIADI: TUTTO CAMBIA AFFINCHÈ NULLA CAMBI?

Mentre impazza il dibattito olimpico ormai da settimane nella nostra città, Sistema Torino ha deciso di compiere un’ azione autenticamente rivoluzionaria: leggere tutte le 177 pagine del pre-dossier di candidatura della città per le Olimpiadi invernali del 2006, scritto dall’ Architetto Alberto Sasso, amico storico di Beppe Grillo secondo il gossip politico e candidato perdente del Movimento 5 Stelle alle ultime elezioni nazionali del 4 marzo 2018. Costo dell’operazione: cinquanta mila euro. Una cifra e una operazione politicamente così ardita per il Movimento 5 Stelle che merita un’ analisi approfondita dei  contenuti dello stesso, che abbiamo provato a “riassumere” per sommi capi.

CENTRO SINISTRA 2006 – MOVIMENTO 5 STELLE 2018: UNA RAZZA UNA FAZZA

Vi ricordate quando si perculava tutti insieme allegramente l' inglesorum smart&friendly della premiata ditta Fassino&Lo Russo? La nostra irriverenza piaceva ai grillins festanti, pronti a proporsi come alternativa ai Grandi Eventi intrisi di storytelling.
Peccato che la lettura del dossier olimpico ricordi un personaggio di Exporto2022, il nostro ultimo spettacolo teatrale, per il supercazzolamento (in)sostenibile green: la resilienza a base di revamping e "venue manager" per un "Olimpismo come stile di vita" sanno infatti di Storia che si ripropone in farsa. 
Soprattutto perché l'unico elemento di stacco rispetto al passato sono le costruzioni sintattiche zoppicanti, e l'utilizzo ad cazzum delle congiunzioni eufoniche "ed" e "od": per 5 piotte il mio Prof. lo scriveva meglio. (Semi-cit.).

O perlomeno avrebbe evitato, giusto per iniziare con una citazione divertente della nostra lettura domenicale, di situare lo stadio nei pressi di Via Roma: “Lo Stadio Olimpico, situato nel centro di Torino accanto al Palaisozaki, ospiterà la Cerimonia di Apertura e di Chiusura dei Giochi Olimpici”: da quando lo Stadio Olimpico è in centro?

Il concetto chiave del documento è la “doppia legacy”, cioè l’ eredità passata e futura: di fatto una sfacciata marcia indietro sulle valutazioni della gestione politica di Torino 2006, una sorta di rivalutazione ex post del Grande Evento targato PD (più precisamente, degli uomini politici che hanno dato vita al PD l’anno successivo) che già generò qualche mal di pancia alla prima improvvida uscita pubblica durante la quale l’ architetto Alberto Sasso elogiò il mantenimento in buono stato delle strutture precedenti.(vi consigliamo questo album fotografico che illustra il reale stato di abbandono del "parco olimpico).

Questa frase introduttiva del capitolo sull’ organizzazione olimpica spiega meglio di mille peripatetiche il concetto:  “Torino costituisce un punto di riferimento a livello mondiale nell’organizzazione di importanti competizioni sportive internazionali e culturali che ha trovato il proprio climax con l’ospitalità dei XX Giochi Olimpici Invernali del 2006 che ha ospitato oltre 1,1 milioni di persone su Torino e le valli olimpiche.”
Oppure: “L’esperienza vissuta e collaudata sia a livello amministrativo che gestionale, sia del rapporto con il territorio a tutti i livelli di gestione dell’evento Olimpico che del post olimpico, permettono di contare su una straordinaria ottimizzazione che Torino, le sue Montagne e le sue persone sapranno dimostrare al meglio.” Perché, come affermato altrove nel dossier, “La città di Torino, il Piemonte e l’Italia credono fermamente che la candidatura di Torino e del suo territorio sia il vero goal che l’Italia può portare nella competizione olimpica internazionale.” Oh yeah!

LA DOPPIA LEGACY, OVVERO L’ARTE DEL COPIA&INCOLLA

Se questa è la “legacy del passato”, diventa interessante capire come il dossier ritenga esplicare quella del futuro. Il capitolo relativo alle strutture ci fornisce una ampia documentazione a riguardo: prendiamo il paragrafo sul trampolino di Pra Gelato a mò di esempio.
“Il progetto di Legacy è di formulare, sino dalla data di candidatura, un coordinamento ed un impegno da parte dell’organo promotore, delle -federazioni e del CONI, un calendario di sostegno alle attività di trampolino che consenta la continuità fino ai tre anni successivi all’evento olimpico.” Tradotto in italiano, la “doppia legacy” non è nient’altro che affermare che le piste da bob, il trampolino, e i siti di Snowboard freestyle eccetera saranno utilizzati per le gare e per gli eventi sportivi anche dopo le Olimpiadi: in che modo? Manutenuti da chi? Perché l’ affermazione “la legacy è continuare a usarle” sembra ispirarsi più a Lapalisse che a De Coubertin. 
Ed è involontariamente comico il modo che gli estensori del dossier hanno utilizzato per spiegarcelo: un bel copia e incolla sotto ogni paragrafo della frase che vedete nel riquadro qui a fianco. Come se nessuno avesse mai pensato di usare un trampolino proprio come un trampolino, o una pista da bob per farci le gare da bob: spiace comunicarlo così ai sostenitori della novità dell’ eredità post-olimpica, ma vi assicuriamo che ci avevano pensato anche gli organizzatori delle passate Olimpiadi.
Ma forse un trampolino non è un investimento così redditizio una volta passati i quindici giorni di gare.

L' ALTERNATIVA È AIRBNB

"Il progetto è strutturato, in supporto alla base ricettiva organizzata esistente e futura, sullo sviluppo del modello della sharing economy e sull’housing sociale e sulla residenzialità diffusa ma strutturata ed organizzata dove anche i proprietari potranno essere ambasciatori culturali dell’Italia."
Più avanti nel dossier si afferma deliberatamente l’obiettivo di “valorizzare gli immobili vuoti o poco sfruttati”.
Tralasciando la facile ironia che si potrebbe continuare a fare sullo storytelling, questo significa una cosa sola: AIRBNB. Con buona pace di chi sognava un modello alternativo di città, e di tutte le teorie critiche sul nesso tra case sfitte messe a reddito da multiproprietari (“volto alla messa a reddito di alloggi sfitti o sottoutilizzati”, calcolati dal dossier in sessanta mila unità) e l' aumento dei prezzi degli affitti per i poveracci senza case di proprietà in eredità.
Sono le due città dei cartelli di Chiara Appendino nel 2016: abbandonate le periferie una volta conquistati i suoi voti citando il dramma del record torinese degli sfratti a fronte delle case vuote, si può tornare ad abbracciare forte quel Sistema Torino che si arricchisce, attraverso appunto le proprietà immobiliari, grazie alle code davanti ai musei.
La perla in questo stralcio relativo alle strutture ricettive, con citazione diretta della multinazionale accolta a braccia aperte in Comune giusto giusto pochi mesi fa: “ l’impatto delle seconde case in affitto sulla Regione Piemonte si concentra soprattutto in città, nelle località sciistiche, enogastronomiche e lacustri ed, in particolare, sul territorio interessato dai Giochi Olimpici si può garantire una capacità di almeno 4 540 strutture censite ai 3 mesi (fonti AirB&B).”
L’obiettivo dichiarato è trasformarci tutti in affittacamere  e “riscoprire la vocazione turistica” dei nostri quartieri: mettere a reddito la nostra casa o una nostra camera durante le Olimpiadi, per abituarci a farlo anche nel post-olimpico con studenti universitari e turisti.

Vi immaginate i post dei consiglieri pentastellati su Facebook se Fassino avesse osato fare una proposta del genere, con tanto di citazione diretta di Airbnb e dei suoi slogan? (“Il benchmark rispetto al modello qui designato è legato al portale online Airbnb, il quale mette in contatto persone in cerca di appartamenti per brevi periodi e persone che hanno uno spazio extra (in alcuni casi solo alcune camere, in altri case intere) da affittare”).

BENEFICI ECONOMICI E LAVORO: IL VUOTO COSMICO

Nel finale del dossier si sostengono i benefici economici dell’ organizzazione olimpica citando direttamente i buoni risultati delle Olimpiadi di Torino 2006:  “Le spese che le varie istituzioni hanno intrapreso su tutti i livelli pubblici (da molte autorevoli fonti considerate alte) hanno innescato un valore aggiunto per l’Italia di 17,4 miliardi di euro per il 60% distribuito tra gli anni 2005 e 2006. I posti di lavoro creati per l’evento e da tutto l’indotto sono stati 57.000 e tali elementi hanno generato un aumento del PIL annuo dello 0,2%.” Beh dai, solo gli stolti (o i “cretini” per citare l’epiteto scelto da Travaglio per i consiglieri comunali torinesi) non cambiano mai idea, mentre i furbi si adattano alle esigenze di poltrona (mmm il grillismo ha contagiato anche noi con questa affermazione, chiediamo venia).

Le Olimpiadi fanno bene al territorio, il 2006 lo dimostra! Peccato che l’ articolo vecchio ma sempre attuale di Lavoce.info, noto covo di marxisti rivoluzionari, smentisca in maniera semplice questa affermazione priva di fondamenti analitici.
Per quel che riguarda il lavoro generato dall’evento, viene dedicato all’argomento, udite udite, una intera slide! Con grafico annesso! Si dice che “ad “X” crescita si generi un aumento di “Y” occupazione” (ve lo giuriamo, c’è scritto proprio così) , aggiungendo che date le diverse situazioni locali non si può fare una considerazione più precisa a riguardo. Ma come? Maginificate le ricadute positive per il territorio, e quando è ora di dimostrarcelo ci dite che non si può fare e l’unico riferimento matematico è a due incognite?

Che poi effettivamente, perché preoccuparsi di generare lavoro quando abbiamo un esercito di volontari da sfruttar…ehm ehm, da mettere a frutto sull’ onda della fantastica esperienza del 2006? Perché retribuire un lavoro con salario quando hai ventimila persone (a fronte di circa 10 mila occupazioni “vere” stando ai dati del dossier) che ti organizzano l’ Olimpiade in cambio di una giacca a vento? Anche qui le lodi sperticate al “Sistema Olimpiade 2006” (che NON esiste, proprio come il Sistema Torino) non mancano: “prezioso coinvolgimento dei volontari perfettamente coordinati, (elemento essenziale e determinante del successo organizzativo e gestionale anche della passata edizione 2006)(…) Conferma e valorizzazione del bacino di volontari che come già è nel presente ma più rafforzato, potrà essere attivato anche successivamente in occasione di importanti manifestazioni che dovessero aver luogo sul territorio.” A naso, scommettiamo una birretta che potremmo trovare almeno un intervento di critica della Consigliera Chiara Appendino contro lo sfruttamento del lavoro dei volontari, ma lasciamo ai lettori il gusto della ricerca.

DATI ECONOMICO-FINANZIARI: SOLDI PUBBLICI PER PROFITTI PRIVATI

Se possiamo (mal) sopportare la spesa esigua di 50 mila euro per un pre-dossier scritto male, quanto ci costerebbe la candidatura vera e propria? Ecco qua: 5,70 milioni di euro. Mica bruscolini: e chi li spenderebbe? Ovviamente noi, paga Pantalone come direbbero i populisti di un tempo. Quattro milioni e mezzo di soldi pubblici per far guadagnare una percentuale esigua di popolazione, in particolare chi verrà nominato con alti stipendi per redigere la candidatura stessa. Con quale trasparenza e imparzialità verrebbero nominati, se già il pre-dossier è stato scritto da un amico personale di Beppe Grillo appena trombato alle elezioni del 4 marzo? Dal post dell’ ex consigliere pentastellato Vittorio Bertola, le cifre di coloro che certamente trarrebbero beneficio dalla candidatura:

- Coordinatore generale: 210.000€/anno;
- Tesoriere/CFO: 105.000€/anno;
- Responsabile relazioni internazionali: 150.000€/anno;
- Responsabile comunicazione: 150.000€/anno;
- Staff di direzione: 10 persone da 75.000€/anno a testa.

Ma poi sono previsti anche 200.000€/anno per un project manager, e 350.000€/anno da dare a uno studio di architetti per la progettazione preliminare dei siti; nonché 650.000€ di spese di trasferta in un anno (!). Not so bad.

 Per quel che riguarda invece i costi per la preparazione vera e propria dei Giochi, la tabella relativa indica in 648 milioni la spesa pubblica prevista: più volte all’interno di questo capitolo si cita la necessità di NON (lo scrivono maiuscolo per dare più enfasi) creare debito per gli enti locali, “soggetti vulnerabili”. Non si capisce però come faranno a tenerlo a bada, se non attraverso l’utilizzo del blockchain citato come la panacea di tutti i mali relativi agli appalti pubblici: suggerendovi la lettura di “Tecnologie radicali” di Adam Greenfield come utile confutazione dello storytelling a mò di Silicon Valley dell’ innovazione tecnologica come soluzione a qualsiasi politica pubblica, aggiungiamo in relazione al discorso olimpico che non basta il semplice controllo della spesa e l’annuncio nero su bianco di volerlo fare.

L’ ormai fortunatamente celeberrimo studio a cura della Saïd Business School dell’Università di Oxford ci spiega nel dettaglio come la differenza tra previsione di spesa e valutazione ex post dei costi sia così enorme da provocare conseguenze estremamente negative sulle economie dei Paesi organizzatori: basta citare il caso greco delle Olimpiadi estive 2004 per far tremare i polsi di qualsiasi cittadino escluso da benefici diretti. E’ lo stesso studio che la Raggi citò (come ci ricorda questo approfondimento di Valigiablu) due anni fa per rifiutare le Olimpiadi a Roma, per cui dovrebbero conoscerlo anche Sasso & soci.

Il dato più emblematico è quello relativo al superamento dei costi. Le Olimpiadi hanno il più alto tasso tra i mega-progetti con una lievitazione media della spesa pari al 156%. Tutte le edizioni dei Giochi hanno registrato uno sforamento del bilancio previsto inizialmente: quasi la metà delle edizioni estive e invernali (il 47%) ha avuto uno sforamento superiore al 100%: basta e avanza questo per confutare qualsiasi “eccezionalità pentastellata” che i social cercano di trasmetterci.

Restando sul dossier, non vi è comunque traccia di eccezionalità alcuna, dato che vengono più volte citate le Olimpiadi 2006 come modello economico di riferimento,  e in generale i grandi eventi del recente passato, compreso l’ Expo2015 più volte definito “mangiatoia PD” dalla sgangherata propaganda grillina. I numeri e gli studi citati sono quelli del CIO e della Nielsen Sport, partner storico di supporto statistico alla bontà dei grandi eventi, così come sono Coca Cola e Alibaba i top sponsor citati: dove sta la differenza? Nella pletora forse di “Comitati di legacy” e Agenzie post olimpiche che si ispirano al TOROC 2006 tanto caro a Chiamparino e soci?
Spiace, ma non vediamo alcuna differenza marcata rispetto al passato.

IL SISTEMA TORINO 2026 (NON) ESISTE

Uscendo dal dossier ed entrando nel tessuto cittadino, stiamo assistendo in questi giorni alla mobilitazione a favore delle Olimpiadi di quel “Sistema Torino” una volta tanto odiato dall’ attuale maggioranza pentastellata: da Chiamparino stesso in qualità di Presidente della Regione ai costruttori, passando per l’impalcatura culturale cittadina e i media mainstream che pubblicano sondaggi pro-Olimpiadi come supporto alla scelta a Cinque Cerchi di Chiara Appendino, che ha avuto l’ardore di affermare in conferenza stampa che tutti i torinesi sono favorevoli alle Olimpiadi perché basta camminare per la città per accorgersene.
Premesso che è probabilmente, anzi sicuramente reale il sentimento diffuso a favore delle Olimpiadi, non è questo il concetto di trasparenza e partecipazione propagandato dal Movimento durante la campagna elettorale del 2016: nei Paesi europei realmente democratici e favorevoli alla partecipazione dei cittadini, hanno indetto un referendum per scegliere se candidarsi o meno.

Purtroppo per noi, tutte le altre candidature sono cadute sotto i colpi della volontà popolare contraria al Grande Evento Sportivo generatore di debito: in Europa siamo rimasti solo più noi e Stoccolma, la cui popolazione voterà a settembre il referendum relativo. Pazzesco come negli altri Paesi non si accontentino di un sondaggio del Corriere eh? Perché se è reale il sentimento favorevole, altrettanto reali sono i numeri, che purtroppo non mentono mai: ed è solo attraverso un percorso referendario che si può dar vita a un confronto specifico sul tema, basato sui contenuti e non sugli hashtag e i post con emoticon delle pagine Facebook e Instagram della Sindaca.

L’ attuale Giunta ha invece in questi mesi tenuto di fatto nascosto il pre-dossier e lontana dal dibattito pubblico e dai suoi Consiglieri l’idea stessa di candidatura: effettivamente l’unico modo per sostenere questo dossier è non leggerlo.

mercoledì 8 marzo 2017

Cosa succede all’Isabella

Lontano dai grandi eventi e dai centri di potere della cultura torinese, in  piccole o grandi stanze di periferia, la città vive. Un'altra cultura senza pretese e senza fronzoli trova(va) spazio anche al Centro Principessa Isabella, ora negata a vantaggio delle solite logiche di razionalizzazione, efficienza, economicità, portate avanti dalla Circoscrizione 5. Non possiamo che sperare che siano i lumi dei cittadini a riaccendere l'attenzione e l'interesse sul tema, a noi tanto caro, della cultura e della sua accessibilità a tutti, per tutti e in ogni dove!





(materiale scritto, raccolto e selezionato da Gaetano Rossini, cittadino attivo residente nel territorio della Circoscrizione 5, componente del Tavolo di Lucento)

La cultura è un bene comune e devono accedervi tutti. La storia la fa soprattutto il popolo.
Sulla storia recente del Centro Culturale Principessa Isabella di Via Verolengo 212

La Principessa Isabella, ex asilo infantile, dopo una occupazione dei centri sociali durata un paio di anni e una ristrutturazione costata parecchi soldi al Comune di Torino, venne destinata a centro culturale della Circoscrizione  5. La consegna delle chiavi alla Circoscrizione dopo i lavori avvenne nel 1997 ma la sua inaugurazione non avvenne fino all'anno 2000, in quanto la giunta di centro destra che governò la Circoscrizione dal '97 al 2000 non se ne occupò per divergenze sull'utilizzo. Fu redatto un regolamento di funzionamento che metteva a disposizione le sale prova musicali e teatrali gratuitamente per i cittadini della 5^ circoscrizione purché non professionisti.

Anche il teatro veniva messo a disposizione gratuitamente per chi volesse fare spettacoli per i cittadini del quartiere, purché fossero spettacoli gratuiti. Gli stessi gruppi che utilizzavano le sale prova dovevano rendere al territorio uno spettacolo all'anno, chi ne era in grado ovviamente, perché magari un gruppo di giovani ragazzi che iniziano a suonare insieme non è detto che siano subito pronti a fare uno spettacolo in pubblico.

16 anni di funzionamento, con alti e bassi ma con le sale prove sempre al massimo utilizzo e il teatro quasi sempre pieno, e molte volte persone che rimanevano fuori vista la capienza di soli 99 posti dello stesso. Negli anni ci sono state Giunte di Circoscrizione e Coordinatori alla Cultura della stessa che hanno pensato di dare in gestione a qualche associazione la struttura, ma tutto questo è sempre stato bocciato sia dalla politica ma soprattutto dai cittadini del territorio.

Dai risultati delle ultime amministrative arriva la nuova Giunta di Circoscrizione, rinnovata dopo gli scandali dei gettoni di presenza, quindi ci si aspetta moralizzatrice. E che fa? Un nuovo regolamento dell'Isabella che fa si che l'utilizzo delle sale prova si riduca immediatamente al 30/40% dell'utilizzo precedente. E in prospettiva non potrà che diminuire. Intanto perché la gratuità delle sale prova sarà data solo più ai gruppi i cui componenti abbiano meno di 35 anni, tutti. Attenzione, non la media dell'età ma tutti i componenti. E ad oggi i gruppi giovanili che utilizzano le sale prova sono appunto il 30/40%. Tutti gli altri dovranno pagare. Tariffe di circa 12 euro l'ora, per delle sale prova con strumentazione vecchia e mezza rotta e l'impianto di condizionamento fuori uso da sempre. Quando sul mercato le sale prova professionali che esistono hanno tariffe intorno ai 10-15 euro, qualcuno dice anche più basse.

Quindi tutti quelli che non avranno la gratuità andranno dai privati. Poi ai gruppi che avranno la gratuità, ricordate che parliamo di gruppi sotto i 35 anni e molti di questi nel giro di pochi anni si formano e si sciolgono, a questi gruppi saranno chiesti 3 (TRE) spettacoli gratuiti all'anno, da farsi non nel teatro dell'Isabella ma nelle varie feste di quartiere che ci sono in circoscrizione, tipo le feste di via. E i gruppi si dovranno anche pagare la Siae. Ho l'impressione che molti gruppi alle prime armi davanti a questa richiesta rinunceranno all'utilizzo delle sale prova e chi ha qualche soldino andrà nelle sale prova private e chi no tornerà nelle cantine com'era prima che ci fosse l'Isabella per i giovani dei nostri quartieri. In ultimo i gruppi dei "grandi" sopra i 35 anni potranno avere la gratuità se presenteranno un progetto di utilità sociale sul territorio, in particolare rivolto ai giovani, anziani, diversamente abili etc. Ma ve li vedete il gruppetto di maturi amici, che hanno suonato tutta la vita tra una balera e le feste di amici, che continua a suonare per passione e che ogni tanto è anche contento di poter fare il suo spettacolino nel teatro, che si deve reinventare e proporre un progetto di utilità sociale? Risponderanno, e li capisco fin troppo bene: ma noi vogliamo solo fare musica... e se ne andranno nel privato.

Ora, alla fine di questo bel pippone, rimane la domanda: Perché stanno facendo tutto questo? Si stanno trincerando dietro i nuovi regolamenti per il cambiamento, ma i nuovi regolamenti permetterebbero di estendere l'utilizzo gratuito delle sale a tutti i gruppi non professionisti del territorio, magari con una clausola di precedenza ai più giovani. Il principio del massimo utilizzo delle strutture pubbliche dovrebbe guidare una buona amministrazione. Ma si va in direzione opposta. Per stupidità o per dolo? È possibile che i nuovi amministratori di Circoscrizione non si rendano conto che in questo modo nel giro di pochi mesi l'Isabella non la utilizzerà più nessuno? E che il passaggio successivo, inevitabile, così com'è successo con gli impianti sportivi, sarà di affidarlo a qualche associazione? Cioè di privatizzarla? Oppure è proprio questo l'obiettivo, che non si dichiara per pudore ma si pratica con i trucchetti? Nemmeno le amministrazioni inquisite precedenti avevano avuto tanto ardire. Un‘ultima osservazione. Il teatro è stato chiuso per mancanza di certificazioni di agibilità, dopo 16 anni di utilizzo fa un po’ specie.

Dormire sonni tranquilli dev’essere arduo per chi veste i panni dei componenti de il Centro Documentazione Storica, a cui è stato garantito che lo spazio non sarà toccato e rimarrà a disposizione alle condizioni precedenti. In caso di privatizzazione della struttura (esternalizzazioni le chiamano…) è evidente che anche il loro servizio dovrà trovare altra collocazione. “Migliore collocazione”, come si dice in questi casi…

Ovviamente chi ora governa la Circoscrizione non sarà d'accordo con questa,  ma che ben vengano le osservazioni e qualunque precisazione e/o riflessione in merito, da qualunque parte giungano. Che si dia testimonianza e si faccia memoria di quello che l’Isabella è stato, è  e realmente sarà, cosicché ognuno possa ricordare come sono andate realmente le cose e a chi appartengono le responsabilità.
Si è giunti così  a mobilitare il Tavolo di Lucento, le associazioni, i gruppi musicali e teatrali, il Centro di Documentazione Storica e molti cittadini attivi il cui sodo lavoro ha prodotto una proposta di progetto sottoposta alla valutazione della circoscrizione 5. Di fronte a un nulla di fatto s’intende coinvolgere l’assessorato comunale alla cultura e, se non dovesse bastare, chiamare a raccolta i cittadini!
Gaetano Rossini



Progetto Isabella

La proposta che avanziamo nasce da un patrimonio di esperienza e partecipazione di cui ci sembra utile richiamare brevemente alcuni passaggi.

Una storia 
Le modalità di funzionamento della Principessa Isabella (P.I.) operanti fino a qualche mese fa, rispondevano ad esigenze reali e sono il prodotto di una storia - fatta di scelte politiche, di partecipazione e di iniziative - lunga quasi 40 anni e che comprende fra l’altro: la Ra.na.gr.es.ba., le rassegne di musica e teatro, gli interventi delle scuole di vario grado, la mobilitazione contro un’occupazione della P.I. avulsa dal contesto locale, la scelta della Circoscrizione 5 di fare della P.I. un Centro Culturale sottraendola al destino non felicissimo dei Centri di Incontro, fino alla programmazione di attività teatrali e musicali “Ci vediamo all’Isabella”, a “Spazio donne”, al Centro di Documentazione Storica della Circoscrizione 5 (CDS), al Tavolo di Lucento.


La  “Principessa Isabella”, Centro Culturale Pubblico
Una costante nella storia della P.I. è stato lo sforzo di coinvolgere la socialità informale del territorio che interessa quei settori della popolazione, come i nuovi residenti e i giovani, che possono più facilmente trovarsi ai margini o fuori delle occasioni aggregative organizzate.
Le modalità che hanno favorito la partecipazione di questi gruppi all’attività della P.I. - che in questo ha anticipato la crescente attenzione oggi dedicata ai gruppi informali1 - sono state la semplicità delle procedure burocratiche e la possibilità di accedere all’uso della struttura senza dover rinunciare alla propria natura spontanea e senza dover dimostrare una particolare capacità progettuale.
Considerare la capacità di progettare e di confrontarsi con gli altri non la condizione ma il risultato della sua frequentazione, ha fatto della P.I. uno spazio effettivamente pubblico perché inclusivo e capace di far esprimere e di far incontrare - indipendentemente dal livello di esperienza di ognuno – sensibilità, passioni, interessi, capacità e talenti diversi.
Tutto questo ha permesso una ricca programmazione di attività espressive ospitate nella struttura, che ha costituito una restituzione al territorio in termini di miglioramento della vivibilità del quartiere, di sviluppo delle reti relazionali della comunità e di arricchimento culturale dei singoli.
Un esempio di tale incidenza della P.I. sul tessuto comunitario è l’ottimo inserimento nel territorio favorito dalla sua ubicazione in un luogo di passaggio vicino alla chiesa, all’oratorio e a diverse scuole, dalla sua conformazione con il cortile aperto sull’area antistante diventata una sorta di “piazza” ma, soprattutto, dall’attività svolta al suo interno che, grazie alla costante presenza del personale comunale e al continuo afflusso dell’utenza, ha fatto si che la P.I., anche nelle ore serali, vivacizzasse e dunque “presidiasse” una zona altrimenti desolata.

L’utenza
E’ condivisibile che per rilanciare la P.I. si debba partire dai giovani ed è vero che i giovani, negli ultimi anni, si sono allontanati dalla P.I. “lasciando il campo” ad una utenza più matura.
Vi è però da dire che l’originalità della proposta della P.I. – ad esempio rispetto ai Centri di Incontro dove si praticano quasi esclusivamente il gioco delle carte e il ballo “liscio” – sta anche nell’offrire uno spazio a coloro che, sempre più numerosi, non sono più giovani ma, rispetto alle generazioni precedenti, vogliono impiegare il loro tempo libero in modo più vivace e aperto e quindi culturalmente e socialmente più stimolante.
Sulla scarsa frequentazione della P.I. da parte dei giovani va detto che essa è anche il prodotto di un ormai lungo periodo nel quale il soggetto pubblico ha rinunciato ad essere protagonista dell’offerta di occasioni aggregative e ha delegato tale compito a soggetti privati come Associazioni e Centri Sociali.
Essendo quindi normale che i giovani non immaginino neppure che l’Amministrazione può avere un tale ruolo, se si vuole la loro partecipazione si deve pensare a come incoraggiarla.
La P.I. può diventare “contenitore” e riferimento, a livello circoscrizionale e non solo, di una sperimentazione che coinvolga i giovani come fruitori della struttura ma anche come protagonisti nell’ideazione del progetto relativo al suo funzionamento.

La proposta
La proposta su cui vorremmo avviare una discussione con la Circoscrizione  - proposta che ha i suoi riferimenti normativi nello Statuto della Città di Torino e nel Regolamento del Decentramento - consiste nella formazione di un gruppo di lavoro coordinato dalla Circoscrizione stessa, a cui gli utenti della P.I., per poter accedere all’utilizzo della struttura, debbano partecipare. Ferme restando le prerogative della Circoscrizione, il gruppo di lavoro, che riunirebbe periodicamente (ad esempio mensilmente) gli utenti della P.I., avrebbe il compito di:
  • elaborare il programma artistico/culturale del Centro (spettacoli, concerti, dibattiti, incontri, mostre, ecc.) in base ai risultati dell’attività degli utenti della P.I. ma anche ad iniziative da realizzare insieme e ad iniziative di esterni;
  • discutere i problemi inerenti la gestione degli spazi e l’articolazione e l’aggiornamento  del calendario di utilizzo degli stessi.

Per favorire la sua operatività e l’incontro tra soggetti che svolgono attività affini, il gruppo potrebbe articolarsi in sottogruppi, o laboratori, suddivisi per tipo di attività (laboratorio musicale, laboratorio teatrale, ecc.).

Seguono n° 23 firme tra associazioni, gruppi e cittadini attivi

mercoledì 15 febbraio 2017

Cavallerizza Reale: il 18 febbraio inizia il confronto?

Per la prima volta sabato 18 febbraio prossimo il Comune di Torino parla e chiede di parlare pubblicamente della Cavallerizza Reale. Lo fa nelle sale della ex Curia Massima, in via Corte d'Appello, dove ha invitato, dalle 9 alle 13, gli altri proprietari degli immobili (la sua società CCT - Cartolarizzazioni Città di Torino e la Cassa Depositi e Prestiti), enti, istituzioni (tra cui presumibilmente anche i firmatari del Protocollo d'intesa della Giunta Fassino) e associazioni (con ogni probabilità, quelle impegnate nella tutela dei beni culturali, architettonici e ambientali). Ognuno avrà 7 minuti a disposizione per esprimersi sul tema "Idee per la Cavallerizza". Dopo gli interventi dei soggetti invitati, i microfoni verranno aperti anche ai cittadini, che, 5 minuti ciascuno, potranno prendere parte alla discussione. Saranno i saluti della Sindaca Chiara Appendino e dell'Assessora alla Cultura Francesca Leon ad aprire l’incontro, seguiti dal Vicesindaco Guido Montanari, anche Assessore all'Urbanistica, al quale spetterà l’introduzione al dibattito e, immaginiamo, la dichiarazione delle intenzioni della nuova Giunta Comunale.
Su quali possano essere queste intenzioni in città circolano ancora poche idee,  a causa del lungo silenzio istituzionale in proposito. La locandina diffusa dal Comune suggerisce, però, che il complesso ha una "vocazione alle attività culturali, artistiche, di ricerca, di formazione e di sperimentazione" (sembrerebbero dunque scomparsi i richiami alle funzioni residenziali e commerciali altamente presenti nel famigerato Masterplan voluto dagli aderenti al Protocollo d'intesa). La locandina precisa inoltre che la nuova Amministrazione comunale "intende costruire un percorso condiviso che permetta di individuare destinazioni d'uso compatibili e scelte economicamente sostenibili". L’incontro del 18 febbraio è annunciato quindi come "una prima giornata di confronto", il che lascerebbe presagire un seguito di ulteriori occasioni in cui continuare e, c'è da augurarsi, ampliare e approfondire il confronto tra le idee sul futuro di quell’area, critica per posizione e storia e rilevante per le opportunità che dal suo uso possono derivare.
Se bene interpretiamo e queste sono le effettive intenzioni del Comune, perchè si possa andare oltre alle semplici dichiarazioni di intenti e realizzare un percorso comune che coinvolga finalmente istituzioni, associazioni e cittadini oltre che le varie proprietà, saranno indispensabili passaggi concreti, distinguibili da quelli non realizzati in occasione di altre scelte, urbanistiche e non, recentemente operate in città dall'Amministrazione comunale e  sulle quali ora la medesima si trova incalzata dal Coordinamento di comitati, cittadini e associazioni costituitosi sotto il nome di Assemblea21.

In primis, il fondamentale passaggio per dare concretezza a quelli che sembrano gli intenti dell’Amministrazione è la riacquisizione e  mantenimento da parte del Comune della proprietà di tutte le porzioni del complesso che anni fa furono cedute alla società di cartolarizzazione CCT (che ha provato inutilmente a venderle per ripagare le banche creditrici) al fine di tappare i buchi nel bilancio provocati dal grande debito accumulato dalla Città dopo le Olimpiadi del 2006. Perché ciò possa avvenire servono svariati milioni di euro, una decina si dice, cifra che sicuramente verrà dichiarata incompatibile con le disponibilità del bilancio 2017 così come di quello del 18 e che, probabilmente, finirà per essere reperibile complessivamente solo nell'arco della legislatura con il bilancio del 2021.
Altro passaggio fondamentale è il mantenimento in capo al Comune del diritto di programmare l'utilizzo futuro dell'area in tutta la sua estensione, compresa la porzione di proprietà della Cassa Depositi e Prestiti, attraverso i normali strumenti decisionali amministrativi a iter pubblico, quali delibere di Consiglio e Giunta Comunale, varianti di piano regolatore ecc. Tale diritto comporta la revoca della presenza dell'ente nella procedura decisionale riservata, ed extra istituzionale, istituita dalla Giunta Fassino con la firma del protocollo d’intesa tra il Comune medesimo, svariati enti pubblici e le fondazioni bancarie. Protocollo che, ricordiamo, su incarico conferito (e pagato) dalla Compagnia di San Paolo, ha prodotto il famigerato Masterplan della Cavallerizza, mai approvato né mai discusso in sede istituzionale (solo illustrato in commissione cultura e sommariamente presentato da assessori e sindaco durante incontri organizzati da privati o enti pubblici).

La decisione di riacquistare la quota di proprietà ex Comunale della Cavallerizza Reale, l'annullamento del Protocollo d'intesa e quindi il definitivo superamento del Masterplan fornirebbero l'occasione per riportare il dibattito e il confronto in Consiglio Comunale, dove l'argomento Cavallerizza non è più stato materia all’
ordine del giorno dall'approvazione della cartolarizzazione nel 2009, passando in conseguenza di ciò tra le competenze della Giunta e, in particolare, di un solo assessore: quello al Bilancio (mentre sabato 18 faranno capolino, e si spera non solo, anche l’Assessore all'Urbanistica e quello alla Cultura).
I fondamentali passaggi citati sarebbero anche l'occasione, magari dopo la sessione di approvazione del Bilancio 2017 che dovrà concludersi entro il 31 marzo, per ridare un ruolo degno della loro funzione ai consiglieri comunali, che ormai non discutono più di indirizzi generali per la gestione della città ma passano, piuttosto, in occasione delle sedute settimanali, un paio d'orette in diatribe su interpellanze e mozioni.
Se la nuova Amministrazione Comunale intende spezzare la continuità con le scelte fatte dalla precedente amministrazione sulla futura destinazione della Cavallerizza Reale dovrà dunque dare da subito chiari segnali in tal senso, non limitandosi a una veloce raccolta di pareri provenienti da soggetti solo occasionalmente invitati a esser presenti o convenuti anche senza invito: dovrà distinguersi e avviare un processo sincero a cui si possa attribuire legittimamente e non solo de dicto il valore di percorso decisionale e progettuale partecipato.

Non una semplice audizione dunque e neppure una consultazione, è ciò che l’Amministrazione dovrà mettere in atto se vorrà interrompere la linea che ha segnato il triste presente della Cavallerizza Reale. E processo partecipato è anche quanto chiedono i comitati e i cittadini di Assemblea21 a proposito del prossimo e dei futuri bilanci del Comune di Torino. Bilanci di cui la Cavallerizza Reale e' stata finora vittima, sottratta alla naturale vocazione di bene pubblico a uso collettivo e in quanto tale bene comune: vocazione che ora, dopo anni di resistenza messa in atto dall'occupazione insediatasi nel 2014, potrebbe avere una prospettiva se ci saranno, da parte del Comune di Torino, scelte chiare e condivise. A partire da quelle che emergeranno sabato 18 febbraio: aspettiamo quindi il confronto.

mercoledì 1 giugno 2016

La triste favola del Motovelodromo: i beni comuni secondo la giunta Fassino

Una favola si dice triste se ha esito affatto allegro, se l’epilogo non recita “e vissero tutti felici e contenti” ma rattrista il lettore per il destino crudele che riserva ai protagonisti.

Prendete il Motovelodromo di corso Casale 144: è una di quelle storie che molte città - piccole o grandi che siano - hanno, nella maggior parte dei casi eredità di un passato dalle esigenze diverse da quelle di oggi.(*) Nelle città del passato, infatti, esistevano i Beni Pubblici, lo Stato e gli Enti Locali avevano il compito di amministrarli rendendoli accessibili alla collettività e garantendo la massimizzazione dell’utilità sociale. Di Beni Comuni nelle città del passato, piccole o grandi che fossero, non c’era molto bisogno di parlare perché l’espressione Beni Pubblici custodiva già il destino di quel patrimonio e dei cittadini delle città del tempo che fu. 

Il nostro Velodromo è nato nel 1920, per volontà della Società Anonima Motovelodromo Torinese, al fine di ospitare sportivi e amatori dediti al ciclismo, all’atletica e al motociclismo. Dalla fine degli anni Venti del vecchio Novecento, il Motovelodromo Fausto Coppi vive una stagione di gestione pubblica, poi di nuovo una stagione privata, infine dal 2015 torna tra le braccia accoglienti del Comune di Torino. Nell’ultimo ventennio in particolare il Velo - come affettuosamente lo chiamano i torinesi - sottoposto a vincolo della Sovraintendenza già dal 1994, è stato assegnato al Comitato di Gestione del Motovelodromo che ha ottenuto la concessione in cambio della ristrutturazione, mai realizzata, della struttura. Nel 2015, a seguito di un contenzioso tra il Signor Comune di Torino e il legale rappresentante del Comitato di Gestione del Motovelodromo, il bene torna nelle mani della Città che inizialmente prospetta scenari catastrofici: modifica della destinazione d’uso, trasformazione dell’impianto, abbattimento delle tribune, supermercato. 

Il compito di una buona amministrazione è - certo - trovare soluzioni alle situazioni di degrado, ma non possiamo certo dire che il Signor Comune di Torino abbia profilato soluzioni che dessero lustro e pregio alla struttura, disegnando di fatto uno scenario che vede ancora una volta protagonisti soggetti privati e che finirà per lasciare ancora una volta ai margini la cittadinanza e i suoi entusiasmi. 

Un bel giorno nella caldissima estate trascorsa, un gruppo di volenterosi cittadini ha iniziato ad alzar la voce: gli abitanti del quartiere, gli amatori, gli sportivi riunitisi nel Comitato informale “Salviamo il Motovelodromo” si sono attivati per la difesa dello storico compendio, patrimonio indisponibile della Città destinato a scopi sociali; hanno iniziato a raccogliere firme, informare, sensibilizzare, organizzare azioni simboliche. Insomma hanno iniziato a far sentire la propria presenza.

Nel frattempo, risolto il contenzioso con il vecchio gestore, nell’attesa di una soluzione definitiva e - detto tra le righe - volendo evitare una presa di posizione più invasiva dei cittadini scontenti, dato il clima politico del momento e le numerose rivendicazioni da parte dei cittadini torinesi sui Beni Comuni, il Signor Torino provvedeva il 26 novembre 2015 all’“inserimento immediato presso l’immobile di un presidio che, nel tutelare l’impianto con una effettiva e concreta presenza, ne consentisse un impiego, sia pure ancora del tutto marginale e senza specifiche connessioni con la vocazione dell’impianto”.

I primi mesi del 2016 sono determinanti per il triste esito della nostra favola. 

Nel mese di gennaio, il Signor Torino approva il regolamento dei Beni Comuni della Città, nel mese di febbraio i cittadini organizzano un incontro pubblico negli spazi del Velo. Allora, il Signorotto si mostra collaborativo, apre le porte e partecipa alle iniziative della cittadinanza; Sindaco e Assessore al Patrimonio sfilano in gran parata già pensando alla campagna elettorale. 
<<Oggi sono stato al Motovelodromo Fausto Coppi per un momento di confronto piacevole e aperto (recita un post del Signor Sindaco datato il 13 febbraio 2016, ndr). Ho incontrato sportivi, cittadini, famiglie e promotori del comitato "Salviamo il Motovelodromo”. Insieme abbiamo parlato del futuro della struttura, e con l’assessore Passoni ho presentato il piano d'intervento che porterà alla sua riapertura. Quest’autunno, infatti (si riferisce all’autunno 2016, ndr) verrà indetto il bando di riqualificazione, che avverrà attraverso un progetto di recupero grazie a fondi europei e partecipazioni private. Il lavoro continua.>>
Insomma per amore del Sistema Torino il Signor Sindaco e il suo Assessore hanno ben pensato d’illudere i cittadini: il piano d’intervento citato nel post su Facebook del Signor Sindaco, infatti, ha previsto l’apertura di un bando pubblico che confermasse la temporanea assegnazione del Compendio all’Associazione "Radio Soccorso" ma che consentisse l’uso transitorio alle associazioni sportive interessate. 
Nessuna traccia della cittadinanza nel bando pubblico, né della collettività informale, nessuna traccia della passione e del fervore dei cittadini, smorzati e tenuti a bada attraverso il più classico degli strumenti amministrativi.

Il 23 febbraio 2016, la Giunta Comunale delibera l’apertura del bando per l’utilizzo temporaneo ad uso collettivo della struttura di proprietà comunale, sita in Corso Casale 144. Il modello di gestione - affatto innovativo - si rifà al classico schema di assegnazione tramite bando al privato sociale di turno, nella fattispecie l’Associazione “Radio Soccorso” che rimane custode della struttura per i sei mesi di durata del bando. Il bando prevede però la possibilità che altre associazioni concorrano alla condivisione dell’uso delle parti agibili della struttura: piste e pratone. Partenariato pubblico-privato non profit: il classicone! Singoli cittadini, gruppi informali non costituiti in organizzazioni, potranno certo avere accesso alla struttura e disporre del pratone ma solo a patto d’associarsi ad una delle organizzazioni firmatarie del patto di collaborazione.

Le responsabilità sono, invece così ripartite: alla Città spetta l’assicurazione contro incendio e la responsabilità civile dell’immobile, salvo poi richiedere all’articolo successivo del bando che le associazioni sollevino la Città da ogni responsabilità derivante da incidenti causati nello svolgimento delle attività dallo stato dell’immobile. Alle associazioni spetta, invece, la copertura assicurativa dei rischi legati alle attività per ogni associato. I non associati del resto, non sono neanche contemplati. 
Il triste epilogo è già vicino. Il bando, scaduto a marzo 2016, premiava i mega-raggruppamenti e fiat voluntas sua, tutte le 11 associazioni presentatesi si sono riunite nel mega-raggruppamento “Pezzi di Motovelodromo”.

Insomma, i cittadini (recita un post elettorale dell’Assessore Passoni, ma sarebbe meglio dire le associazioni, ndr) progettano l'attesa: fanno in modo che l'immobile non sia abbandonato al proprio destino ma lo tengono vivo e accessibile a chi vuole utilizzarlo per la pratica sportiva. Poi, allo scadere dell’assegnazione un bel calcio in culo ad associazioni e cittadini e via libera agli investitori privati. Parallelamente alla riapertura del Motovelodromo, infatti, è previsto l’avvio di uno studio per individuare le modalità di destinazione definitive della struttura, certo, tenendo ben ferma la vocazione sportiva e la fruizione collettiva dell'impianto. Il tavolo coinvolgerà la Soprintendenza ed avrà l’obiettivo di elaborare entro l’autunno un vero e proprio bando di riqualificazione attraverso un progetto organico di recupero, con fondi europei e naturalmente privati.

Questa è una favola triste, ma siccome ci piace un sacco, la rendiamo partecipativa: proviamo ad immaginare insieme chi non sarà coinvolto nel tavolo? I cittadini-sudditi e le associazioni-tappabuchi? O i capitali privati e le organizzazioni amiche? Per parte nostra temiamo sia la cittadinanza a restare ai margini, utile solo in situazioni emergenziali nel recuperare, ramazza alla mano, il patrimonio collettivo dal degrado per vederselo, poi, sistematicamente sottratto. 

Che triste favola quella del Motovelodromo. Che triste destino per i Beni Comuni della giunta Fassino.

(*) attraverso il corsivo si segnalano nel testo le parti riprese da un post di Gianguido Passoni del 16/05/2016. Voglia perdonarci l’Assessore per aver violentato il suo bel post da campagna elettorale. 

martedì 23 febbraio 2016

Ceci n'est pas une privatisation

Che cos’è una Privatizzazione? Cosa significa privatizzare un bene comune? 
L’indagine lessicale, al limite tra sarcastico e il didascalico, muove da quanto sta accadendo all’Assemblea Cavallerizza 14:45, accusata di fare uso privatistico degli spazi di Via Verdi dai consiglieri comunali Luca Cassiani e Maurizio Marrone (PD e Fratelli d’Italia), i quali lunedì 22 febbraio hanno depositato una richiesta d’interpellanza al Consiglio Comunale circa gli ultimi eventi avvenuti negli spazi della Cavallerizza. L’improvvisa attenzione da parte dell’Amministrazione su quanto avviene lì dentro e l’accusa di utilizzo privatistico del bene ci provoca stupore e un pizzico d’ilarità, considerando che ci troviamo di fronte ad un’Amministrazione Pubblica che ha messo in vendita l’intero complesso storico dichiarato patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. 
Usanza comune, quella della svendita, che non riguarda solo Cavallerizza ma una serie di edifici di proprietà pubblica il cui valore supera i 60 milioni di euro. 

Nei ventuno mesi di occupazione da parte dell’Assemblea Cavallerizza 14:45, Sistema Torino ha sempre sostenuto l’Assemblea per affinità ideologica con le istanze promosse, collaborando e partecipando ai momenti di confronto. Come noi sono tantissime le personalità cittadine di rilievo, le realtà e i movimenti che hanno appoggiato e supportato l’iniziativa,  prendendone parte in prima persona e come singoli cittadini. Sistema Torino ha le idee chiare circa il significato di “privatizzazione” e di "uso privatistico” di un bene: è un tema che ci è caro, che abbiamo sviscerato, approfondito e raccontato in più occasioni e attraverso mezzi comunicativi differenti, dal teatro agli articoli d’approfondimento, dagli incontri pubblici ai dibattiti. 

Crediamo che in circostanze così grottesche sia doveroso porre delle domande per dare modo a tutti di riflettere ed esprimersi su un tema centrale in città: la vendita del patrimonio pubblico. E’ tema che ci riguarda tutti, in quanto beni comuni, per antonomasia “proprietà della collettività”.
Siamo altresì convinti che la gestione di un bene comune debba rispettare i criteri di massima accessibilità,  eterogeneità,  totale apertura decisionale e gestione condivisa.

Chi pensasse, come il consigliere Cassiani, che occupare significa privatizzare escluderebbe automaticamente l’idea che un metodo inclusivo e partecipativo giochi alcun ruolo nella gestione di un bene comune.  Chi pensasse, come il consigliere  medesimo  ha spesso tenuto a ribadire a mezzo stampa, che l’Assemblea, in quanto spontanea ma informale aggregazione di cittadini, non possa costituire un interlocutore per le istituzioni poiché soggetto non giuridicamente costituito,  deve allora spiegare perché invece riconoscerebbe implicitamente un ruolo ben più incisivo ai soggetti di diritto privato, escludendo automaticamente un soggetto collettivo come meritorio di riconoscimento perché non formalizzato attraverso atto pubblico. 

Poniamo quindi, per seguire questo ragionamento, che l’Assemblea, da libera e aperta quale è ora, si trasformasse in un soggetto giuridico privato, con tanto di rappresentante legale e quota associativa: sarebbe forse più legittima l’azione dei cittadini all’interno degli spazi reali? E tanto per porre e porci la classica domanda giornalistica: cui prodest?

A questo proposito ci concediamo il beneficio del dubbio e chiediamo se non siano piuttosto l’apertura totale dei processi decisionali, l’accessibilità e la biodiversità ideologica a garantire che un bene produca il beneficio massimo per la comunità. 
L’ordinamento giuridico italiano, inadeguato a questi contesti, non prevede una forma che contempli simili condizioni, sebbene siano oggi numerosi i tentativi di normazione adeguata. Formule innovative che si discostano dai dispositivi - privati - dell’associazionismo classico e che riescono a tradurre sul piano formale le istanze collettive e la volontà di gestione, dal basso e partecipata, di un bene comune. Numerose sono comunque le esperienze italiane di gestione condivisa di beni comuni, dalle delibere di uso civico (Ex Asilo Filangieri di Napoli) ai patti di collaborazione tra cittadini e amministrazione pubblica dei Regolamenti comunali dei beni comuni (di cui anche la Città di Torino si è dotata). Numerose sono le realtà europee che sono riuscite a creare insieme alle amministrazioni locali un quadro istituzionale tale da dare riconoscimento e  mantenere, allo stesso tempo, il carattere aperto e la valenza dei singoli cittadini in quanto persone fisiche, nella partecipazione ai momenti decisionali. Certo, si tratta di processi più impegnativi dell’auto-legittimazione attraverso la forma associazionistica, più faticosi dell’automatico riconoscimento per atto pubblico. Processi laboriosi perché innovativi ma che noi crediamo valga la pena intraprendere.

Abbiamo visto e partecipato a tantissime iniziative promosse da Assemblea Cavallerizza 14:45, contenitore di incontri, dibattiti ed eventi legati a tematiche artistiche e sociali che rivendicavano differenti bisogni: dalla lotta per una cultura libera ed accessibile a quella per la casa, per l'acqua pubblica, per l’istruzione e per la tutela del territorio. Abbiamo visto rivendicare diritti dei migranti, dare spazio alla lotta No TAV, abbiamo visto esprimere solidarietà alla Palestina, costruire spazi per l’uguaglianza di genere e promuovere la legalizzazione della canapa. Crediamo che tra i maggiori meriti di Assemblea ci sia l’aver ambito a divenire centro delle resistenze cittadine, convogliando all’interno del suo percorso tutte quelle realtà e tutti quei movimenti (noi compresi), che si incontrano di fronte ad un unico obiettivo condiviso: difendere il bene comune dalla privatizzazione e dalla speculazione.

Ci attendevamo una risposta da parte di Assemblea Cavallerizza 14:45 alle accuse ricevute; che immancabilmente è arrivata martedì 23 febbraio tramite un comunicato stampa pubblicato sul suo blog (https://cavallerizzareale.wordpress.com/2016/02/23/22-febbraio-2016-comunicato-stampa/). Siamo altrettanto sicuri che l’Assemblea saprà smentire anche nella pratica ogni illazione, mostrando nuovamente la sua forza nella dimensione partecipativa, collettiva, libera e aperta a tutti (cittadini, associazioni, collettivi, comitati e movimenti). Ce lo auguriamo proprio perché non ci piacerebbe assistere ad una goffa e parodica fine dell’esperienza di Assemblea Cavallerizza.

Domenica 28 febbraio alle ore 18:30 in Cavallerizza si svolgerà l’assemblea pubblica cittadina, che anche di questi argomenti tratterà (https://cavallerizzareale.wordpress.com/2016/02/23/28-febbraio-2016-assemblea-cittadina/) e alla quale invitiamo a prendere parte.