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lunedì 16 luglio 2018

DOSSIER OLIMPIADI: TUTTO CAMBIA AFFINCHÈ NULLA CAMBI?

Mentre impazza il dibattito olimpico ormai da settimane nella nostra città, Sistema Torino ha deciso di compiere un’ azione autenticamente rivoluzionaria: leggere tutte le 177 pagine del pre-dossier di candidatura della città per le Olimpiadi invernali del 2006, scritto dall’ Architetto Alberto Sasso, amico storico di Beppe Grillo secondo il gossip politico e candidato perdente del Movimento 5 Stelle alle ultime elezioni nazionali del 4 marzo 2018. Costo dell’operazione: cinquanta mila euro. Una cifra e una operazione politicamente così ardita per il Movimento 5 Stelle che merita un’ analisi approfondita dei  contenuti dello stesso, che abbiamo provato a “riassumere” per sommi capi.

CENTRO SINISTRA 2006 – MOVIMENTO 5 STELLE 2018: UNA RAZZA UNA FAZZA

Vi ricordate quando si perculava tutti insieme allegramente l' inglesorum smart&friendly della premiata ditta Fassino&Lo Russo? La nostra irriverenza piaceva ai grillins festanti, pronti a proporsi come alternativa ai Grandi Eventi intrisi di storytelling.
Peccato che la lettura del dossier olimpico ricordi un personaggio di Exporto2022, il nostro ultimo spettacolo teatrale, per il supercazzolamento (in)sostenibile green: la resilienza a base di revamping e "venue manager" per un "Olimpismo come stile di vita" sanno infatti di Storia che si ripropone in farsa. 
Soprattutto perché l'unico elemento di stacco rispetto al passato sono le costruzioni sintattiche zoppicanti, e l'utilizzo ad cazzum delle congiunzioni eufoniche "ed" e "od": per 5 piotte il mio Prof. lo scriveva meglio. (Semi-cit.).

O perlomeno avrebbe evitato, giusto per iniziare con una citazione divertente della nostra lettura domenicale, di situare lo stadio nei pressi di Via Roma: “Lo Stadio Olimpico, situato nel centro di Torino accanto al Palaisozaki, ospiterà la Cerimonia di Apertura e di Chiusura dei Giochi Olimpici”: da quando lo Stadio Olimpico è in centro?

Il concetto chiave del documento è la “doppia legacy”, cioè l’ eredità passata e futura: di fatto una sfacciata marcia indietro sulle valutazioni della gestione politica di Torino 2006, una sorta di rivalutazione ex post del Grande Evento targato PD (più precisamente, degli uomini politici che hanno dato vita al PD l’anno successivo) che già generò qualche mal di pancia alla prima improvvida uscita pubblica durante la quale l’ architetto Alberto Sasso elogiò il mantenimento in buono stato delle strutture precedenti.(vi consigliamo questo album fotografico che illustra il reale stato di abbandono del "parco olimpico).

Questa frase introduttiva del capitolo sull’ organizzazione olimpica spiega meglio di mille peripatetiche il concetto:  “Torino costituisce un punto di riferimento a livello mondiale nell’organizzazione di importanti competizioni sportive internazionali e culturali che ha trovato il proprio climax con l’ospitalità dei XX Giochi Olimpici Invernali del 2006 che ha ospitato oltre 1,1 milioni di persone su Torino e le valli olimpiche.”
Oppure: “L’esperienza vissuta e collaudata sia a livello amministrativo che gestionale, sia del rapporto con il territorio a tutti i livelli di gestione dell’evento Olimpico che del post olimpico, permettono di contare su una straordinaria ottimizzazione che Torino, le sue Montagne e le sue persone sapranno dimostrare al meglio.” Perché, come affermato altrove nel dossier, “La città di Torino, il Piemonte e l’Italia credono fermamente che la candidatura di Torino e del suo territorio sia il vero goal che l’Italia può portare nella competizione olimpica internazionale.” Oh yeah!

LA DOPPIA LEGACY, OVVERO L’ARTE DEL COPIA&INCOLLA

Se questa è la “legacy del passato”, diventa interessante capire come il dossier ritenga esplicare quella del futuro. Il capitolo relativo alle strutture ci fornisce una ampia documentazione a riguardo: prendiamo il paragrafo sul trampolino di Pra Gelato a mò di esempio.
“Il progetto di Legacy è di formulare, sino dalla data di candidatura, un coordinamento ed un impegno da parte dell’organo promotore, delle -federazioni e del CONI, un calendario di sostegno alle attività di trampolino che consenta la continuità fino ai tre anni successivi all’evento olimpico.” Tradotto in italiano, la “doppia legacy” non è nient’altro che affermare che le piste da bob, il trampolino, e i siti di Snowboard freestyle eccetera saranno utilizzati per le gare e per gli eventi sportivi anche dopo le Olimpiadi: in che modo? Manutenuti da chi? Perché l’ affermazione “la legacy è continuare a usarle” sembra ispirarsi più a Lapalisse che a De Coubertin. 
Ed è involontariamente comico il modo che gli estensori del dossier hanno utilizzato per spiegarcelo: un bel copia e incolla sotto ogni paragrafo della frase che vedete nel riquadro qui a fianco. Come se nessuno avesse mai pensato di usare un trampolino proprio come un trampolino, o una pista da bob per farci le gare da bob: spiace comunicarlo così ai sostenitori della novità dell’ eredità post-olimpica, ma vi assicuriamo che ci avevano pensato anche gli organizzatori delle passate Olimpiadi.
Ma forse un trampolino non è un investimento così redditizio una volta passati i quindici giorni di gare.

L' ALTERNATIVA È AIRBNB

"Il progetto è strutturato, in supporto alla base ricettiva organizzata esistente e futura, sullo sviluppo del modello della sharing economy e sull’housing sociale e sulla residenzialità diffusa ma strutturata ed organizzata dove anche i proprietari potranno essere ambasciatori culturali dell’Italia."
Più avanti nel dossier si afferma deliberatamente l’obiettivo di “valorizzare gli immobili vuoti o poco sfruttati”.
Tralasciando la facile ironia che si potrebbe continuare a fare sullo storytelling, questo significa una cosa sola: AIRBNB. Con buona pace di chi sognava un modello alternativo di città, e di tutte le teorie critiche sul nesso tra case sfitte messe a reddito da multiproprietari (“volto alla messa a reddito di alloggi sfitti o sottoutilizzati”, calcolati dal dossier in sessanta mila unità) e l' aumento dei prezzi degli affitti per i poveracci senza case di proprietà in eredità.
Sono le due città dei cartelli di Chiara Appendino nel 2016: abbandonate le periferie una volta conquistati i suoi voti citando il dramma del record torinese degli sfratti a fronte delle case vuote, si può tornare ad abbracciare forte quel Sistema Torino che si arricchisce, attraverso appunto le proprietà immobiliari, grazie alle code davanti ai musei.
La perla in questo stralcio relativo alle strutture ricettive, con citazione diretta della multinazionale accolta a braccia aperte in Comune giusto giusto pochi mesi fa: “ l’impatto delle seconde case in affitto sulla Regione Piemonte si concentra soprattutto in città, nelle località sciistiche, enogastronomiche e lacustri ed, in particolare, sul territorio interessato dai Giochi Olimpici si può garantire una capacità di almeno 4 540 strutture censite ai 3 mesi (fonti AirB&B).”
L’obiettivo dichiarato è trasformarci tutti in affittacamere  e “riscoprire la vocazione turistica” dei nostri quartieri: mettere a reddito la nostra casa o una nostra camera durante le Olimpiadi, per abituarci a farlo anche nel post-olimpico con studenti universitari e turisti.

Vi immaginate i post dei consiglieri pentastellati su Facebook se Fassino avesse osato fare una proposta del genere, con tanto di citazione diretta di Airbnb e dei suoi slogan? (“Il benchmark rispetto al modello qui designato è legato al portale online Airbnb, il quale mette in contatto persone in cerca di appartamenti per brevi periodi e persone che hanno uno spazio extra (in alcuni casi solo alcune camere, in altri case intere) da affittare”).

BENEFICI ECONOMICI E LAVORO: IL VUOTO COSMICO

Nel finale del dossier si sostengono i benefici economici dell’ organizzazione olimpica citando direttamente i buoni risultati delle Olimpiadi di Torino 2006:  “Le spese che le varie istituzioni hanno intrapreso su tutti i livelli pubblici (da molte autorevoli fonti considerate alte) hanno innescato un valore aggiunto per l’Italia di 17,4 miliardi di euro per il 60% distribuito tra gli anni 2005 e 2006. I posti di lavoro creati per l’evento e da tutto l’indotto sono stati 57.000 e tali elementi hanno generato un aumento del PIL annuo dello 0,2%.” Beh dai, solo gli stolti (o i “cretini” per citare l’epiteto scelto da Travaglio per i consiglieri comunali torinesi) non cambiano mai idea, mentre i furbi si adattano alle esigenze di poltrona (mmm il grillismo ha contagiato anche noi con questa affermazione, chiediamo venia).

Le Olimpiadi fanno bene al territorio, il 2006 lo dimostra! Peccato che l’ articolo vecchio ma sempre attuale di Lavoce.info, noto covo di marxisti rivoluzionari, smentisca in maniera semplice questa affermazione priva di fondamenti analitici.
Per quel che riguarda il lavoro generato dall’evento, viene dedicato all’argomento, udite udite, una intera slide! Con grafico annesso! Si dice che “ad “X” crescita si generi un aumento di “Y” occupazione” (ve lo giuriamo, c’è scritto proprio così) , aggiungendo che date le diverse situazioni locali non si può fare una considerazione più precisa a riguardo. Ma come? Maginificate le ricadute positive per il territorio, e quando è ora di dimostrarcelo ci dite che non si può fare e l’unico riferimento matematico è a due incognite?

Che poi effettivamente, perché preoccuparsi di generare lavoro quando abbiamo un esercito di volontari da sfruttar…ehm ehm, da mettere a frutto sull’ onda della fantastica esperienza del 2006? Perché retribuire un lavoro con salario quando hai ventimila persone (a fronte di circa 10 mila occupazioni “vere” stando ai dati del dossier) che ti organizzano l’ Olimpiade in cambio di una giacca a vento? Anche qui le lodi sperticate al “Sistema Olimpiade 2006” (che NON esiste, proprio come il Sistema Torino) non mancano: “prezioso coinvolgimento dei volontari perfettamente coordinati, (elemento essenziale e determinante del successo organizzativo e gestionale anche della passata edizione 2006)(…) Conferma e valorizzazione del bacino di volontari che come già è nel presente ma più rafforzato, potrà essere attivato anche successivamente in occasione di importanti manifestazioni che dovessero aver luogo sul territorio.” A naso, scommettiamo una birretta che potremmo trovare almeno un intervento di critica della Consigliera Chiara Appendino contro lo sfruttamento del lavoro dei volontari, ma lasciamo ai lettori il gusto della ricerca.

DATI ECONOMICO-FINANZIARI: SOLDI PUBBLICI PER PROFITTI PRIVATI

Se possiamo (mal) sopportare la spesa esigua di 50 mila euro per un pre-dossier scritto male, quanto ci costerebbe la candidatura vera e propria? Ecco qua: 5,70 milioni di euro. Mica bruscolini: e chi li spenderebbe? Ovviamente noi, paga Pantalone come direbbero i populisti di un tempo. Quattro milioni e mezzo di soldi pubblici per far guadagnare una percentuale esigua di popolazione, in particolare chi verrà nominato con alti stipendi per redigere la candidatura stessa. Con quale trasparenza e imparzialità verrebbero nominati, se già il pre-dossier è stato scritto da un amico personale di Beppe Grillo appena trombato alle elezioni del 4 marzo? Dal post dell’ ex consigliere pentastellato Vittorio Bertola, le cifre di coloro che certamente trarrebbero beneficio dalla candidatura:

- Coordinatore generale: 210.000€/anno;
- Tesoriere/CFO: 105.000€/anno;
- Responsabile relazioni internazionali: 150.000€/anno;
- Responsabile comunicazione: 150.000€/anno;
- Staff di direzione: 10 persone da 75.000€/anno a testa.

Ma poi sono previsti anche 200.000€/anno per un project manager, e 350.000€/anno da dare a uno studio di architetti per la progettazione preliminare dei siti; nonché 650.000€ di spese di trasferta in un anno (!). Not so bad.

 Per quel che riguarda invece i costi per la preparazione vera e propria dei Giochi, la tabella relativa indica in 648 milioni la spesa pubblica prevista: più volte all’interno di questo capitolo si cita la necessità di NON (lo scrivono maiuscolo per dare più enfasi) creare debito per gli enti locali, “soggetti vulnerabili”. Non si capisce però come faranno a tenerlo a bada, se non attraverso l’utilizzo del blockchain citato come la panacea di tutti i mali relativi agli appalti pubblici: suggerendovi la lettura di “Tecnologie radicali” di Adam Greenfield come utile confutazione dello storytelling a mò di Silicon Valley dell’ innovazione tecnologica come soluzione a qualsiasi politica pubblica, aggiungiamo in relazione al discorso olimpico che non basta il semplice controllo della spesa e l’annuncio nero su bianco di volerlo fare.

L’ ormai fortunatamente celeberrimo studio a cura della Saïd Business School dell’Università di Oxford ci spiega nel dettaglio come la differenza tra previsione di spesa e valutazione ex post dei costi sia così enorme da provocare conseguenze estremamente negative sulle economie dei Paesi organizzatori: basta citare il caso greco delle Olimpiadi estive 2004 per far tremare i polsi di qualsiasi cittadino escluso da benefici diretti. E’ lo stesso studio che la Raggi citò (come ci ricorda questo approfondimento di Valigiablu) due anni fa per rifiutare le Olimpiadi a Roma, per cui dovrebbero conoscerlo anche Sasso & soci.

Il dato più emblematico è quello relativo al superamento dei costi. Le Olimpiadi hanno il più alto tasso tra i mega-progetti con una lievitazione media della spesa pari al 156%. Tutte le edizioni dei Giochi hanno registrato uno sforamento del bilancio previsto inizialmente: quasi la metà delle edizioni estive e invernali (il 47%) ha avuto uno sforamento superiore al 100%: basta e avanza questo per confutare qualsiasi “eccezionalità pentastellata” che i social cercano di trasmetterci.

Restando sul dossier, non vi è comunque traccia di eccezionalità alcuna, dato che vengono più volte citate le Olimpiadi 2006 come modello economico di riferimento,  e in generale i grandi eventi del recente passato, compreso l’ Expo2015 più volte definito “mangiatoia PD” dalla sgangherata propaganda grillina. I numeri e gli studi citati sono quelli del CIO e della Nielsen Sport, partner storico di supporto statistico alla bontà dei grandi eventi, così come sono Coca Cola e Alibaba i top sponsor citati: dove sta la differenza? Nella pletora forse di “Comitati di legacy” e Agenzie post olimpiche che si ispirano al TOROC 2006 tanto caro a Chiamparino e soci?
Spiace, ma non vediamo alcuna differenza marcata rispetto al passato.

IL SISTEMA TORINO 2026 (NON) ESISTE

Uscendo dal dossier ed entrando nel tessuto cittadino, stiamo assistendo in questi giorni alla mobilitazione a favore delle Olimpiadi di quel “Sistema Torino” una volta tanto odiato dall’ attuale maggioranza pentastellata: da Chiamparino stesso in qualità di Presidente della Regione ai costruttori, passando per l’impalcatura culturale cittadina e i media mainstream che pubblicano sondaggi pro-Olimpiadi come supporto alla scelta a Cinque Cerchi di Chiara Appendino, che ha avuto l’ardore di affermare in conferenza stampa che tutti i torinesi sono favorevoli alle Olimpiadi perché basta camminare per la città per accorgersene.
Premesso che è probabilmente, anzi sicuramente reale il sentimento diffuso a favore delle Olimpiadi, non è questo il concetto di trasparenza e partecipazione propagandato dal Movimento durante la campagna elettorale del 2016: nei Paesi europei realmente democratici e favorevoli alla partecipazione dei cittadini, hanno indetto un referendum per scegliere se candidarsi o meno.

Purtroppo per noi, tutte le altre candidature sono cadute sotto i colpi della volontà popolare contraria al Grande Evento Sportivo generatore di debito: in Europa siamo rimasti solo più noi e Stoccolma, la cui popolazione voterà a settembre il referendum relativo. Pazzesco come negli altri Paesi non si accontentino di un sondaggio del Corriere eh? Perché se è reale il sentimento favorevole, altrettanto reali sono i numeri, che purtroppo non mentono mai: ed è solo attraverso un percorso referendario che si può dar vita a un confronto specifico sul tema, basato sui contenuti e non sugli hashtag e i post con emoticon delle pagine Facebook e Instagram della Sindaca.

L’ attuale Giunta ha invece in questi mesi tenuto di fatto nascosto il pre-dossier e lontana dal dibattito pubblico e dai suoi Consiglieri l’idea stessa di candidatura: effettivamente l’unico modo per sostenere questo dossier è non leggerlo.

mercoledì 4 luglio 2018

NON E' CAMBIATO NIENTE!

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un contributo di Stefano Bertone (autore di "Il libro nero delle olimpiadi di Torino 2006) alla discussione politica sui giochi olimpici di questi giorni.

Il file del pre-dossier non lo abbiamo ancora letto.
Le dichiarazioni vuote e patinate della sindaca sì, e torniamo indietro di 21 anni, alla velocità della luce.

Bastano le sue parole in conferenza stampa per farci sentire seduti al Salone del Libro nel 1998 con Christillin, Molineri, Ormezzano. Che tuffo al cuore. E’ tutto identico, le stesse parole. Togli Appendino metti Castellani, togli Chiamparino metti Ghigo, togli Saitta metti Bresso, e nulla cambia.

I giovani consiglieri del M5S sono troppo giovani per ricordare.
Già su quello che ha dichiarato Appendino ci sarebbe spazio per un lungo pezzo, ma oggi è meglio stare concentrati su un punto unico.


Il bilancio previsionale, 2,2 miliardi, è già da solo il doppio di quello di Torino 2006, che nel 1998 era di 500 milioni di euro per le opere e 650 per il comitato organizzatore. Questi ultimi 650 avrebbero dovuto essere tutti private ma Toroc fallì, e intervenne lo Stato come speriamo di avervi chiarito.
Perciò la base d’asta di Torino 2026 è il doppio di quella di Torino 2006.


Appendino oggi: “Non costruiremo nulla di nuovo, non inneveremo artificialmente ambienti urbani, non faremo debito e rigenereremo gli impianti e le infrastrutture esistenti”.
E servono 4,500 miliardi di lire? Figuriamoci avessero dovuto costruire!

Lasciamo da parte la base d’asta e vediamo il rateo di crescita, o se preferite di sballo, dei costi olimpici rispetto alle previsioni. Noi arrivammo a calcolare un costo complessivo di 3 miliardi di euro. Il 300% di quanto avevano preventivato. E il 500% della previsione di spesa pubblica (http://nolimpiadi.mysite.com/diseconomie.html).
Se la crescita dovesse restare costante anche in questo caso, potremmo quindi finire a 6,6 miliardi di €.
Non è cambiato proprio niente!

mercoledì 14 marzo 2018

OLIMPIADI BIS: INTERVISTA ALL' AVVOCATO STEFANO BERTONE

Vi ricordate la nostra intervista di due anni fa all' Avvocato Stefano Bertone, autore del libro "Il libro nero delle olimpiadi di Torino 2006"? Bene, di fronte al nuovo entusiasmo olimpico che ha abbracciato tutto l'arco costituzionale cittadino (esclusi alcuni dissidenti pentastellati che non si sono dimenticati le loro origini critiche nei confronti di Grandi Eventi e debiti a cinque cerchi) abbiamo deciso di tornare da lui (ringraziandolo infinitamente per la disponibilità) per "rinnovare" le domande relative a una eventuale candidatura per le Olimpiadi invernali 2026.
Buona gustosa lettura!

1) Incredibile ma vero, Torino ripresenta oggi la candidatura olimpica della città mentre si lecca ancora le ferite per le conseguenze, in termini di debito e di devastazione ambientale, dei Giochi invernali 2006. Stefano Bertone, ti abbiamo intervistato due anni fa, quando Torino si preparava a ricordare il decennale di quel mega evento. Cosa ne pensi di questa inaspettata proposta?

Il presidente del CIO che assegnò le olimpiadi a Torino era Samaranch, il secondo dopo la signora vestita di bianco. Per i non vedenti: fanno tutti il saluto romano.
Non mi stupisce che vi sia gente che si prefigura già nomine, appalti, subappalti e il proprio futuro a posto per i prossimi 40 anni. Credo che, in questo momento, ci siano diverse aspettative. Ci sono sicuramente ideatori mossi da un grande ottimismo. Poi, una piccola fetta di persone che ha ben chiara la questione: avvantaggiarsi, o economicamente o per acquisire peso sociale, in prima persona. Questa è, inoltre, una proposta che potrebbe risvegliare l’appetito delle famiglie ‘ndraghetiste radicate in Piemonte da quasi 50 anni: miliardi di euro pubblici sono pronti a frusciare in mille rivoli. C’è, infine, una grande maggioranza, ignara oggi come 20 anni fa, delle informazioni fondamentali necessarie per poter esprimere una libera e ponderata scelta. In assenza di questo tassello basilare, se intervisti i torinesi, ti diranno in larga parte che, a proposito del 2006, avevano percepito un evento ottimo e non saprebbero indicarti effetti collaterali; ti direbbero dunque perché non bissare? Fin qui, tutto nella norma. Quello che cambia rispetto a venti anni fa sono i Cinque stelle, che però stanno rapidamente prendendo una piega governativa, un atteggiamento molto ordinario.

2) Molti membri della attuale Giunta e della maggioranza consiliare, compresa la sindaca Appendino, quando erano all’opposizione si espressero in modo contrario all’organizzazione di questi grandi eventi: oggi invece, aldilà delle speculazioni giornalistiche, sembrano ondeggiare e tendere verso il Sì. Che cosa sta succedendo secondo te?

Staranno probabilmente dicendo “bene, dimostriamo cosa siamo capaci di fare”. Ripeto quello che ti dissi nell’intervista di due anni fa: sono vittime anche loro di una propaganda fenomenale che ha protetto Torino 2006 per venti anni dipingendola per quello che non è stata. Questo è il punto centrale. Il popolo di tutte le condizioni sociali e reddituali, e quindi anche loro, è rimasto all’oscuro dei veri costi, dei debiti assunti, delle morti sul lavoro, dei disboscamenti, delle compromissioni con produttori di armi, dei conflitti di interesse, delle garanzie non rispettate, dell’identità del CIO e del contratto capestro che impone a tutte le città candidate.

3) Però in termine di pubblico e di immagine massmediatica l’Olimpiade ha funzionato.

Il risultato televisivo di Torino 2006 fu così inferiore alle attese che Nbc si ritrovò con clienti, che avevano acquistato spazi pubblicitari, largamente insoddisfatti, tanto che il network pensò di offrire spazi gratuiti in futuro. Questo l'avete mai letto da qualche parte? I turisti stranieri, rispetto a quel che si è detto negli anni successivi, sono rimasti stabili. Il numero dei biglietti venduti fu mediocre, largamente inferiore alle previsioni. Gli accessi alle piazze e agli stadi furono pesantemente limitati da ordinanze di polizia e autentiche barriere. E tra i divieti per il pubblico ricordo quello di indossare negli stadi indumenti con loghi di produttori diversi dagli sponsor olimpici, oltre al divieto di portarsi panini da casa. Si tratta di condizioni contrattuali imposte cui gli organizzatori diedero il loro assenso già sette anni prima dell’evento. Mi fermo qui con la lista. I due maggiori editori presenti a Torino tacquero, magnificarono, invece, ogni fase del pre e del durante. Sia il proprietario di Repubblica che quello della Stampa hanno avuto interessi immobiliari legati a Torino 2006. RAI 3 regionale fu uno strazio, il che fu peggio essendo in mano pubblica. Come puoi pretendere che l’ambiente cittadino oggi non sia influenzato da questo silenzio che ha lasciato trasparire solo luci? La propaganda dei promotori ha perpetrato una lobotomia collettiva. Questo spiega lo stato di ignoranza, ma non lo giustifica. Quando hai assunto un potere esecutivo locale, e siedi in consiglio comunale, o regionale, hai il dovere di informarti. Qualcuno di loro, leggo, lo sta facendo. Ottimo. Le possibilità, per tutti, oggi sono moltissime, molte di più di venti anni fa. Abbiamo scritto un libro, tenuto aperto un sito internet per quindici anni, di tanto in tanto lo riattiviamo quando escono notizie di questo genere. In rete circola materiale scientifico più che sufficiente per capire che bisogna tenersi al largo.

4) Secondo te come mai a Torino il Movimento 5 Stelle sembra tergiversare, mentre a Roma la Raggi e il suo entourage si espressero in modo contrario da subito?

Vedo un po' di ragioni diverse. Credo che gli M5S romani abbiano fatto un lavoro di studio serio, documentale, e quelli torinesi, quantomeno molti di loro giudicando dai risultati di queste ore, no. Le frasi di Raggi in conferenza stampa sul perché non si dava Roma in pasto al business delle Olimpiadi sono state nette, sfrontate, profondamente giuste, un autentico boato. A Torino sembra di avere a che fare con un’entità distinta, nonostante Torino 2006 sia costata al contribuente più di Atene, Atlanta, Salt Lake City. Adesso c’è anche l’apertura di Grillo che avrebbe dichiarato che sia possibile farle “sostenibili e a costo zero”. Se ha proprio dichiarato così, o è ignorante oppure sta tradendo quella sua parte sana che ha determinato il successo del M5S. Anni fa i cavalli di battaglia del comico erano le tematiche ambientali, il risparmio di denaro pubblico; Grillo ridicolizzava le bugie dei burattinai che, invece, oggi avvalla. L’antitesi di se stesso. In più, fa davvero specie che l’attenzione sia soprattutto sul contenimento dei costi.
E il modello che propongono le Olimpiadi? Gli eventi culturali sponsorizzati da Finmeccanica produttore di armi? Gli sponsor olimpici che entrano nelle scuole pubbliche come pacchetto educativo? Il retaggio nazista della torcia olimpica che prosegue ancora oggi come simbolo di pace? Ma lo sanno chi è stato, e chi è il CIO? L’approccio di Grillo è ancora più grave perché proviene da una persona che negli anni passati aveva espresso idee nette e capacità critica. D’altronde, questa giunta comunale ha accettato e fatto partire la sperimentazione 5G con TIM e in nessuno dei documenti ufficiali che ho visto si cita la questione, estremamente seria, degli effetti sulla salute collettiva dell’inquinamento elettromagnetico. Mentre la riduzione, oltreché essere doverosa sotto molti punti di vista, è anche parte del loro programma! Forse M5S ha dentro un po' di tutto, così trovi chi vuole ipertecnologie moderne, ma anche chi ne combatte i riflessi su salute e ambiente. Ho come l’impressione che nel medio termine si arrivi alla progressiva scomparsa della linea ecologista.

5) Per quello che avete potuto studiare voi, ci sono garanzie che le promesse e gli impegni presi in fase di candidatura siano poi rispettate nella fase di realizzazione, e non ci si ritrovi con strane sorprese? Cosa puoi dire del caso precedente?

Dovresti intervistare Chiamparino, o se vuoi Castellani, Mercedes Bresso, Enzo Ghigo, Saitta, o più in generale tutti quelli che hanno messo le loro firme a favore di Torino 2006. Credo che saresti capace di metterli in enorme difficoltà. In fase di candidatura in documenti ufficiali trovavi scritto, in corrispondenza di molti dei progetti degli impianti: “l’unicità della struttura ne garantisce il riutilizzo futuro”.
Documenti realizzati da un’associazione costituita da enti pubblici e finanziata con soldi pubblici. Hai visto come è andata, sia in città che in montagna. Lo sapevano bene. Dopo, hanno fatto gli equilibristi. Pragelato, fine degli anni ’90. Intervengo in un’assemblea pubblica e chiedo a Castellani, che da un’ora ripeteva “se saremo bravi… se saremo bravi…”: e se invece non sarete bravi, che ne sarà dello stadio del trampolino, chi lo pagherà? E lui, candido.
"Se non saremo bravi, lo vedremo alla fine."
Non disse “pagheremo noi amministratori, di tasca nostra, perché saremo stati incapaci”.
Non disse “visto che non siamo sicuri che saremo bravi, allora questo obbrobrio non lo costruiamo”. Disse vedremo poi.

E proseguirono dritto. Oggi che siamo alla fine, possiamo dire che Castellani e il Toroc non sono stati bravi. Però li senti ancora dire di guardare altrove, dire che non è colpa dei comuni della valle se gli impianti sono abbandonati. Non ci pensano nemmeno a riconoscere una loro grande incapacità. C’è un’intervista a Chiamparino intorno a fine gennaio 2006, L’Espresso gli dice “In ogni Olimpiade, con la costruzione di nuovi impianti, si rischia di creare cattedrali nel deserto...”, e lui: "Il villaggio olimpico sarà adibito in parte a edilizia pubblica, in parte a centro servizi. Il nuovo Palasport avrà una funzione polivalente, ma, insieme con l'Oval, ospiterà soprattutto convegni ed esposizioni".  E di tutti gli altri impianti – trampolino, bob, biathlon, freestyle, per centinaia di milioni di euro? Non parla. Nessuno gli chiede, e lui glissa. La morale è che nessuno li ha mai veramente messi in difficoltà tra quelli che avrebbero potuto causare reazioni pubbliche, ad esempio in quel caso l’Espresso non gli ha chiesto conto delle altre innumerevoli opere con destino segnato, e se questo non fosse ampiamente previsto. Nessuno ha mai preteso che giustificassero un tale collasso rispetto alle premesse. Hanno fatto un debito di un quarto di miliardo di euro,  a favore di un ente privato come Toroc, ma affermano di esserne usciti con solo 11 milioni di disavanzo. Come è possibile? Nessuno chiede loro del marchingegno finanziario creato per far accollare la maggior parte del debito ad altri soggetti, e farli uscire quasi puliti nei loro conti. Castellani oggi riesce anche a dire che Toroc ha restituito dei soldi alla città. Ma che bravi. È anche per questo che puoi trovarli in posizioni di potere, presidenza della Regione, direzione del Museo Egizio, circondati da un’aura di fascino.
Hanno dominato la scena politica, amministrativa e mediatica, senza avversari.

6) Si parla di Olimpiadi lowcost, una parola che sembra tornare di moda per far digerire il debito futuro. Low cost come la Torino Lione. Ti sembra una proposta credibile?

Naturalmente no e questo rende ancora più ridicola l’apertura di Grillo. Ti darò una risposta un po' lunga. Innanzitutto potrà sembrare banale, ma conta molto la moneta, è un po' una mia fissazione. L’unità anziché le decine di migliaia: 1 miliardo, 2 miliardi. Quanto è più forte dire 2.000 milioni, 4.000 milioni? Molto. È la stessa genialità secolare che trovi a ogni trattativa nei suk dei paesi nordafricani ed è la stessa che trovi anche nel caso del progetto Tav. Prima idea: costerà – diciamo – 20 miliardi di euro. E tutti “Ohhh ma è tantissimo”. Valore àncora, con l’accento sulla prima a. Qualche anno e qualche manganellata dopo, i proponenti ti dicono, ok, ci abbiamo ripensato, nuova versione low cost, costerà solo 8 miliardi. E tutti “Wow, grande risparmio!”. Quell’otto miliardi, cioè sedicimila miliardi di lire, diventa piccolissimo, quasi trascurabile, perché tu – è provato da una scienza comportamentale - con la testa continui a rimanere al valore àncora, e vedi quanto hai risparmiato sui 20 miliardi (12 miliardi), non quanto costano 8 miliardi di euro. A proposito, ti consiglio uno splendido libro che si chiama Priceless, The hidden psychology of value, di W. Poundstone (Oneworld, 2010), si raccontano tanti esperimenti compiuti da diversi team di studiosi per dimostrare la totale insensatezza e irrazionalità delle scelte che compiamo ogni giorno intorno ai numeri e ai valori.

Stessa cosa per questa nuova idea di Olimpiadi al ribasso, che peraltro nasce in ambito CIO (non è una proposta dei torinesi) proprio perché è sempre più difficile trovare polli che vogliano farsi spennare. Dicono i promotori: sarebbe costato 3 miliardi di euro in circostanze normali, ma siccome abbiamo già gli impianti, allora ne costa solo 2. Mettiamo che sia vero. Un miliardo di euro risparmiati. Psicologicamente hai come primissima reazione, non l’attenzione ai due miliardi di euro, ma al miliardo risparmiato. Verrebbe quasi da ringraziarli.
Invece io dico, tralasciando per un secondo le questioni culturali: state proponendo di spendere 4.000 miliardi di lire togliendoli agli asili comunali? All’incremento dei medici di pronto soccorso? Mi sembra fenomenale.

7) Beh, ma stavolta è diverso: i 5 Stelle vigileranno!

La storia ha sempre insegnato – e noi lo documentammo prima che iniziassero a piantare il primo chiodo – che le spese crescono sempre vertiginosamente rispetto alle previsioni. È successo anche qui, ma se vai a vedere i bilanci definitivi, quasi non te ne accorgi. Roba che Grillo non avrà letto. A Torino cosa è successo? Come ti dicevo, il Toroc, il Comitato Organizzatore, è fallito e ha avuto bisogno di ricorrere a pesanti finanziamenti pubblici, di diversa origine, alla fine mi pare che fossero nell’ordine del quarto di miliardo di euro. La cosa stupefacente è che nessuno ha mai indagato nonostante una magistratura locale attentissima....su altri temi.

8) Molti sostengono che la formula della doppia Olimpiade negli stessi luoghi è una formula vincente, poiché i costi in qualche modo vengono contenuti a fronte di una doppia esposizione mediatica e turistica: cosa c’è di fondato in questa teoria?

Non so chi lo sostenga e su che basi. Però ricordo bene che la popolazione austriaca delle zone intorno a Innsbruck ha bocciato ripetutamente, l’ultima volta pochi mesi fa con un referendum, qualunque proposta di ricandidatura. E non mi pare che sia l’unico caso. Penso che questa teoria potrebbe avere un senso, mi sto sforzando, se la manifestazione si ripetesse subito dopo, che ne so, a poche settimane di distanza, con impianti ancora agibili e un’organizzazione presente. Anni dopo, è inimmaginabile.
Peraltro, e tocco un altro pezzo di “sogno”, questa famosa esposizione turistica e apertura verso il mondo è stata annunciata, scritta, ma è ancora una volta solo propaganda. Non è provata. I dati regionali del 2012 dimostravano che i viaggiatori stranieri che avevano raggiunto Torino nel 2011 erano 140.000: meno del 2010, del 2007, del 2006, del 2005, del 2002. E si fermavano tutti, in media, sempre tre giorni. Sia prima, che dopo i famosi Giochi. Quindi a cosa era servito? A convincere i torinesi di essere internazionali?



9) La grancassa mediatica sta ricominciando a suonare forte e all’unisono in favore del “nuovo sogno olimpico”: quanto spazio vi sarà per una informazione diversa e alternativa dell’evento?

Si è vero, ho visto che ricompaiono queste parole ingannevoli come ‘sogno’, che tocca le emozioni e induce alla smaterializzazione dei costi sociali, ambientali, economici. Comunque, per quanto riguarda i canali più tradizionali, Stampa e Repubblica, i cui diversi proprietari nel 2006 avevano interessi economici diretti, ora hanno una regia aziendale unica. Dubito che l’editore pretenderà giornalismo d’inchiesta dopo aver volontariamente dormito e con ragione sull’edizione precedente. Me li vedo perciò ripercorrere le loro vecchie tracce. La novità rispetto a vent’anni fa, lancio della candidatura e anni successivi, è il Fatto Quotidiano. Se proprio devo stare ai media tradizionali e più consultati, è il Fatto quello da cui mi aspetterei di più in termini di garanzia di diffusione dell’informazione non allineata.

Passando al pubblico: la RAI è stata una realtà deprimente. Non solo il regionale, ma RAI 3 nazionale riuscì a stoppare un servizio tra l’altro molto equilibrato di Fulvio Grimaldi, un giornalista d’inchiesta vecchio stampo. Il problema Torino però era più vasto. Neanche Report si è attivato quando era l’ora di farlo – e cioè prima che si costruisse e sprecasse -, nonostante avessimo sottoposto di persona a Giovanna Boursier diversi elementi di indagine. Erano gli anni dei progetti e delle prime gare d’appalto, le prime violazioni delle leggi sugli appalti pubblici, e la risposta fu che non vedevano al momento ragioni di interessarsene. Non so se abbiano fatto servizi dopo. Molte testate hanno messo in cantiere servizi critici sulle cattedrali nel deserto, a evento finito. Comprese Repubblica e La Stampa. Facile a stadi abbandonati, ma dov’erano nei dieci anni precedenti, avevano chiuso la redazione di Torino? Sono convinto che Ranucci di Report capirà di avere una responsabilità sociale per denunciare prima che un evento avverso accada e se sarà così potremo aspettarci che Report, ad esempio, indaghi e riporti nella fase di candidatura.

10) Da più parti sembra emergere l’ipotesi di un referendum a riguardo della candidatura, come avvenuto altrove: quante possibilità di successo avrebbe a tuo parere?

Credo che se venisse messa a disposizione un’informazione chiara, il referendum direbbe di no. La storia è per i comitati contrari. Dove non ci sono referendum, dove domina il meccanismo della delega anche a livello locale, si organizzano Olimpiadi sui cittadini, senza la loro condivisione ed appoggio. Comunque, dove si è votato, ti basti ancora il caso di Innsbruck pochi mesi fa, su una proposta “low cost” si è detto "ciao Olimpiadi!". Perché il promotore non deve aver dalla sua solo i capigruppo consiliari e regionali di 3 o 4 partiti, ti ricordo che a Torino in comune votarono tutti a favore tranne tre consiglieri di RC, Avanzi, Contu, Alfonzi, e i caporedattori dei giornali e TV locale. Deve convincere 4 milioni di persone. Su un numero così grande, la maggioranza non crederebbe a garanzie di riutilizzo “basate sull’unicità dell’opera”, non accetterebbe che il pubblico si accolli in bianco, sempre e comunque, come condizione giuridica, ogni deficit del comitato organizzatore a favore di un’associazione privata che sta in Svizzera.

Grazie Avvocato per la disponibilità e alla prossima!

Nota finale: se i nostri lettori volessero "surfare" dentro i vecchi archivi di documenti relativi a Torino2006 può accedere a questo sito:
http://nolimpiadi.mysite.com/mainita.html
con una avvertenza temporanea: dentro il sito dovrete sempre sostituire la prima parte fissa dei link vecchi (http://nolimpiadi.8m.com) con la parte fissa dei link nuovi (http://nolimpiadi.mysite.com)





venerdì 26 febbraio 2016

Il libro nero delle Olimpiadi di Torino 2006 - intervista a Stefano Bertone

“Il Libro nero delle Olimpiadi di Torino 2006” è una lucida analisi della macchina organizzativa di grandi eventi come quelli olimpici, con un focus particolare su ciò che è successo a Torino. Un libro coraggioso, fatto di ricerche e denunce, in un contesto difficile, dove l’intera città e i suoi giornali avevano un approccio acritico nei confronti di questo grande evento.
Sistema Torino incontra l’Avvocato Stefano Bertone, uno degli autori del libro, per rivedere a distanza di anni quel che rimane oggi e ciò che è successo ieri.

Sono passati  dieci anni dall’uscita del vostro libro, un lavoro che oggi trova ulteriori conferme.
Per la maggior parte dei cittadini, influenzati da cosa hanno visto in città e letto sui giornali e visto su TG3 Piemonte, il ricordo di quei quindici giorni è largamente positivo, ora siamo famosi, siamo al centro del mondo, ecc. Purtroppo sono il prodotto di un omologazione dettata dai media, che fa dimenticare loro cosa è avvenuto nei 7 anni precedenti, a quale costo, e cosa è successo dopo. Noi oggi verifichiamo che è successo esattamente quel che preventivavamo dal 1997. E che a sua volta ci veniva insegnato dai fallimenti precedenti. Sia nella fase di candidatura che di realizzazione abbiamo lasciato tracce scritte nelle procedure amministrative, dando conto documentale e documentato di queste certezze e avvertendo che, sotto il profilo delle spese, si sarebbero potute profilare un giorno delle responsabilità contabili o penali per gli amministratori coinvolti.

Ciò che avete raccontato però è stato forzatamente relegato in un angolo, come spesso capita in questa città: anche la magistratura non si è mossa.
Il nostro sito è stato monitorato di continuo dalle forze di polizia, e noi siamo stati pedinati in occasione di alcune manifestazioni, per dire che la Procura di Torino sapeva esattamente cosa dicevamo e facevamo – ma in aggiunta abbiamo depositato esposti in magistratura, spiegando chiare ipotesi di reato, e nessun magistrato ci ha mai accolti o ricevuti. In una singola occasione un agente di PG senza alcun desiderio di fare domande approfondite mi ha sentito per sommarie informazioni, e stop. Alla fine, arreso, mi sono preso la soddisfazione almeno di inviare una copia del libro nero, per raccomandata, al procuratore Saluzzo, ora nuovo Procuratore Generale, che all’epoca coordinava quella materia. Come dire, non potete negare che vi avessimo informati. E tra le informazioni c’era quella che le sorti di una montagna di soldi pubblici venivano pilotate da un gruppo ristretto di persone di cui facevano parte… i rappresentanti delle stesse società private che ne avrebbero beneficiato qualche mese dopo e per numerosi anni!

Quindi non ci sono state inchieste su un evento di tale portata che iniziava già con una voragine nei conti?
Per principio non posso escludere che ci siano state inchieste penali o contabili importanti (qualche fatterello trascurabile è stato indagato), perché non ho accesso ai dati del registro generale della Procura, ma dal fatto che non se ne sia mai parlato deduco che sia così.
Questa è una carenza da parte della magistratura requirente torinese gravissima ed imperdonabile: le risorse, come sappiamo bene, ci sono sempre state e ci sono per indagare se si vuole, e qui non hanno voluto indagare, o processare. Certo che poi Chiamparino nelle interviste dice che si possono fare opere pubbliche “a posto” e cita Torino 2006, siccome non gli risulta che ci siano mai state inchieste al riguardo.
Per forza che può dirlo: è vero, le inchieste non ci sono mai state: ma capirete benissimo che questo non significa che non ci siano stati illeciti (ed infatti ne individuammo diversi), né esclude che vi siano stati reati!
Proprio l’inazione della magistratura nel caso Torino 2006 dimostra più in larga scala che non si misura cosa è giusto e cosa è sbagliato con le sentenze. Per me, oltre allo sperpero di denaro e ai danni ambientali, conta che si sia coinvolto il pubblico in un evento privato che portava e ancora porta con se retaggi dell’era nazista, che ha fatto sponsorizzare i momenti ‘culturali’ da un produttore di armi, che ha fatto entrare forzosamente nelle scuole la propaganda olimpica con tutti i suoi mega sponsor privati. Che non ha minimamente ricordato i morti nei cantieri.

Qualche recriminazione rispetto al vostro lavoro?
Senz’altro abbiamo esagerato: le risorse personali investite in Nolimpiadi! sono state ingenti. Per il resto, quel che dovevamo e potevamo fare l’abbiamo fatto, spero solo che il pubblico si mantenga indipendente nelle proprie opinioni, come fa con il TAV, e che legga sorridendo i vari articoli di stampa in cui oggi, diciannove anni dopo l’inizio del progetto di Torino 2006, si criticano i costi dei vari impianti inutilizzati.
Spero che si ricordino i nomi delle persone e delle società che hanno sponsorizzato e sposato tutto questo – i due giornali torinesi in prima linea - e che oggi parlandone sperano di essere visti come esecutori di una cronaca attenta: quelle cose noi le scrivevamo sul nostro sito, da loro lettissimo, già nel secolo scorso, e non le hanno mai riportate. Per fare un parallelo, è come se in ipotesi dovesse costruirsi il TAV Torino Lione e un giorno Fassino, o Esposito, o Bresso, o Ghigo, fate voi, si lamentassero per l’inutilizzo della linea.

giovedì 25 febbraio 2016

Decennale olimpico: Sistema Torino a confronto con Pagliassotti




Sistema Torino continua nella propria missione e porta nuovi contributi alla causa olimpica, ovviamente con lo stile che lo contraddistingue. Oggi abbiamo deciso di guardarci allo specchio e porre alcune domande (quelle che ricorrono più spesso in tempi di entusiastico decennale) ad uno dei nostri fondatori, Maurizio Pagliassotti, ora attivo su altri progetti, che nel 2006 e negli anni precedenti fu uno dei più attenti giornalisti analisti critici della questione olimpica.

Proviamo ad uscire dall'incanto che ci vuole cittadini felici spettatori di un rilancio della città fatta di fuochi d’artificio ed eventi internazionali, e proviamo a vedere le colorate adunate di piazza attraverso un altro punto di vista. L’amico Paglia non poteva che essere il miglior fornitore di questo diverso cannocchiale.

Le Olimpiadi hanno cambiato il volto della città ed hanno reso il torinese simpatico ed aperto al mondo (Evelina dixit): cosa ne pensi?

Penso che sia una maleducata. E’ un’idea offensiva, profondamente. Lo sa la signora che a Torino negli anni ‘60 c’era il maggior numero di sale da ballo pro capite d’Italia? Secondo questa irrispettosa teoria è esistito un tempo in cui i torinesi erano tristi, infelici e grigi. Interessante. E come mai lo sarebbero stati? Forse perché gli Agnelli volevano una città concentrata solo sul produrre pezzi di ferro? L’idea per cui le olimpiadi sono state importanti “perché hanno cambiato mentalità” è un escamotage retorico per spostare l’attenzione dal disastro materiale, questo sì accaduto, su vaghe mete psicologiche culturali.

Non credi che dopo la scomparsa della one-company-town fosse necessario adottare nuovi modelli socio-economici, che sembrano vincenti altrove? 

Il modello vincente di cui si straparla a Torino è basato sullo sfruttamento della rendita da parte delle nuovi generazioni. Non ci fossero i risparmi, gli appartamenti e i garage da affittare, il gruzzoletto accumulato dalla generazione che ha lavorato in fabbrica Torino, e tutte le altre città che tentano questa trasformazione, il tessuto sociale sarebbe collassato da tempo. Nonché gli ultimi rimasugli di stato sociale: migliaia di lavoratori della Fiat, quella del cambiamento psicologico di Torino, sono in cassa integrazione da anni. Chi tiene in piedi Torino sono le ultime fabbriche sopravvissute, i nonni e lo Stato: il resto puntella qua e là questa impalcatura. Il turismo in particolare, ha dimensioni così piccole da risultare accessorio. Certo è un settore che tira ma sostenere che sia sostitutivo della manifattura è privo di senso.

Contestare il pareggio di bilancio e “buttarla sul debito” ogni volta che si parla di Olimpiadi non è un corto-circuito ideologico? 

Per un socialista lo sarebbe. Ma il problema è che il socialismo non è più tecnicamente possibile, nemmeno le forme più blande. La privatizzazione del sistema bancario, l’euro, e le leggi di bilancio sovranazionali hanno trasformato il concetto stesso di debito. Il debito oggi lo paghi tutto, il debito è in ogni caso privato a non più pubblico, e lo paghi con i beni dei cittadini. Compito della politica dovrebbe essere quello di non fare debito e nel caso ridurlo senza vendere posate e lenzuola: troppo complicato. Soprattutto a Torino.

Torino è la Capitale della disoccupazione giovanile: cosa avremmo potuto fare se non investimenti in grandi opere che creano occupazione? 

Gli impianti olimpici marciscono: a spanne sono stati buttati un miliardo di euro. Idem sarà, ma moltiplicato per 25 e su scala nazionale, con l’alta velocità: totalmente inutile. Con un miliardo di euro crei un sistema educativo pubblico d’eccellenza, investi sulle periferie seriamente. Valorizzi il futuro stesso. Hanno preferito fare una festa di quindici giorni per poi dire che vengono i turisti. In ogni caso grandi opere e grandi eventi sono volutamente disastrosi. Sono potenti meccanismi estrattivi, trivellazioni del patrimonio pubblico. Come diceva Friedman è necessario creare una perenne situazione di crisi debitoria per privatizzare tutto. Così è stato e così sarà.

I Grandi Eventi portano turismo e rilanciano la città come luogo dei servizi: cosa vedi di sbagliato in questo paradigma? 

Torino, come l’Italia, ha un cancro che la sta divorando. E’ il cancro della globalizzazione. Olimpiadi e grandi eventi sono farmaci palliativi. Sul cancro che ci sta divorando si dovrebbe incidere profondamente con leggi locali, nazionali e sovranazionali. Preferiscono dare acqua e zucchero e dirci che tutto andrà bene.

Paglia, parliamoci chiaro: in Piazza in questi giorni ci sono e ci saranno migliaia di persone entusiaste che riempiranno la città di giubbotti colorati, vecchi e nuovi volontari che si spendono per il grande sogno collettivo. Perché dobbiamo invece proporre una visione depressiva della città e del futuro dei suoi abitanti? 

Concordo e rilancio citando la teoria delle catastrofi: quando sei in una catastrofe la soluzione migliore per uscirne è entrare dentro una catastrofe più grande.

lunedì 22 febbraio 2016

OLIMPIADI 2006 - ERA QUI LA FESTA?

Sono passati dieci anni dalle Olimpiadi invernali e Torino si appresta a una serie di eventi amarcord, per ricordare la febbre di quei giorni.
Noi, soliti guastafeste, vogliamo guardare -  oltre le ubriacature -  alla vera eredità delle olimpiadi. Un buco nero economico che i torinesi pagheranno ancora per molto tempo. Impianti costruiti e smantellati per inutilizzo, dopo aver chiaramente devastato montagne pieni di amianto.


E' facile fare queste analisi 10 anni dopo, voi direte. Non è così, i segnali del fallimento economico e del non sviluppo c'erano già, prima e pochi mesi dopo l'ubriacatura collettiva.

Vi proponiamo quindi una lunga inchiesta dell'amico Maurizio Pagliassotti che ha scritto per Diario nel luglio 2006. Buona lettura.


Diario, 10 luglio 2006

ERA QUI LA FESTA?
di Maurizio Pagliassotti

Il giorno prima della cerimonia d'apertura dei XX Giochi olimpici un gruppo di duecento anarchici sfila assediato da massaie, pensionati e automobilisti che gli vomitano addosso odio viscerale. In testa al corteo uno striscione: «Torino 2006, devastazione e saccheggio» In alcuni momenti le forze dell'ordine trattengono la folla che lincerebbe i manifestanti per la semplice ragione che esistono, che rompono, che rovinano la festa.

La città in quei giorni era colorata di rosso, il presidente della Repubblica girava su Maserati facendo ciao ciao con la mano, il sindaco Chiamparino vestiva un cappotto nuovo, le bionde ucraine e i biondi statunitensi provocavano diffuse epidemie di torcicollo. La madre di tutte le feste oltre a travolgere gli anarchici faceva anche cospargere di cenere il capo ai critici, ai diffidenti, ai torinesi bugianen doc. Alla fine tutti, ma proprio tutti, sono scesi in strada e sono andati a casa Sassonia a mangiare un wuberone a 7 euro, oppure si sono buttati nel centro di Torino a fare la «notte bianca». Perfino Gianni Vattimo si è pentito. Prima aveva dichiarato che se ne sarebbe andato dalla città schifato, poi il rapido dietro front. Due settimane di bagordi. E di promesse: Torino sarà..., Torino non sarà mai più..., oggi nasce il futuro., da domani il nostro impegno. Ma le capriole del destino talvolta sono singolari. Chi avrebbe pensato quattro mesi fa, a braciere olimpico appena spento, che il rilancio della città postindustriale, postoperaia, posttutto, sarebbe arrivato dalle vecchie tute blu, dal coraggio degli enti locali, dagli ingegneri travet dei centri ricerche, e da una dirigenza che ha strappato la Fiat al coma in cui era precipitata? E ancor più chi avrebbe immaginato che Torino 2006 si sarebbe rivelata come una lama affilatissima su cui pattinare da incerti principianti ancora un po' ubriachi? Fine giugno 2006. Nubi scure si ammassano sulle montagne olimpiche.

Il primo fulmine arriva a maggio. A sorpresa la Fiat vende la sua quota della Via Lattea Spa (circa il 50 per cento controllato attraverso la Sestriere Spa, la restante parte appartiene alla Regione Piemonte) a due imprenditori semisconosciuti. La Via Lattea è un comprensorio di piste, alberghi e campi da golf che ha come centro il colle del Sestriere. Essa ha un piccolo valore economico ma un grande significato simbolico: è infatti un'invenzione di Edoardo Agnelli, padre di Gianni. È come se la Fiat vendesse la Juventus. Ad appena tre mesi dalla fine dei giochi, da tutti percepiti come un «regalo» di Gianni Agnelli a Torino, il gruppo si disfa di un pezzo di storia per 25 milioni di euro, gettando nello sconforto gli operatori locali. Il professor Daidola, docente di economia del turismo all'Università di Trento, commenta così l'operazione: «Se devo essere sincero ci vedo qualche ombra di speculazione» . Perché? La riposta forse si può trovare nel fatto che i bilanci della Via Lattea sarebbero da anni in rosso, e la cura da cavallo olimpica non avrebbe dato risultati.

Secondo fulmine.
Un giro tra gli impianti olimpici di Sestriere, Cesana Torinese e Pragelato evidenzia una situazione di abbandono e trascuratezza imbarazzanti. Qualche poliziotto privato vaga tra cumuli di reti arrugginite, cavi abbandonati, mucchi di macerie, rifiuti, sacchi di cemento aperti, transenne divelte, vetri in frantumi e macchinari abbandonati. Nella pista di bob di Cesana Torinese gironzolano cani randagi e il taboga di cemento in cui scendono gli atleti è divenuto una specie di discarica dell'immondizia. Questa situazione è dovuta al fallimento della Consortium, una società mista italocinese vincitrice degli appalti riguardanti la realizzazione e la rimozione delle strutture temporanee nei siti olimpici (tende, gazebo, impalcature). Incredibilmente nel giugno 2005 il Toroc appalta questi lavori, 21 milioni di euro di valore, a un'azienda nata da quattro mesi e con un capitale sociale di appena 10 mila euro. La Consortium subappalta i lavori a 201 aziende, quasi tutte locali, che operano in situazioni disastrose: «Senza progetti e referenti, nel caos assoluto», dicono. Toroc e Consortium chiedono un aumento dei ritmi lavorativi e i costi iniziano a crescere con decisione. A dieci giorni dai giochi Consortium non ha più fondi, ma il Toroc per non rischiare un flop planetario garantisce «che tutto sarà sistemato». Oggi le ditte subappaltatrici hanno in mano fatture inevase per 6 milioni di euro, e nel baratro sono finite 1.500 persone. Toroc non sembra intenzionato a pagare ulteriori denari (che non ha). Anzi, rivendica «un piccolo credito» da parte di Consortium. I lavoratori, oltre a sospendere ogni compito nei siti olimpici, si riversano a Torino per chiedere il pagamento del dovuto. Gli enti locali temporeggiano, ma non promettono nulla.
Qualcuno pagherà. Chi?

Terzo fulmine.
Mancano i turisti. Da un'indagine dell'Ires (Istituto ricerche economico-sociali) del maggio 2006, risulta che la situazione del turismo a Torino e in Piemonte sia pessima. In città e nei siti olimpici nei primi tre mesi post-giochi vi è stato un tracollo di presenze turistiche, con prospettive infauste anche per il futuro. Qualcuno ha smentito con forza, ma senza portare numeri seri. Effettivamente da un giro di telefonate in data 25 giugno presso gli alberghi di Sestriere, Cesana Torinese e Claviere (siti olimpici) si evince che tutti hanno ancora ampia disponibilità di posti letto nella settimana di ferragosto. Indicativi anche i sentimenti dei commercianti delle maggiori località vacanziere interessate dai giochi: disillusione e rabbia. «Non c'è stato alcun effetto olimpico. Anzi, abbiamo perso una parte del turismo torinese legato alle seconde case, perché molti non hanno accettato quelli che considerano scempi paesaggistici», sostiene un barista di Cesana Torinese.

Quarto fulmine.
Il patrimonio professionale di Toroc 2006 è in dissolvimento: dei 250 assunti a tempo indeterminato (ma all'apice dell'impegno si sono raggiunte, con gli atipici, le 1.600 unità operative) solo 120 verranno, forse, riassunti dalla fondazione che dovrà gestire il postolimpico. Le attrezzature tecnologiche (computer, stampanti, telefonini etc.) che dovevano essere rivendute per fare cassa dopo la fine dei giochi o sono state depredate durante i primi caotici giorni postevento, oppure giacciono in polverosi depositi, il tutto per un valore di 300 mila euro.

Dopo quattro fulmini di avvertimento potrebbe arrivare la tempesta vera., ovvero il futuro dei megaimpianti sportivi. Le prime avvisaglie che il dopo sbronza olimpico sarebbe stato duro giungono quattro mesi prima dell'inizio di Torino 2006, attraverso una ricerca sulle prospettive di gestione postgiochi eseguita dal centro studi Omero. I risultati sono inquietanti: a pochi mesi dall'accensione della fiamma gli enti locali litigano per avere un ruolo il più limitato possibile nel dopo Olimpiadi. Hanno già capito che i megaimpianti genereranno delle voragini di bilancio non sostenibili, soprattutto per i Comuni minori. Infatti un secondo studio preparato dal Politecnico di Torino sentenzia: «Regione, Provincia e comunità locali dovranno affrontare problemi ardui e complessi di riuso, completamento e gestione dopo la celebrazione dei Giochi. In carenza di adeguate soluzioni le infrastrutture potrebbero andare in rovina come già accaduto in passato a quelle di Italia 61 (costruite a Torino nel centenario dell'Unità d'Italia, ndr)». Gli amministratori reagiscono con un profluvio di dichiarazioni ottimistiche: faremo, realizzeremo, costruiremo. Le ricerche sono opera di gufi, dicono.

A due mesi dall'inizio delle Olimpiadi iniziano a girare i sussurri di un possibile abbattimento degli impianti di bob-slittino (Cesana Torinese) e salto dal trampolino (Pragelato) qualche tempo dopo i Giochi. Il primo a sparare la cannonata è l'ex amministratore delegato della Juventus Antonio Giraudo, uno che al tempo poteva dire tutto quello che voleva. Cade il cielo, tutti si indignano, si sprecano i soliti imperativi categorici: mai, impossibile, è gravissimo, sarebbe la profanazione di un simbolo.

Desideri di tritolo?
Inizia un tormentone portato avanti dal trio Bresso (Regione), Chiamparino (Comune) e Saitta (Provincia): «Lo Stato non può abbandonare opere su cui sono state investite centinaia di milioni di euro». Il Piemonte, da tempo la regione più assistita d'Italia, batte cassa per il postolimpico, e lo fa anche con velate minacce (poi definite «provocazioni»), perché dopo Giraudo anche Mercedes Bresso esprime desideri di tritolo per il futuro della pista da bob e slittino. Originariamente i piani però non erano questi. Il presidente del Toroc Valentino Castellani sostenne in tempi remoti che i soldi sarebbero arrivati dagli utili delle Olimpiadi, tanti da mantenere per alcuni anni gli impianti. Le Olimpiadi invece si sono chiuse con un buco di bilancio di 41, altri sostengono 31, milioni di euro. Di per sé questa cifra è un successo se rapportata alle passate edizioni dei Giochi olimpici. Anche in questo caso però i numeri celano interpretazioni diverse. Nel 1999 le previsioni di spesa di Torino 2006 erano pari a circa 600 milioni di euro mentre a Olimpiadi concluse alla voce totale si può scrivere 1.720. In tale computo si inseriscono anche lavori per la costruzione di strade, villaggi e impiantistica: tutte opere correlate all'evento olimpico. Lo Stato, il soggetto più volte chiamato a «impegnarsi per un buon riutilizzo degli impianti», ha quindi già coperto i buchi di bilancio olimpici in fase di esecuzione lavori. Cosa di per sé dubbia in quanto il Toroc è un soggetto giuridico privato e quindi di fatto impossibilitato a ricevere denari pubblici. Mistero. Il ghiaccio costa. È dunque improbabile che dal governo, magari attraverso il Coni, possano essere indirizzati ulteriori fondi verso il Piemonte. L'ultima riunione svoltasi a Roma tra il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta, il sindaco di Torino Chiamparino e l'assessore regionale Andrea Bairati si è conclusa con un nulla di fatto. I rappresentanti locali hanno ottenuto una vaga promessa di riconvocazione, mentre sul tema soldi «non si è avuto tempo di discutere». Mentre Roma prende tempo gli enti locali fanno i conti e «scoprono» una ferrea legge economica: dopo la conclusione delle gare tutte le megainfrastrutture olimpiche diventano divoratori di risorse economiche. E particolarmente fameliche sono quelle legate agli sport invernali. La produzione e il mantenimento del ghiaccio sono attività economicamente molto impegnative. Inoltre, all'aumentare dell'utilizzo degli impianti sportivi legati al ciclo del freddo, i costi di gestione crescono in maniera più che proporzionale rispetto alle entrate. Ovvero più li si usa e più si perde. Chi dovrà gestire questi problemi sarà la «Fondazione 20 marzo 2006». Di essa si sa ancora poco e questo è già indicativo del tempo perso (la fondazione che gestì il postolimpico di Barcellona 1992 nacque con due anni di anticipo rispetto ai Giochi). Forse dovrebbe iniziare a lavorare a ottobre. Il patrimonio postolimpico da valorizzare è pari a 500 milioni di euro e comprende i maggiori impianti sportivi e non (villaggi di montagna) costruiti per Torino 2006. Ogni anno tali impianti avranno costi di gestione pari a 19.122.322 euro. Non è dato sapere invece quali saranno le entrate, in quanto la Regione Piemonte ha preferito omettere dal documento richiesto la colonna relativa alle entrate.


Fallimento o più tasse. È certo però che per i primi cinque anni la fondazione dovrà coprire un buco di bilancio tra i 6 e gli 8 milioni di euro. Con questo dato si capisce l'importanza dell'assetto societario. L'ipotesi attuale prevede il 75 per cento suddiviso tra Regione, Provincia e Comune di Torino, mentre i Comuni come Torre Pellice (palahockey), Cesana Torinese (bob) , Pragelato (salto) ecc. avrebbero in dote l'I percento a testa. Questa idea è fortemente avversata dai sindaci in quanto genererebbe voragini non sostenibili nei ridotti bilanci comunali (che potrebbero portare gli amministratori o a dichiarare fallimento, improbabile, o a un aumento degli introiti fiscali, vedi lei). Il sindaco di Cesana Torinese Roberto Serra propone che le quote partecipative della fondazione vengano calcolate in base ai bilanci annuali generali degli enti associati. Il vantaggio per i piccoli Comuni sarebbe lampante, in quanto la loro quota diverrebbe qualcosa di molto vicino allo zero virgola zero. In questo contesto organizzativo nebuloso alcuni impianti appaiono destinati all'oblio mentre altri, che si inseriscono all'interno di un tessuto storico sportivo importante, hanno possibilità di essere valorizzati. È il caso, forse, del nuovo palahockey di Torre Pellice che genererà una perdita di bilancio, secondo il sindaco Claudio Bertalot, tra i 300 e i 400 mila euro annui, ma che potrà sfruttare le potenzialità di un territorio molto legato all'hockey professionistico. Come riempire il capannone. Per gli altri, come si dice su queste montagne per altre ragioni, sarà dura. Il Palaisozaki, il mega capannone polivalente di Torino opera del famoso architetto giapponese Arata Isozaki, costato 87 milioni di euro, per avere un piccolo utile dovrebbe ospitare due appuntamenti settimanali da diecimila persone per tutto l'anno. Avrà un costo di 3-262.138 euro annui. Il palahockey di Pinerolo, costato 12 milioni di euro come quello di Torre Pellice, dovrebbe diventare il centro nazionale italiano per il curling. Le spese di mantenimento annuali saranno di 1.273-480 euro. Situato a 10 km dai due palazzetti del ghiaccio di Torre Pellice (oltre al nuovo esiste un impianto più modesto ma funzionante costruito dopo l'alluvione del 2000), difficilmente riuscirà a vivere solo con il curling che, come noto, ha un numero di praticanti ridotto.


Le due infrastrutture più esposte a incerto futuro sono comunque la pista di bob-slittino di Cesana Torinese e il trampolino di Pragelato, due esempi di gigantismo italico. lronizzando si potrebbe dire che il terzo, uno dei tanti della storia italiana, è vecchio di sessant'anni e si trova a 3100 metri di quota. È il forte dello Chaberton, un'opera ciclopica costruita durante il fascismo. Da qui gli strateghi militari che dovevano conquistare la Francia fecero partire l'attacco nella notte del 21 giugno 1940. Venne centrato e distrutto dall'artiglieria francese il 22 giugno. Da lassù ci si affaccia sulla Val Susa e subito si nota nel fondovalle una specie di voragine grigia, enorme, dentro un bosco di larici. È la pista da bob di Cesana Torinese, costata 80 milioni di euro e oggi, di fatto, semiabbandonata. Il sindaco non nasconde le preoccupazioni legate all'ingombro fisico, economico e ambientale dell'impianto (è presente infatti una vasca che contiene 48 tonnellate di ammoniaca per il raffreddamento della pista), e lamenta la mancanza di un lavoro organizzativo adeguato che avrebbe dovuto svolgersi negli anni passati, oggi non ancora iniziato. La soluzione, sempre secondo Roberto Serra, potrebbe essere un ulteriore investimento, da parte di chi non si capisce, di ulteriori 4-5 milioni di euro per la creazione di uno snow park, una cittadella del divertimento montana. Centri commerciali, discoteche, alberghi, resort, bar, cementificherebbero ancora un po' questa montagna per «valorizzare la pista di bob e quella di biathlon poco distante». Come questo investimento possa «valorizzare la pista» è dubbio, dato che il bob è una dispciplina sportiva molto tecnica e pericolosa. Inoltre, è riconosciuto che il tracciato di Cesana Torinese sia uno dei più difficili al mondo, non sfruttabile quindi per un uso turistico di massa. L'idea entusiasma invece il sindaco di Torino Sergio Chiamparino che sogna «di vedere sfrecciare il sabato e la domenica le famigliole». Sogni o incubi futuribili. Per il momento il mancato coordinamento tra enti locali, sponsor e Rai ha portato alla paradossale situazione che la prossima Coppa del mondo di bob non farà tappa a Cesana Torinese. Stessa cosa per lo sci che, per la prima volta dopo anni, non si fermerà al Sestriere. I giganteschi trampolini verdi di Pragelato, costati circa 30 milioni di euro, si trovano a 300 chilometri da quelli di Albertville, sede dei giochi olimpici invernali del 1992. L'impianto francese non ha avuto fortuna e genera ogni anno una perdita di circa 200 mila euro. Per quello di Pragelato, invece, il futuro potrebbe essere diverso, in quanto già questa estate dovrebbero svolgersi alcuni eventi traino che porterebbero a un uso più intenso durante !'inverno. I costi di manutenzione sono poi dimezzati rispetto alla pista da bob di Cesana Torinese e si fermano a U61.226 euro. La Fisi (Federazione italiana sport invernali) ha assicurato che Cesana Torinese e Pragelato diventeranno i luoghi ufficiali di allenamento delle nazionali di salto, bob e slittino. Purtroppo il numero di utenti professionisti è molto scarso e la creazione di bacini d'utenza in settori così specializzati richiederà molti anni. Basteranno i soldi delle federazioni a coprire gli alti costi necessari al mantenimento di questi impianti? No. Lo stadio è inadatto. In ultimo anche la promozione del Torino Calcio in serie A sta creando problemi. Lo stadio olimpico, che non farà parte del patrimonio della fondazione, èstato giudicato non adatto dalla squadra torinese che ha richiesto nuovi lavori di adeguamento. I dirigenti granata sostengono che il Toro in serie A avrebbe un'affluenza di pubblico allo stadio superiore ai ventisettimila posti disponibili. La società ha fatto ventilare l'ipotesi che in futuro si possa costruire a Torino un nuovo stadio, l'ennesimo, finalmente capace di contenere l'entusiasmo dei tifosi.

Le Olimpiadi sono state definite nell'euforia della festa un successo. Sicuramente sono state un investimento economico ad alto rischio fatto da privati con denari pubblici.
Il Comitato olimpico di Los Angeles 1984 è stato l'unico nella storia dei giochi a scegliere di ricevere fondi solo da privati, in questo modo la costruzione di nuove infrastrutture fu limitata e assennata. I Giochi statunitensi di ventidue anni fa sono gli unici, a oggi, a non essere stati un fallimento economico.